di Francesco Li Noce
genovatoday.it, 16 giugno 2025
Dal sovraffollamento al degrado, il report di una visita al carcere di Genova Marassi racconta un sistema in sofferenza. Detenuti psichiatrici isolati, persone malate abbandonate a sé stesse, strutture fatiscenti e servizi sanitari ridotti al minimo. Un viaggio dentro luoghi dove la pena si trasforma in marginalità. Celle sovraffollate, muri pieni di muffa, detenuti malati senza assistenza adeguata e tempi di attesa fino a 50 minuti per ricevere i soccorsi in caso di emergenza.
È il quadro drammatico emerso dal report sulla visita al carcere di Marassi effettuata da Nessuno Tocchi Caino e dalla Camera Penale Ligure, con la presenza del garante dei detenuti, consiglieri comunali e regionali. Lo stesso penitenziario, di recente, è stato teatro di una rivolta scoppiata a causa di uno stupro ai danni di un detenuto 18enne, violentato da quattro compagni di cella.
Nel penitenziario, al momento della visita, erano presenti 684 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 535 posti: un tasso di sovraffollamento del 128%. “Quando si superano le 700 presenze - riferisce la direzione - la situazione diventa ingestibile”. A pagarne le conseguenze sono soprattutto i più fragili, costretti a vivere in condizioni che, in molti casi, rasentano l’abbandono.
Colpisce la storia di C. M., 60 anni, in carcere dal 2019, affetto da gravi problemi di salute. Vive in una cella buia e disordinata, con calcinacci che cadono dal soffitto della doccia, spifferi alle finestre tappati con lenzuola e un bagno in condizioni precarie. Operato nel 2013 per un tumore alla lingua, fatica a deglutire e mangia solo cibo passato col colapasta. È disidratato, privo di piantone e senza assistenza specifica, nonostante sia tutto indicato in cartella clinica.
“Non ha mai fatto una videochiamata, l’ultimo colloquio con la famiglia risale al 2021”, si legge nel report. C’è poi F.R., 48 anni, con una lunga storia psichiatrica: “Sono uno psichiatrico da quando avevo 11 anni”, ha raccontato. Si trova in isolamento da oltre un mese, si autolesiona sbattendo la testa contro il muro, vive in una cella sporca e allagata. Ha detto agli operatori: “L’acqua sul pavimento mi serve per spegnere la testa che scoppia dal caldo”. È sotto diversi farmaci, fuma in continuazione, parla a raffica. Ha la finestra bloccata e una sola coperta.
Anche T.A., 30 anni, piange e minaccia il suicidio. “Non vedo luce nella mia vita”, ha detto. Proviene da Cuneo, vorrebbe essere trasferito vicino alla moglie e al figlio di sei anni. Sta in isolamento ‘precauzionale’, dopo essere stato definito “agitato” e aver chiesto una cella singola. Vive in una stanza con il bagno rotto, acqua che scorre ininterrottamente e i pochi effetti personali sparsi in sacchetti di plastica sul pavimento.
Un’altra storia che fa riflettere è quella di A.B., 41 anni, tunisino, detenuto dal 2016 con fine pena nel 2031. È arrivato a Marassi il 10 ottobre, trasferito da Alessandria “in fretta e furia”, racconta il report, senza neanche avere il tempo di raccogliere i propri effetti personali. Le sue condizioni all’arrivo erano critiche: aveva le mani gonfie perché era rimasto ammanettato per ore, nessuno aveva le chiavi, hanno tentato persino di segare le manette prima di trovare un passe-partout. Presentava un occhio nero, zoppicava per un ginocchio gonfio.
L’ispettore del carcere genovese inizialmente non voleva accettarlo e proponeva di mandarlo al pronto soccorso. Al momento della visita attendeva ancora gran parte dei suoi vestiti, rimasti nel carcere di provenienza. Ciò che indossa (scarpe e giubbotto) gli è stato donato dalla Misericordia. La sua famiglia vive a Livorno e aveva chiesto da tempo un trasferimento in Toscana, per essere più vicino a casa. Ma anche questa richiesta è rimasta senza risposta.
Anche lui è ospitato in una sezione al piano terra, con poca luce naturale e finestre che danno su un muro a pochi metri di distanza. Come tanti altri, vive in uno spazio angusto, in condizioni ambientali che rendono ancora più pesante la detenzione.
In molte sezioni, le celle misurano meno di 10 metri quadrati, come la cella 4 del reparto ex art. 32: 2,25 metri per 4,65, con bagno separato e un lavandino in metallo lungo appena 1,20 metri. Le finestre danno su un muro distante solo quattro metri: luce naturale quasi assente. Nel reparto dei nuovi giunti, un detenuto egiziano asmatico è rimasto due giorni senza coperte.
Un altro ha riferito di non aver potuto effettuare la telefonata di ingresso. Il bagno di una cella è “allegato da giorni” in attesa dell’idraulico, mentre un miscelatore rotto fa arrivare l’acqua dal piano superiore. I muri, in diverse celle, sono coperti da muffa e i detenuti attaccano lenzuola alle pareti per evitare che cadano pezzi di intonaco.
Il carcere ospita sia la Sai (sezione per malati gravi) che l’Atsm (servizio psichiatrico), con guardia medica h24 e sei “medici di famiglia” per le varie sezioni. Ma le risorse sono insufficienti. Ci sono solo due psichiatri fissi e un forte turn-over tra i medici. I detenuti riferiscono che l’assistenza arriva spesso tardi o è inesistente. Un episodio emblematico: un detenuto con problemi cardiaci ha atteso 50 minuti prima che qualcuno intervenisse, dopo essersi sentito male durante la notte.
La situazione è critica anche per i tossicodipendenti: il Serd interno segue 280 utenti, di cui 85 in trattamento metadonico. Molti sono policonsumatori, con dipendenze da eroina, cocaina, crack e alcol. “Qui persone con indole criminale ne abbiamo ben poche - dice il responsabile del Serd - si tratta di persone che hanno bisogno di aiuto”.











