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di Giuseppe Filetto

 

La Repubblica, 26 aprile 2015

 

Se non fosse che il carcere di Marassi "è una scatola di vetro", come ripete il direttore Salvatore Mazzeo, si potrebbe pensare che nelle "case rosse" si mettano in pratica le stesse procedure di Regina Coeli. Anche se lì il pestaggio fu causa di morte di Stefano Cucchi, deceduto il 22 ottobre del 2009 all'ospedale "Sandro Pertini" di Roma. E però l'inchiesta della Procura della Repubblica, affidata al pm di turno Giuseppe Longo, fa capire che Marassi non è il carcere romano, ma qualcosa di dubbio e di grave sicuramente è accaduto, se è stato aperto un fascicolo per lesioni.

Nel fine settimana tra l'11 e il 12 di aprile un detenuto avrebbe denunciato di essere stato manganellato e picchiato a sangue da un agente penitenziario. Tant'è che la stessa direzione carceraria lo ha fatto visitare dai medici della Asl Tre che svolgono servizio all'interno della casa circondariale. Non è chiaro cosa Renato Urciuoli abbia scritto sul referto medico trasmesso alla Procura della Repubblica, tantomeno cosa il responsabile della Struttura di Medicina Penitenziaria abbia dichiarato a Carmelo Cantone, il provveditore alle carceri liguri che ha aperto un'inchiesta interna e negli scorsi giorni nel suo ufficio di viale Brigate Partigiane ha convocato i tre medici che svolgono servizio ed assistono i detenuti. E già, perché sarebbe stato lo stesso direttore di Marassi ad informare l'autorità giudiziaria ed i suoi superiori gerarchici. Compreso il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Della vicenda si tiene il più stretto riserbo, "anche perché i racconti sono tutti da verificare".

Lo dicono anche fonti vicine alla Polizia Penitenziaria. C'è di più: "Sono le solite cose che succedono in un istituto di pena, ma noi non omettiamo nulla ed è nostro interesse che la verità venga a galla", ripetono le guardie carcerarie. "Sì, qualcosa c'è stato, sono stati riscontrati degli ematomi sul corpo del recluso - si limita a dire Luigi Carlo Bottaro, direttore sanitario della Asl Tre - è tutto da accertare se ci sia stata una colluttazione o un fatto accidentale".

Le versioni del detenuto (un italiano piuttosto giovane, molto conosciuto agli organi di polizia, che deve scontare una pena per spaccio di stupefacenti) e quella del secondino sarebbero completamente contrastanti. Il primo avrebbe raccontato ai medici che lo hanno visitato ed allo stesso direttore Mazzeo di essere stato picchiato a colpi di manganello. L'altro, invece, di essere stato aggredito, di essersi semplicemente difeso e di essere rimasto coinvolto nella colluttazione.

Dice una persona vicina al detenuto: "Anche nella morte di Stefano Cucchi il personale carcerario negò di avere esercitato violenza sul giovane ed espresse diverse ipotesi sulla causa del decesso, dicendo che lo stesso poteva essere morto o per conseguenze a un supposto abuso di droga, o a causa di pregresse condizioni fisiche, o per il suo rifiuto al ricovero al Fatebenefratelli". Il sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi dichiarò che Stefano Cucchi era morto soltanto di anoressia e tossicodipendenza, asserendo altresì che il ragazzo fosse sieropositivo.

Successivamente si pentì per queste false dichiarazioni e si scusò con i familiari. Non pare che la vicenda di Marassi sia comparabile a quella del Regina Coeli. Tant'è che sulla vicenda vi sarebbero due distinte denunce, una contraria all'altra. Peraltro, all'accaduto non avrebbe assistito alcuno, quindi non ci sarebbero testimoni. C'è da dire, però, che il detenuto avrebbe denunciato le manganellate.

E non è un dettaglio nel caso in cui i medici avessero accertato traumi o ematomi compatibili con l'uso di questa arma. La normativa carceraria, infatti, ne vieta l'uso, a meno che non sia autorizzato dal comandante delle guardie, Massimo Di Bisceglie, o dal direttore: solo in casi di estrema emergenza, come può essere una rivolta o una rissa impossibile da sedare. Inoltre, i manganelli sono custoditi in armeria. Le cui chiavi, però, sono a disposizione degli agenti di guardia.