di Chiara Cacciani
huffingtonpost.it, 16 agosto 2025
Diversi detenuti del penitenziario di Genova andranno a processo per un reato nuovo di zecca: rivolta in un carcere. Ma la protesta è nata per le sevizie a un loro compagno di cella, trascurate dagli agenti e poi gestite in modo inusuale. L’unica certezza è che la moltiplicazione dei reati non sembra avere alcun effetto deterrente. Il reato di rivolta all’interno di un istituto penitenziario è di quelli nuovi di zecca: approvato ad aprile, fortemente criticato da chi di carcere si occupa abitualmente, è applicabile da giugno. Destino vuole che sarà contestato per la prima volta in quella che è una vicenda complicatissima, capace di svelarne già limiti e debolezze: la protesta violenta che ha coinvolto 80 detenuti a Genova Marassi il 5 giugno scorso.
Senza timore per una volta a utilizzare i superlativi assoluti, il caso è complicatissimo perché anche particolarissimo, a partire dalle motivazioni della protesta: “Non contro una disposizione dell’amministrazione penitenziaria - conferma infatti il procuratore capo di Genova Nicola Piacente - ma come atto di solidarietà verso un detenuto violentato, torturato e seviziato in cella”. Un 18enne appena arrestato per un furto su un autobus e rimasto vittima per tre giorni di violenze brutali da parte di quattro compagni di cella: bruciature con plastica fusa per tatuarlo in modo indelebile sul volto e un altro orrido campionario di torture. Tutto senza che i controlli quotidiani degli agenti di polizia penitenziaria capissero ciò che stava accadendo (un altro aspetto sotto indagine), fino a quando le condizioni di salute del ragazzo non sono precipitate e gli stessi torturatori hanno chiesto l’intervento dei medici.
Il 4 giugno il giovane è stato portato prima in infermeria e poi in ospedale e ha raccontato cos’era accaduto. A quel punto i quattro detenuti coinvolti non sono stati trasferiti (altra anomalia) ma divisi tra due sezioni differenti, sottovalutando l’efficienza del tam tam all’interno del carcere. La notizia si è sparsa velocemente il giorno successivo e è si è trasformata in ribellione a un episodio ritenuto intollerabile e rimasto fino a quel momento chiuso tra le mura del penitenziario.
Ed ecco l’altro punto complicato: sono state ritenute coinvolte nella protesta 80 persone. C’è chi era riuscito a salire sui tetti per richiamare l’attenzione del quartiere e chi aveva provato a sfondare e ad arrivare alle sezioni in cui erano stati trasferiti i quattro. Chi aveva devastato gli arredi delle aule didattiche e chi si era trovato lì per caso.
O ancora chi si era “passivamente” rifiutato di rientrare in cella. Valutare le posizioni personali sarà una delle cose più lunghe e difficili: la norma è piuttosto fumosa ma intanto alla parola “rivolta” si associa anche chi fa resistenza passiva. “Le pene previste (dai 2 agli 8 anni di reclusione) sono draconiane anche per chi si è trovato nel mezzo di questa fiumana - dice l’avvocato Cristiano Mancuso, che difende due degli 80 coinvolti - La notifica degli atti non è ancora arrivata ma la contestazione di rivolta in carcere ce l’aspettiamo. Io credo che qui si parli di rivolta in carcere in modo improprio, oltre al rischio di sparare sul mucchio”.
È quel che sottolinea il Garante regionale delle persone detenute Doriano Saracino: “Una protesta diventa rivolta quando? Anche rifiutarsi di rientrare in sezione è rivolta? A differenza del reato di devastazione, che permette di distinguere le posizioni tra chi danneggia e chi no, stabilire il reato di rivolta in carcere è decisamente più arduo. Alcuni, tra l’altro, si sono ritrovati lì in mezzo mentre rientravano ai piani, dopo l’ora d’aria: come facevi a dissociarti? Insomma, ciò che troviamo nel codice non qualifica la rivolta e qualcuno dovrà dimostrare perché la si ritiene tale”.
Secondo il Garante, un’altra particolarità del caso Marassi è che “tutto si è interrotto spontaneamente quando i detenuti hanno avuto notizia del trasferimento dei quattro e hanno ricevuto prova che il 18enne era vivo. Sarà un processo molto difficile, con 80 difese; e, se saranno appurate responsabilità da parte dell’amministrazione penitenziaria, potrebbe allargarsi a altri soggetti”.
Nel frattempo c’è chi dice che, senza la protesta dei detenuti, chissà quando la vicenda sarebbe emersa. Tutto questo non significa giustificare gli atti compiuti, a partire dalla devastazione degli arredi scolastici. Ma si potrebbe anche riflettere su un fatto generale: la moltiplicazione dei reati o l’aumento delle pene per alcuni di quelli già esistenti, funziona davvero come deterrente? E soprattutto: lo Stato italiano è stato più volte condannato dall’Europa per violazione dei diritti dei detenuti e non sembra voler rimediare. Come può punire un detenuto che protesta contro una violazione della legge.











