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di Brando Benifei*

La Repubblica, 8 giugno 2026

A un anno dalla rivolta nel carcere di Marassi del 4 giugno 2025, abbiamo il dovere politico e istituzionale di guardare in faccia la realtà: quella giornata di violenze terribili non è stata un episodio isolato, ma il segnale di un sistema penitenziario arrivato a un livello di sofferenza e tensione non più sostenibile. È stato un drammatico grido d’allarme collettivo - dei detenuti, della polizia penitenziaria e di tutto il personale - rimasto in larga parte inascoltato. La relazione del Garante ligure delle persone private della libertà, Doriano Saracino, e i dati del rapporto Space I 2025 del Consiglio d’Europa restituiscono un quadro preoccupante. In Italia i detenuti sono oltre 61 mila, con una crescita del 21% nell’ultimo decennio. Nello stesso periodo altri Paesi europei, investendo su misure alternative e depenalizzazione di reati minori, hanno ridotto la popolazione carceraria: in Germania, ad esempio, è diminuita dell’11,7%.

Nel nostro Paese aumentano le aggressioni tra detenuti (+73%) e quelle contro gli agenti di polizia penitenziaria (+12%). Cresce anche il numero delle morti in carcere: nel 2025 si sono registrati 76 suicidi e 254 decessi complessivi. La Liguria vive una situazione particolarmente critica, con un’allarmante crescita della popolazione detenuta sotto i 24 anni, strutture inadeguate, carenza del personale e sovraffollamento. Marassi è uno degli esempi più evidenti di questa crisi: circa 670 detenuti a fronte di 534 posti disponibili.

Dietro questi numeri ci sono condizioni che troppo spesso compromettono la dignità delle persone: isolamento, fragilità psichiche senza adeguato supporto, incertezza giuridica, carenza di percorsi formativi e professionali, difficoltà nel mantenere relazioni familiari e sociali, insicurezza diffusa anche per il personale.

Il tema riguarda tutte le persone detenute, qualunque sia la loro origine o condizione, ma continua a emergere nel dibattito pubblico solo in occasione di fatti eclatanti o di vicende che coinvolgono detenuti noti. In carcere è facile entrare, ma sempre più difficile uscirne davvero. Il tasso di recidiva resta elevato e il numero dei suicidi - particolarmente alto tra chi è prossimo alla liberazione - dimostra quanto l’isolamento e le condizioni detentive possano rendere difficile immaginare una vita oltre la prigione. L’Unione Europea richiama da tempo gli Stati membri sulla necessità di migliorare le condizioni detentive.

Come Parlamento europeo abbiamo sostenuto politiche orientate alla tutela della salute mentale e al reinserimento sociale, nella consapevolezza che il rispetto dei diritti fondamentali nelle carceri sia essenziale per garantire maggiore sicurezza, per tutti: detenuti, personale, polizia penitenziaria. C’è poi il tema delle misure alternative alla detenzione, tra gli strumenti più valorizzati a livello europeo.

In Liguria la loro applicazione incontra ancora ostacoli significativi, anche per l’impianto normativo regionale che impedisce l’accesso alle case popolari dedicate anche a chi potrebbe convertire la pena. Eppure oggi esistono strumenti e tecnologie che consentono di ampliare queste soluzioni in modo efficace e sicuro.Non possiamo continuare a rispondere soltanto con logiche emergenziali o falsamente securitarie. La memoria di quanto accaduto a Marassi deve diventare uno stimolo concreto per affrontare finalmente il nodo strutturale del sistema carcerario italiano.

*L’autore è europarlamentare del Partito Democratico