di Fabrizia Giuliani
La Stampa, 7 agosto 2025
È un groviglio intricato, il caso Almasri. Una storia lunga e terribile che coinvolge Paesi diversi e vede il nostro protagonista, una storia che ha al centro i diritti umani - la loro programmatica e sistematica violazione - la giustizia fino al livello della Corte penale internazionale, la politica - estera e interna - e le istituzioni. Una storia documentata, di cui cominciamo a sapere molto, ma ancora segnata da zone grigie, interrogativi inevasi. Una storia ancora in fieri, segnata fin dall’inizio da scontri aspri tra i Paesi coinvolti ma non solo. Come emerge in queste ore, il conflitto più duro è quello interno ed è di natura istituzionale, investe il rapporto tra governo e magistratura. La fibrillazione che ne deriva si riflette nello scontro politico ma soprattutto nello sconcerto della società civile. Perché il merito, che in questa vicenda sembra il fanalino di coda, pesa. Ed è esattamente il filo che non si deve smarrire per venirne a capo e capire cosa è in gioco in questa storia, tra ciò che vediamo e ciò che non riusciamo a distinguere perché in certe zone d’interesse la luce non arriva mai.
Ma ripartiamo dall’inizio, ossia dal gennaio scorso, quando la Corte penale internazionale dell’Aja spicca un mandato d’arresto per il generale libico Nijeem Osama Almasri, capo della polizia giudiziaria libica, per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella prigione di Mittiga dal febbraio 2011. In quel carcere sotto il suo comando sarebbero stati commessi uccisioni, stupri e torture che non hanno risparmiato nemmeno i bambini. Almasri è in Europa, in quei giorni, le ricostruzioni segnalano un primo viaggio a Londra, con scalo a Fiumicino, poi Bruxelles, Monaco e Torino, dove va per vedere la Juventus e dove viene fermato e arrestato. Due giorni dopo viene rilasciato un errore di procedura: l’Aja non aveva trasmesso gli atti per tempo al Guardasigilli. Almasri torna con un volo di Stato in Libia: l’immagine del largo sorriso all’atterraggio a Tripoli e della piccola folla in festa sono sui siti di tutto il mondo.
Il rimpatrio del comandante produce un moto di proteste, insorge l’opposizione e la Cpi. Il governo parla invece di espulsione, provocata dalla “pericolosità del soggetto” e polemizza con l’Aja. La procura di Roma apre un’inchiesta che investe la premier e il governo - Piantedosi, Nordio e Mantovano - accusati di favoreggiamento e peculato. E siamo all’oggi: l’archiviazione di Meloni che difende i membri del governo, assumendosi ogni responsabilità.
Il merito, dicevamo. Lo ha mostrato ieri Camilli su queste pagine, raccogliendo la testimonianza di Lam Magok, rifugiato originario del Sudan, costretto per 5 anni nelle carceri libiche, che porta sul corpo i segni della prigionia a Mittiga e degli abusi di Almasri. Come altri, si chiede cosa ne è della giustizia, davanti alla scelta del rimpatrio. Se lo chiedono in molti, davanti alle zone oscure della Realpolitik e alle scelte del governo.
Ma il punto che Magok mostra è che non usciamo dai grovigli, dalle ambiguità, dalla debolezza nazionale - chiamiamola per nome - finché non si affronta con chiarezza la questione migratoria. Questo è l’elefante nella stanza, il nodo politico tenacemente ignorato, la radice della fragilità. Sarebbe tempo di comprendere che non possiamo più permetterci di farlo, che piegare il tema alla sola logica del consenso va contro l’interesse nazionale, ci rende ostaggi. Se le zone d’ombra un tempo erano tollerate, accettate, oggi non lo sono più: l’opinione pubblica riconosce il merito e rifiuta di arretrare nella difesa nell’umanità.











