sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Alfio Sciacca

Corriere della Sera, 28 aprile 2024

Nel Rems di Genova Prà: “Niente celle o serrature, cura e dignità prima di tutto”. Il “killer delle fidanzate” che dopo 16 anni in carcere per l’omicidio di Antonella Multari ne trascorrerà altri 6 e mezzo nella struttura di accoglienza. Il momento migliore è al tramonto. C’è sempre qualcuno che sistema la sedia davanti all’enorme grata che restituisce il cielo a scacchi e si gode il panorama. Non ci fosse quella barriera sembrerebbe un giardino pensile che guarda il golfo di Genova. Un panorama che ha il sapore della libertà. Forse per questo è uno degli angoli più ambiti.

“Quando per un periodo siamo stati costretti ad oscurare la recinzione i nostri ospiti sono stati più intrattabili del solito”, ammette il direttore sanitario Paolo Rossi. Strano a dirsi ma Villa Caterina, sulla collina di Genova Prà, ospita una Rems, le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, istituite con la legge 81 del 2014 che ha posto fine alla vergogna degli ospedali psichiatrici giudiziari. Qui arrivano persone condannate o in attesa di giudizio con perizia di infermità o seminfermità mentale. La legge li definisce “internati”, ma a Villa Caterina il termine è bandito. Si preferisce chiamarli “ospiti”.

Attualmente sono venti. Esattamente quanti ne prevede la legge per ogni Rems. Tutti accusati di reati di vario genere e gravità. Tra loro un ospite “famoso”: Luca Delfino, il “killer delle fidanzate” che dopo 16 anni in carcere per l’omicidio di Antonella Multari ne dovrà trascorrere altri 6 e mezzo in Rems. Proprio al suo arrivo fu necessario oscurare l’enorme grata, in modo da fronteggiare l’assalto di fotografi e cineoperatori. Per non dire dei residenti che avviarono una raccolta firme, preoccupati per la loro sicurezza. Ormai Delfino è qui da nove mesi e, per la prima volta dal suo arrivo, Villa Caterina ci apre le porte.

Da una stanzetta, che ospita l’infermeria, si accede ad un open space. Uno grande spazio aperto dove durante la giornata si svolge praticamente tutta la vita in comune. In un angolo il refettorio, più in là tavoli e sedie per incontri e attività come i corsi di cucina e ceramica, e vicino alle scale un piccolo spazio ricreativo, con tavolo da ping pong e calcio balilla. Vietato invece l’accesso alla zona notte: camere singole o doppie, tutte con bagno personale.

Nel salone dalle grandi vetrate manca poco al pranzo e l’occhio va subito a caccia del “killer delle fidanzate”. Niente da fare. “Inutile scrutare - scherza il direttore sanitario -, Delfino è nella sua stanza. All’inizio stava quasi sempre chiuso in camera, in compagnia della sua radiolina. Da qualche mese comincia a socializzare e partecipare alle nostre attività”. Ha una stanza singola, dove si è portato dietro un piccolo frigo. “È ben consapevole della sua notorietà - dice Rossi - ma ad oggi non ha mai dato problemi”.

Nel salone tanti giovani e tanti stranieri. “Al momento abbiamo un’età media di 35 anni e il 35% non sono italiani. In genere è scarsa la presenza femminile”. Un ragazzo di colore guarda con circospezione. Ha una prestanza fisica che non passa inosservata, soprattutto quando si avvicina e punta un infermiere: “Debbo parlarti!”. Non aggiunge altro.

Avanza verso la porta che accede all’infermeria e tenta di entrare. “Non ora - lo tranquillizzano -. Abbiamo una riunione. Appena finiamo”. “In effetti è un soggetto particolare, anche per la mole. Una volta per fermarlo in due abbiamo fatto fatica”, sospira l’infermiere.

In ogni caso niente celle e sferragliare di serrature. “Questo non è né un carcere né un ospedale psichiatrico giudiziario”, tiene a precisare il direttore sanitario. La Rems è gestita dalla società Redancia, guidata dallo psichiatra Giovanni Giusto, che opera anche in altre comunità per pazienti psichiatrici. “Purtroppo non tutti interpretano le Rems allo stesso modo - spiega il professor Giusto -. Per alcuni restano ancora dei luoghi di detenzione e anche fisicamente sono rimaste nelle stesse sedi dei vecchi Opg”.

Qui, invece, si respira tanto lo spirito delle comunità. A partire dall’approccio dei 35 operatori che ci lavorano: “Puntiamo tutto sulla cura e il trattamento. Non abbiamo stanze di contenzione e solo nei casi estremi ricorriamo al Tso. Ma negli ultimi mesi ne abbiamo fatti solo due, alla stessa persona con un grave scompenso psicotico”. I luoghi fisici sono uno dei tratti distintivi di Villa Caterina. “Questa struttura - spiega Giusto - è stata costruita proprio per accogliere malati psichiatrici. E ciò influisce sul trattamento: lo spazio curato è parte della cura”.

Ecco perché fino a sera gli “ospiti” sono liberi di muoversi in tutti gli spazi comuni. Possono vedere la tv e leggere i giornali, ma sono assolutamente vietati internet e telefonini. “Delfino è tra i più attenti a ciò che succede all’esterno - spiega Rossi -. Segue la tv, soprattutto quando parlano di lui. Gli abbiamo anche detto che sarebbe venuto un giornalista. L’avesse saputo dopo non l’avrebbe presa bene”. Una volta al mese sono concesse le visite dei familiari. Si può fruire anche di licenze orarie: “Autorizzati dal giudice di sorveglianza gli ospiti escono, accompagnati dal nostro personale, per piccole incombenze personali”.

Il fatto che non sia un luogo di detenzione non vuole dire che non ci siano problemi di sicurezza. Alcune settimana fa, per una lite, è stato necessario l’intervento dei carabinieri. E poi ci sono anche stati dei tentati di fuga. Eppure la legge non prevede la presenza di guardie carcerarie o forze dell’ordine. Di conseguenza quasi tutte le Rems ricorrono a servizi di vigilanza privata. “Noi siamo dei medici e, anche volendo, non sapremmo fare altro - dice Giusto -. E comunque nei momenti difficili possiamo confidare nell’aiuto del professore Boè”. Apre la porta e lascia entrare un Golden Retriever: “Le presento il collega Boé!”. Scusi, mi faccia capire. “Lui ha una grande intelligenza emotiva, utile per assorbire l’aggressività”. E sarebbe stato decisivo nel trattamento di qualche ospite particolarmente difficile.

“Abbiamo avuto un 21enne - racconta la direttrice della Rems, Monica Carnovale - che quando andava in crisi rompeva tutto: arredi, mobili e persino i muri. Un giorno che non sapevamo più come gestirlo si è calmato solo con Boè. Pian piano il cane ha preso a leccarlo e il ragazzo ad accarezzarlo. Fino a quando non si sono stesi a terra, l’uno accanto all’altro”.

Per molti Villa Caterina è una “splendida anomalia” nel panorama delle 30 Rems italiane che, invece, fanno i conti con la cronica carenza di posti. In lista di attesa almeno 700 detenuti. E in alcuni casi si arriva troppo tardi. Un mese fa nel carcere di Torino si è suicidato un giovane che era in lista di attesa per entrare in Rems. L’ultimo di una lunga serie, che spinge molti a chiedere l’ampliamento del numero massino di 20 internati.

“La legge 81 è stata una svolta di civiltà - riflette il professore Giusto -, ma purtroppo c’è anche chi ha finito per pensare di aver risolto il problema, semplicemente sostituendo il carcere con le Rems. Inoltre, il fatto che dipendano dal ministero della Sanità ha portato alla loro “regionalizzazione”. E così da un angolo all’altro d’Italia, cambia di molto l’approccio nel trattamento”.

C’è inoltre il problema della promiscuità. “In Rems abbiamo persone accusate di reati gravissimi, come violenza sessuale e omicidio, assieme a chi ha commesso reati di poco conto”. E poi, non tutti i malati psichiatrici sono uguali. “Ci sono soggetti più o meno trattabili, ma c’è uno zoccolo duro per il quale si può operare solo la custodia - spiega il direttore sanitario di Villa Caterina -. Probabilmente molti di questi potrebbero stare in carcere, purché in condizioni dignitose”. Ma la salute mentale nelle carceri italiane è un diritto negato. Nonostante siano seimila i detenuti che hanno manifestato disturbi psichiatrici, nel 2022, secondo il Rapporto Antigone, solo a 247 è stato garantito un percorso di assistenza e cura psichiatrica.