di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 30 maggio 2021
Sulle mani della vittima tracce di lotta. Detenuto morto a Marassi, interrogati i quattro compagni di cella: "Stavamo dormendo". Sotto analisi la maglia sporca di sangue. Sulle mani di Emanuele P., il detenuto di 41 anni trovato impiccato venerdì mattina in circostanze misteriose all'interno della sua cella della seconda sezione del carcere di Marassi, sono stati trovati lividi, traumi e ferite. Compatibili, viene evidenziato in una nota interna, "con segni di colluttazione".
Ma non solo. I quattro detenuti che si trovavano nella cella stessa al momento della morte di Emanuele (due erano usciti per andare a lavorare), interrogati a lungo dalla sezione omicidi della squadra mobile non hanno certo collaborato alle indagini. E hanno detto "di non aver visto e sentito nulla venerdì mattina".
Nonostante il corpo dell'uomo sia stato trovato accanto al suo letto a castello a pochi metri di distanza da loro. "Stavamo dormendo", è la loro versione, ribadita ai detective della Questura da tutti e quattro. Atteggiamento omertoso quantomeno sospetto secondo gli investigatori. Visto che, secondo il medico legale, Emanuele P. si è tolto la vita intorno alle nove del mattino e un agente della polizia penitenziaria ha messo a verbale di averlo visto "in vita almeno alle 8.45".
A quell'ora è difficile ipotizzare che tutti stessero dormendo e non abbiano visto o sentito nulla. E ancora. Durante il sopralluogo nella cella, la squadra mobile oltre allo sgabello insanguinato ha trovato la maglietta di Emanuele sporca di sangue e nascosta in fretta e furia in un sacco di biancheria. E altra sostanza ematica sulle lenzuola ma non ne ha rinvenuto invece nessuna traccia sulle braccia o sulle mani della vittima. Insomma, come avrebbe potuto compiere un atto di autolesionismo Emanuele senza sporcarsi di sangue? Si chiedono gli investigatori. Spuntano, dunque, altri elementi dalle carte dell'inchiesta che spostano l'asse degli accertamenti verso l'omicidio allontanando l'ipotesi del suicidio.
L'autopsia sul corpo della vittima (prevista per lunedì mattina e affidata al medico legale Sara Lo Pinto), dovrà stabilire dire se Emanuele P. abbia perso o meno conoscenza dopo il colpo alla testa. Per non lasciare nulla al caso, il sostituto procuratore Giuseppe Longo, di concerto con il procuratore capo Francesco Cozzi, dopo aver aperto un'inchiesta per omicidio volontario, ha firmato un ordine di sequestro della cella dove è avvenuta la tragedia. Questo per permettere nelle prossime ore di svolgere un importante esame di polizia scientifica. E si tratta dell'esame del luminol.
"Occorre rendere buio tutto l'ambiente, utilizzare una speciale colla e con luci particolari si riescono a trovare le tracce di sangue" spiega al Secolo XIX una qualificata fonte della polizia scientifica. Questo accertamento insieme all'esame autoptico dovrebbe permettere di chiudere il cerchio. Anche perché il vantaggio negli inquirenti in questo caso sta nel fatto di avere già sia il dna dei quattro detenuti che le loro impronte digitali. Si tratta di una schedatura che viene effettuata su tutti i detenuti. Insomma, nelle prossime ore l'auspicio è quello di capire con certezza cosa sia avvenuto nella cella del carcere di Marassi e se si sia trattato di un omicidio oppure di un suicidio.
Emanuele P., condannato a dieci anni di reclusione per aver compiuto una rapina ai danni di un commerciante in un portone nel centro di Genova, era molto preoccupato per il processo di appello che avrebbe dovuto cominciare nelle prossime settimane. In carcere dopo la condanna di primo grado dall'ottobre del 2019, voleva uscire per vedere le due figlie alle quali era molto legato. Proprio a causa dello stato emotivo di Emanuele, il suo legale Silene Marocco aveva chiesto nelle scorse settimane che il detenuto venisse seguito da uno psicologo.
Erano così cominciati una serie di colloqui che avevano migliorato lo stato di salute psicofisica di Emanuele. "Lo avevo trovato meglio rispetto al passato - ha spiegato al Secolo XIX l'avvocato - tanto che ci eravamo dati appuntamento la mattina della tragedia per incontrarci e preparare l'udienza. Ma quando sono arrivata in carcere mi hanno detto che era successa una disgrazia e il cliente era morto". Emanuele P., già noto alle forze dell'ordine per reati contro il patrimonio, lavorava come artigiano nel campo della compravendita dei metalli.











