di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 2 giugno 2021
Per gli inquirenti ci sarebbe anche un movente dietro alla lite in carcere poi sfociata in un sempre più probabile caso di omicidio. E cioè un debito di droga che la vittima non avrebbe onorato nei confronti di uno dei due compagni di cella tutt'oggi indagati da Procura e squadra mobile. Con il passare delle ore al nono piano di palazzo sono sempre più convinti che dietro alla misteriosa morte di Emanuele Polizzi, l'artigiano rapinatore di 41 anni trovato impiccato venerdì mattina all'interno della sua cella nella seconda sezione del carcere di Marassi, ci sia un omicidio.
Dall'esame autoptico sono emersi elementi tali - una inspiegabile ferita dietro il cranio - che non sono assolutamente compatibili con il suicidio. Per questo nelle prossime ore all'interno della cella - ora sequestrata - sarà svolto l'analisi con il luminol.
"Occorre rendere buio tutto l'ambiente, utilizzare una speciale colla e con luci particolari si riescono a trovare le tracce di sangue" spiega al Secolo XIXuna qualificata fonte della polizia scientifica. Questo esame permetterà di capire dove Polizzi si sia procurato le ferite alla testa. E anche per questo ieri pomeriggio gli agenti della sezione omicidi della squadra mobile, il pubblico ministero Giuseppe Longo, gli esperti della polizia scientifica e il medico legale Sara Lo Pinto hanno compiuto un sopralluogo all'interno della cella.
Dove sulla base dei risultati autoptici sono stati ripercorsi gli ultimi momenti di vita di Polizzi. Nel frattempo i due detenuti sotto indagine - Mattia Romeo e Giovanni Genovese, entrambi di 36 anni - sono stati separati e messi in isolamento. Erano le due uniche persone presenti all'interno della cella mentre Polizzi moriva e secondo i pm che indagano non hanno raccontato la verità quando sono stati sentiti dalla polizia giudiziaria. Agli agenti della sezione della mobile hanno detto che "dormivano e non si sono accorti di nulla". Ma dagli accertamenti investigativi è emerso che uno dei due detenuti vantava un credito non riscosso con Polizzi.
Un credito che, secondo gli inquirenti, sarebbe all'origine della lite. I due per questo devono rispondere del reato di omicidio volontario. Sono difesi dagli avvocati Celeste Pallini e Fernando Barnaba, per quanto riguarda Romei, e da Mauro Morabito, legale di Genovese. Le altre tre persone che dividevano la cella con Polizzi erano uscite presto la mattina per andare a lavorare.
Romei e Genovese durante l'interrogatorio non solo hanno respinto le accuse ma hanno anche confermato agli investigatori come Polizzi vivesse un momento di grande depressione e sconforto dovuto alla lunga permanenza in carcere - dall'ottobre del 2019 - e dal fatto che se la sentenza di primo grado fosse stata confermata anche in appello avrebbe dovuto scontare dieci anni di reclusione.











