di Giorgia Serughetti*
Il Domani, 17 luglio 2026
Negli ultimi anni lo spirito del Genova social forum è ricomparso in movimenti come Fridays for Future, nelle manifestazioni di Non una di meno, in lotte per il lavoro come quella della ex Gkn, nei movimenti proPal. È riemersa la consapevolezza del nesso tra le crisi molteplici del presente e il desiderio di una politica di solidarietà, responsabilità collettiva, uguaglianza per il pianeta intero. Cos’è Genova per noi? Non solo per chi nel 2001 aveva vent’anni, ma per tutte e tutti noi - chi ha passato l’età migliore della vita e chi ha vent’anni oggi e allora non c’era - che osserviamo con orrore il corso intrapreso dalla politica mondiale. Perché tornare ai fatti di allora?
In questi stessi giorni di luglio, venticinque anni fa, un popolo vasto e plurale di attiviste e attivisti si riversava nel capoluogo ligure, destinato a riunire gli otto “grandi”, le maggiori potenze industriali del pianeta, nel periodico summit sul futuro economico globale. Trecentomila persone, tra cui rappresentanti di oltre mille sigle associative, si erano date appuntamento in quelle strade per fare sentire la voce dei “piccoli” del mondo: per protestare contro la violenza del capitalismo finanziario, le iniquità sociali, le devastazioni ambientali generate dal dominio del mercato, le guerre per difendere il profitto; e per gridare il desiderio di un’alternativa, per dire che “un altro mondo è possibile”.
A Genova, il movimento “altermondialista”, nato due anni prima a Seattle contro il WTO, fu represso dalla polizia con una brutalità tale da indurre Amnesty international a parlare di “una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea”. Considerato il prologo di pochi mesi prima, a Napoli, quello messo in scena dalle forze dell’ordine fu un dramma in due atti, capace di uccidere la mobilitazione più ampia degli ultimi decenni, e di traumatizzare una generazione intera. Parlare ancora del G8 di Genova: non è solo questione di memoria La politica del nostro tempo Sono molte le espressioni con cui si è provato a dar conto del significato politico del G8 di Genova: frattura, cesura, spartiacque, tragedia rimossa, baratro morale. L’irruzione di un soggetto imprevisto nel campo da gioco del potere provocò, per un momento, una vera interruzione in uno spazio che il mercato globale pretendeva liscio.
La violenza inaudita della reazione fu mirata al suo annientamento. Si può sostenere che molti tratti della politica del nostro tempo, forte con i deboli e debole con i forti, abbiano avuto a Genova il loro laboratorio. Donatella Di Cesare, nel libro Il dominio e il dissenso (Feltrinelli), descrive un potere “irrigidito in un dispositivo tecnico”, che “non ammette il conflitto all’interno ma lo amministra ai margini”: che rende impossibile o inefficace il dissenso, quando non lo reprime apertamente. Spostando le tensioni verso l’esterno: con l’espulsione del diverso, e con la guerra. Un filo rosso, quello di un potere esecutivo disancorato dal controllo legislativo e refrattario al confronto, unisce la “macelleria messicana” della scuola Diaz, le torture a Bolzaneto, l’assassinio di Carlo Giuliani, al tempo in cui viviamo: alle operazioni assassine dell’Ice negli Stati Uniti, e alle nuove misure repressive contro le giovani generazioni che in Italia vanno sotto il nome di politiche di sicurezza. Si veda l’ultimo decreto “anti-maranza”.
La sospensione, 400 minuti per riannodare i fili su Bolzaneto e il G8 di Genova Sotto la cenere della violenza Eppure, tornare a Genova significa anche scavare sotto la cenere di quella violenza. Significa riandare all’ultimo grande movimento globale universalista, capace di elaborare progetti visionari, scuotere l’immobilismo politico, incrinare la credenza nella mancanza di alternative al capitalismo globale, portando soggetti e istanze differenti a confluire in una piattaforma unitaria, oltre i confini delle identità di gruppo. È anche a causa della repressione di quell’esperienza che i collettivi sociali sono andati facendosi, dopo allora, più frammentati e identitari.
Negli ultimi anni lo spirito del Genova social forum è ricomparso in movimenti come Fridays for Future, nelle manifestazioni di Non una di meno, in lotte per il lavoro come quella della ex Gkn, nei movimenti proPal. È riemersa la consapevolezza del nesso tra le crisi molteplici del presente e il desiderio di una politica di solidarietà, responsabilità collettiva, uguaglianza per il pianeta intero. A quell’esperienza bisogna allora tornare per ripartire: per re-imparare a costruire alleanze all’altezza delle nuove e più dure forme del dominio economico e politico del nostro tempo. Il G8 del 2001 e l’estate in cui pensavamo di cambiare il mondo.
*Filosofa










