sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Michela Bompani

La Repubblica, 16 maggio 2025

Entrano da un accesso riservato, nello Spazio Barchetta, progetto unico in Italia: un pool di operatori e educatori aiuta i minori figli di detenuti, che lo Stato non riconosce come soggetti fragili, e supporta anche mamme e papà. Un bambino tiene la mamma per mano: va a trovare papà. Con lei passa attraverso il metal detector, davanti al cane antidroga, sente il frastuono dei cancelli a sbarre che si aprono e chiudono. E poi arriva allo spazio colloqui, nel carcere. Nonostante questo, lo Stato non lo riconosce come soggetto fragile. A Genova, però, c’è un percorso diverso, e unico in Italia, che i minori figli di detenuti fanno per incontrare il proprio papà. Ha appena concluso la sperimentazione e sta per essere diffuso nelle altre case circondariali della Liguria.

All’ingresso, mentre la mamma fa tutte le procedure dei “grandi”, i bambini che entrano nel carcere maschile di Marassi passano in uno spazio tutto per loro, che non solo ha le pareti colorate e giochi e libri e pennarelli, ma dove trovano sempre, 255 giorni all’anno, due operatori di un pool di undici specialisti composto da educatori, assistenti sociali e psicologhe, che li accolgono, giocano con loro, li ascoltano. Parlano anche con le mamme e le aiutano ad accedere alla rete dei servizi, perché è difficile essere genitori soli. E parlano con i papà, perché è complesso continuare a essere genitore in assenza di libertà.

Ispirato allo Spazio giallo di Bollate, precedente italiano che però non prevede attività con educatrici e per gli adulti, “con lo Spazio Barchetta abbiamo voluto costruire un modello d’intervento per i minori figli di detenuti, perché non siano più soli a gestire un processo complicato e traumatico come l’ingresso in carcere - spiega Vanessa Niri, Arci Genova, coordinatrice e ideatrice dello spazio - lo abbiamo fatto in una stanza adiacente all’ingresso di Marassi, con una porta sulla strada, così i bambini entrano direttamente, evitando il trauma degli oltre 40 minuti di procedure di ingresso e creando uno spazio in cui qualcuno pensa ai bambini. Dove ci sono persone preparate che li aspettano, hanno voglia di giocare e stare con loro”. Ogni mese nel carcere maschile di Genova si registrano circa 130 ingressi di minori.

Il progetto, nato prima del Covid, poi interrotto dalla pandemia, ora si fa più grande, germogliando nelle altre case circondariali della Liguria, ed è al centro del seminario “Figli e genitori oltre la detenzione. Modelli d’intervento per aiutare a trasformare la relazione tra famiglie, carceri e territorio”, che da questa mattina alle 9 si svolgerà alla Biblioteca universitaria di Genova, in via Balbi 40.

Lo Spazio Barchetta, proprio per essere efficace con i bambini, lavora moltissimo anche con i genitori: “Gli educatori ascoltano e aiutano le mamme, su problematiche emotive o organizzative, come una banale iscrizione al nido - prosegue Niri - abbiamo coinvolto una rete di oltre dieci realtà del terzo settore per estendere le possibilità di supporto. Non esistono iscrizioni né prenotazioni: chi entra è accolto”. Poi ci sono i papà detenuti, per cui il progetto organizza incontri e gruppi di parola: “E ogni due mesi quello spazio si sposta dentro il carcere, per le giornate genitori-figli, nel campetto o nel teatro interni, per alcune ore di “genitorialità normale”, ogni volta coinvolgiamo cento persone”.

L’ampliamento dello Spazio Barchetta si chiama “La semina dei sogni”, ha come capofila il Cerchio delle relazioni: “Questo progetto rappresenta un’evoluzione importante del lavoro avviato - dice Elisabetta Corbucci, psicologa e coordinatrice del Cerchio delle Relazioni - la nostra azione continuerà a mettere al centro i bambini, troppo spesso invisibili perché non dichiarati o non riconosciuti nei contesti detentivi. Lo faremo su due assi: quello interno al carcere e quello della comunità esterna, coinvolgendo le figure adulte significative, genitori, educatori per riconoscere bisogni e diritti dei bambini”.

La nuova fase del progetto durerà 4 anni, coinvolgendo 500 minori e 400 famiglie liguri. E punta a cambiare pelle: “Crediamo che dopo dieci anni di sperimentazione con i figli dei detenuti sia necessario condividere una metodologia di lavoro sulla genitorialità che consideri i bambini i beneficiari diretti del progetto - sottolinea Niri - avere assistito all’arresto del papà o avere il papà in carcere è una bomba atomica nella loro vita, ma non sono riconosciuti come soggetti fragili in quanto figli di detenuti. Dobbiamo darci strumenti per farlo, come privato sociale e pubblico, dobbiamo riuscire a strutturare un intervento uniforme a supporto della loro situazione traumatica”.