di Guglielmina Aureo
Il Secolo XIX, 22 settembre 2026
Esce il 7 ottobre il progetto di Claudio Cabona con regia di Yuri Dellacasa. È difficile immaginare il cielo da una cella. Chi è dentro ne vede piccole porzioni. Ma la musica riesce nelle imprese più ardite, fa scomparire i soffitti viola e, ora, le sbarre. Esce mercoledì 7 ottobre il documentario, girato nel carcere di Chiavari, “Il cielo in una stanza”. Un viaggio dentro le mura, con l’obiettivo di raccontare quanto l’ascolto della musica, in quegli spazi, non sia “una concessione, ma un’opportunità”. Una necessità per immaginare e costruire un futuro diverso, dare nuova direzione a una vita deragliata. È questo il tema del progetto, che nel titolo omaggia Gino Paoli, realizzato nella Casa di Reclusione di Chiavari con un protagonista d’eccezione: Sayf, il rapper genovese che ha conquistato pubblico e critica, dialoga con i detenuti della struttura con sincera semplicità.
Scritto da Claudio Cabona, genovese, autore, giornalista musicale di Rockol e collaboratore del Secolo XIX, e diretto dal regista genovese Yuri Dellacasa, il documentario sarà disponibile sul canale YouTube di Sayf dal 7 ottobre. Cabona e Dellacasa non sono nuovi a stimolanti collaborazioni, basti citare il docufilm “La nuova scuola genovese” che mette a confronto il grande cantautorato ligure con il rap contemporaneo. E, anche qui, il parallelismo trova la sua valenza. A impreziosire l’opera realizzata fra i detenuti, infatti, c’è un tributo speciale a Gino Paoli (che ci ha lasciati lo scorso marzo), autore di uno dei brani simbolo della musica italiana, che dà il titolo al documentario, tracciando il filo conduttore dell’intero racconto.
L’anticipazione della cover de “Il cielo in una stanza” è stata offerta da Sayf durante l’ultima edizione del SantissimaFest al Porto Antico di Genova. Il brano torna anche nel finale del documentario, quando Sayf ne offre una personale interpretazione, accompagnato dalla tromba, in un momento carico di emozione che chiude il racconto nel segno di un omaggio a uno dei grandi classici della musica italiana.
Sebbene l’accesso alla musica negli istituti penitenziari non sia sempre immediato, agevole e scontato, il carcere di Chiavari, grazie a un’amministrazione illuminata rappresenta un’eccezione, ospita da tempo laboratori volti alla promozione della musica anche come forma di terapia e di arricchimento culturale, nella biblioteca della struttura è possibile ascoltare musica. Il progetto di Cabona ha preso forma dopo anni di questi incontri: “Era importante - spiega - che i detenuti potessero far ascoltare a un artista i loro scritti, le poesie, gli affidassero i pensieri. Nel documentario c’è anche un ragazzo che rappa. Sayf era la persona giusta per questo: è molto amato dai giovani e, avendo un’origine mista, parla anche arabo. È stato molto emozionante osservare lo scambio”. Infatti, Sayf nel documentario riflette con i detenuti sul concetto di libertà, ascolta i loro brani rap e porta le loro parole oltre le sbarre, “liberandole” simbolicamente verso una nuova vita. In un contesto come quello carcerario, la musica può diventare uno strumento capace di far riflettere sul proprio vissuto, creare empatia, far viaggiare la mente e costruire connessioni con gli altri. “La musica non salva nessuno ma può diventare una mano che aiuta” sottolinea Cabona. È proprio partendo da questa riflessione che “Il cielo in una stanza” offre uno sguardo profondo sulla vita detentiva, dimostrando come l’ascolto e la pratica musicale non rappresentino un mero svago, ma un potente strumento educativo e riabilitativo. Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo e si inserisce nell’ambito delle attività dell’associazione “Il Cuore di Federico”.









