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di Angelo Ferracuti


Corriere della Sera, 19 gennaio 2020

 

C'è una casa di riposo nella capitale tedesca, ospita alcolisti senzatetto, dirottati dalla vita. Qui possono continuare a bere, birra e vodka soprattutto, in una situazione protetta. Li abbiamo incontrati.

C'è un piromane nella Wohnheim, la casa protetta di via Nostizstrasse 6/7 di Berlino, ma nessuno sa chi sia. Provoca piccoli incendi, soprattutto di notte, sempre e solo al primo piano, quando gli altri ospiti dormono i loro sonni agitati. È in quel momento che l'incendiario infido entra in azione nella casa per senzatetto e alcolisti della Chiesa evangelica, qui a Kreuzberg, un quartiere con un'anima popolare, patria degli squatter che occupano le case e dei punk, al confine con la città dell'Est, con una forte presenza della comunità turca. Su lunghe vie ordinate si affacciano palazzi squadrati e ristoranti etnici; a pochi passi, una pompa di benzina, un locale per scambisti sull'altro lato della strada e, accanto, la rivendita di bibite dove molti di loro vanno a rifornirsi di alcol, soprattutto birra a buon mercato, piromane compreso.

Nell'edificio vivono 46 persone, tutti uomini, tra i quaranta e gli ottant'anni, in piccoli appartamenti con dentro tutti i loro ricordi, le rare fotografie e i pochi abiti, le scarpe che possiedono, quello che sono riusciti a salvare dal loro naufragio, quando si sono persi.

Il mattino, quando varco la soglia dello stabile, alcuni ospiti siedono davanti ai tavolini dell'ingresso. Già alle otto è consentito bere, ma solo vino e birra, i superalcolici, quelli si possono consumare solo in camera: questa è la regola. Altri fisicamente più rovinati si trascinano sfibrati nei carrelli e nelle carrozzine, o stanno nel refettorio, seduti chini a bere intorno ai tavolinetti, gli occhi lucidi, i capelli arruffati, unti, le facce intorpidite e le labbra gonfie, le bocche con pochi denti ingialliti, e fumano, fumano di continuo sigarette puzzolenti spesso rollate a mano, che intanfano le stanze, penetrano negli intonaci, un odoraccio che t'insegue ovunque quando sali ai piani.

Sono i "santi bevitori" di Berlino, tutti con storie di disperazione e violenza alle spalle, problemi con la giustizia, alcolisti cronici con fallimenti matrimoniali, gente finita in strada per via dei debiti o dopo aver perso il lavoro. Non tutti salutano, o danno confidenza, certi passano come fantasmi silenziosi in quel luogo di transito, tra la solitudine angosciosa dei loro appartamenti - dove hanno trovato asilo dopo anni di vagabondaggio - e questo ingresso e la via circostante. Tra di loro, seduto su un tavolino all'angolo, c'è Karsten, un testone rasato, il pizzetto biondo rado e la pancia grossa, che fino a due anni fa viveva ancora nomade. Indossa una maglietta logora di colore bordò. Tiene tra le dita ingiallite dalla nicotina una sigaretta che aspira di continuo. Ha le braccia robuste, segnate dalle cicatrici della vecchia vita randagia, affollate di tatuaggi sbiaditi. È un senzatetto che ha vissuto per sei anni e mezzo in strada nella parte orientale, nel Brandeburgo e a Marzahn, non ha più contatti con la sua famiglia, tutti giostrai, "famiglia tabù" bofonchia con disprezzo, strofinando le froge del naso, emettendo un verso sgraziato, "cancellata", aggiunge mentre sorseggia la sua birra. Prima di diventare un barbone è stato in carcere quattordici anni, forse ha commesso un omicidio, ma non vuole parlarne, "il ricordo no - dice confuso - tutti possono finire per strada: prima perdi il lavoro, poi la casa, arriva la depressione, cominci a bere forte...", confessa senza finire di pronunciare la frase. Neanche dei tatuaggi vuole dire niente, non ricorda nulla di quei segni che porta sulla pelle, poi all'improvviso alza la maglietta con entrambe le mani, mi fa vedere al centro del petto il volto di una donna dai capelli lunghi, dice che si è lasciato tatuare in galera per noia. Chi è quella donna misteriosa? Mi guarda senza rispondere, mentre comincia a scolare una nuova birra. Ne ha altre due tatuate, di femmine, lo stesso volto sugli avambracci, destro e sinistro, "sempre la stessa", ammette con un sorriso sbiadito.

Beve molta birra, da adesso fino a quando, stordito, se ne andrà a dormire nella celletta di dieci metri quadrati, che non ha voglia di farmi vedere. Quella che sta bevendo è birra molto economica, ha come marchio un leone, "è prodotta a Frankfurt, nella Germania dell'Est", ne fa fuori sei o sette al giorno; invece una volta, negli anni ruggenti della strada, dice vantandosi, "scolavo anche quattro o cinque bottiglie di vodka al giorno". Mentre continuiamo a discorrere, all'improvviso comincia a tossire forte ripetutamente, senza riprendere fiato, poi dopo un conato inizia a colargli dalla bocca un liquido giallastro, che non riesce a bloccare e cade sulla superficie del tavolino, subito dopo gli scivola addosso, macchiando i pantaloni. Continua a tossire, non smette più.

Del piromane non vuole parlare nessuno, ma sopra la porta del bagno al primo piano sul muro ci sono ancora tracce di fumo; qui sono arrivati diverse volte i pompieri, la struttura è stata temporaneamente evacuata. Certo di tipi strani ne girano parecchi qua dentro, come Oki, il punk anarchico di quarant'anni che odia la polizia ed è stato al fresco per piccoli furti e storie di violenza, o Werner, un cinquantenne magrissimo, la testa piccola e la pelle del viso rubizza che non mangia, ma beve tosto da trenta, con il quale non sono riuscito a parlare perché già alle dieci di mattina aveva alzato troppo il gomito, e non era di buon umore, "un'altra volta", mi ha detto mesto. Oppure Gerhard, un anziano con pochi capelli argentati che gira a torso nudo sulla sedia a rotelle trascinata da un nero taciturno che sta spesso seduto all'ingresso. Lui preferisce trangugiare Korn, una bevanda tedesca che somiglia alla vodka prodotta da un fermentato di semi di cereali, alcol puro di pessima qualità che può essere utilizzato anche come disinfettante per uso domestico.

All'ultimo piano, in una stanza luminosissima con una finestra panoramica che dà sul quartiere, il soffitto con tutti i suoi disegni di simboli di cavalieri medievali, vive da tredici anni beato insieme alle sue chitarre e ai mandolini Ernst Siegfried, soprannominato Eisbär, orso polare, boy scout e hippy, un ottantenne anche lui magrissimo dal viso esangue e gli occhi celesti, malato di cancro, in testa un cappello di raso rosso, che fa parte di un gruppo che in Germania chiamano dei Wandervogel, uccelli che vagano. Si incontrano sotto un ponte, qui a Berlino, suonano, bevono e parlano di viaggi che hanno fatto o che faranno on the road. Sulla porta d'ingresso, al numero 401, c'è scritto il suo motto, carpe diem.

Sangho, l'infermiera tibetana dai capelli nerissimi che sta nella guardiola di fronte alla direzione, mi spiega che bevono tutti e la maggior parte di loro "sono alcolizzati con forme di epatite cronica, ulcere, molti soffrono di depressione, demenza, con vuoti di memoria provocati dall'alcol". Alcuni hanno disturbi della personalità, secondo lei raccontano storie alle quali non bisogna credere, mischiando cose della vita vissuta con quelle che gli sono state raccontate da altri o hanno visto nei film. Una patologia grave è la Sindrome di Korsakov, dovuta all'alcolismo e alla malnutrizione, che provoca amnesie, cambi della personalità, allucinazioni. Alcuni bevono sempre le stesse quantità di alcol, altri lo fanno periodicamente, chi fa uso di superalcolici non riesce a sopportare tutto quel bere ogni giorno.