di Michela Bompani
La Repubblica, 9 luglio 2025
Finalmente una buona notizia da un carcere. Quello genovese di Marassi, dove i bambini vengono aiutati a superare il trauma dell’incontro con i padri detenuti. Tra sketch teatrali, partite di calcio e tante attenzioni. Separazione, sofferenza, stress, stigma: chi si occupa di cosa provano i minori quando un genitore finisce in carcere? E quando lo vanno a visitare? Da qualche tempo ci prova uno spazio, dentro il carcere maschile di Marassi, a Genova, in cui i figli dei detenuti trovano una strada alternativa per andare a visitare papà.
Sia fisica, perché rappresenta l’ingresso a loro riservato per entrare in carcere, bypassando perquisizioni e cani (che invece attraversa la mamma), sia psicologica, perché lì trovano un ambiente colorato, pieno di giochi e libri, e gestito 255 giorni all’anno, sei giorni su sette, da undici operatori, tra educatori, assistenti sociali e psicologhe. E non sono più soli a dover gestire una realtà troppo grande, anche per le loro mamme e papà. Si chiama Spazio Barchetta: è ispirato allo Spazio Giallo del carcere di Bollate, da cui ha mutuato l’innesco, espandendosi ulteriormente e proponendo un progetto unico in Italia. Escogitato nel 2016, sbocciato poco prima del Covid, inciampato nella pandemia, ora ha concluso il primo periodo sperimentale e si fa più grande, mettendo radici anche nelle altre case circondariali della Liguria.
A misurare quanto in profondità del tessuto familiare vada il lavoro della Barchetta sono le ormai moltissime storie raccolte dalle operatrici che si trovano a dover riannodare fili di relazioni genitori-figli che sono stati interrotti da un muro di cinta e dal filo spinato, oppure, e forse molto più spesso, aiutano a tesserli per la prima volta.
“Lo hanno arrestato lo stesso giorno in cui è caduto il ponte Morandi, così la mamma aveva raccontato al suo bimbo Paolo che il padre, un edile, era stato chiamato per la ricostruzione del ponte e finché non fosse finito, non sarebbe tornato a casa”, dice Vanessa Niri, dell’Arci Genova, coordinatrice e ideatrice dello spazio, “questo però le impediva di portare il bambino a visitare il padre. Era una bugia comprensibile, molto bella, ma una bugia. E i bambini riescono a elaborare cose difficili solo se le capiscono e se non vengono loro nascoste. Abbiamo accompagnato la mamma e il bimbo, anche attraverso il gioco, a dirsi la verità. E da questo è nato un ulteriore sviluppo del progetto nelle scuole, proprio sul tema della bugia e sul contrasto allo stigma legato al carcere”.
Lo Spazio Barchetta è una stanza luminosa e accogliente che si affaccia sulla strada, nel quartiere popolare di Marassi, a pochi passi dallo stadio di Genova: da lì, ogni mese, passano oltre 130 minori figli di detenuti, bypassando i quaranta minuti di procedure che prima che lo Spazio venisse aperto, invece, dovevano subire. E sulla porta ci sono persone preparate che li aspettano e hanno voglia di giocare e stare con loro. Piantato come un fiore, in mezzo al deserto delle gravissime problematiche che affliggono le carceri italiane, e da cui Marassi non è indenne, come ha dimostrato una recente e grave rivolta dei detenuti esasperati dalle condizioni subite, la resilienza dello Spazio Barchetta, che ostinato spinge a recuperare la dignità delle relazioni, è ancora più straordinario.
“La soddisfazione più grande è stata quando Javier e Marco, dopo alcune volte che passavano da noi e parlavano poco”, dice Camila Marquez, operatrice dello Spazio Barchetta, “non toccavano quasi i giochi e rispondevano poco alle nostre proposte, hanno invece cominciato a giocare con gli animali di plastica. Fino a costruire uno zoo. Che aveva le torrette di avvistamento e le mura alte: quello zoo era evidentemente il carcere”.
Il lavoro della Barchetta si sviluppa ben oltre la stanza con i tavoli bassi e le seggioline di legno, supporta le madri che si ritrovano da sole con figli piccoli e spesso hanno difficoltà di accesso ai servizi, e i padri, alle prese con la gestione del rapporto con i figli interrotto dall’assenza. “Nonostante tutto questo, lo Stato continua a non riconoscere i minori figli di detenuti come soggetti fragili”, dice ancora Niri “gli educatori ascoltano e aiutano le mamme su problematiche emotive o organizzative: anche una banale iscrizione al nido può diventare complessa. Abbiamo coinvolto una rete di oltre dieci realtà del terzo settore per estendere le possibilità di supporto. Non esistono iscrizioni né prenotazioni per accedere a questo spazio: chi entra è accolto”.
Domande e risposte - Ogni due mesi la Barchetta organizza giornate genitori-figli, nel campetto o nel teatro interni al carcere, coinvolgendo oltre cento persone ogni volta, tra partitelle, piccoli sketch, o lavoretti manuali. L’impegno all’interno della casa circondariale è quotidiano anche con i padri: “Con loro facciamo un lavoro intrecciato e contemporaneo a quello che, fuori, svolgiamo con le madri e i figli, per una presa in carico complessiva della famiglia” spiega un’altra operatrice, Cristina Mangiavillano, della Cooperativa Il Biscione.
“Recentemente una bambina faticava a sopportare l’assenza del papà, la madre per proteggerla era evasiva rispetto alle domande sul ritorno del marito, abbiamo lavorato su una comunicazione coerente e chiara, di padre e madre nei confronti della bambina e poi abbiamo favorito un momento di attività padre-figlia durante una delle nostre giornate, e la gestione della situazione è diventata accettabile per la piccola”. La collaborazione dei papà è spesso straordinaria: “Raggiungiamo risultati che ci confortano nell’essere sulla strada giusta, ma soprattutto notiamo un miglioramento della qualità della vita delle persone private della libertà: un padre ha chiesto di poter sostenere lui stesso il colloquio online di profitto con la maestra di suo figlio. E partivamo da una situazione in cui il rapporto tra i due era quasi inesistente”, aggiunge Mangiavillano.
Adesso l’attenzione ai bambini, e ai genitori, si allarga alle altre strutture liguri, a partire dall’altro carcere di Genova, quello femminile di Pontedecimo dove, spiegano le operatrici, “ci sono pochissimi bambini in visita perché o sono già con le madri oppure i padri faticano a portarli con loro: occorre lavorare molto su questo”.
L’ampliamento del progetto si chiama La semina dei sogni, durerà 4 anni e coinvolgerà 500 minori e 400 famiglie in Liguria. “La nostra azione continuerà a mettere al centro i bambini, troppo spesso invisibili”, dice la psicologa Elisabetta Corbucci, coordinatrice del Cerchio delle relazioni, capofila del progetto. “Lo faremo su due assi: uno interno al carcere e uno esterno, coinvolgendo genitori e educatori”.
L’obiettivo è potenziare i progetti nelle scuole, ma anche riuscire a varare protocolli omogenei tra gli operatori a livello nazionale: “Avere assistito all’arresto del papà o avere il papà in carcere è una bomba atomica nella loro vita. Come privato sociale e pubblico, dobbiamo darci strumenti per farlo, riuscendo a strutturare interventi uniformi a supporto della loro situazione traumatica”, conclude Niri.











