di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 16 luglio 2026
Sul carcere bisogna “costringere le istituzioni a rispettare la legge”: altrimenti rischiamo di replicare “l’atteggiamento del suddito” che implora la “benevolenza del sovrano” anziché comportarci da “cittadini che il rispetto della legge lo pretendono”. Così Gherardo Colombo dopo la visita di “Alleanza per l’articolo 27” in 36 carceri di 29 città italiane. Sul carcere non bastano gli appelli, bisogna “costringere le istituzioni a rispettare la legge”: altrimenti rischiamo di replicare all’infinito “l’atteggiamento del suddito” che implora la “benevolenza del sovrano”, anziché comportarci da “cittadini che il rispetto della legge lo pretendono”. Così Gherardo Colombo, che ormai da molti anni il carcere lo frequenta come volontario.
E la sua riflessione arriva a rafforzare le tante testimonianze raccolte al termine dell’iniziativa promossa da “Alleanza per l’articolo 27” che nella giornata del 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia, ha portato in 36 carceri italiane oltre 350 esponenti della società civile per “vedere” con i propri occhi - e raccontare all’esterno - come stanno le quasi 65 mila persone detenute nel nostro Paese: attualmente 18 mila in più rispetto ai posti disponibili, con 116 morti dall’inizio dell’anno di cui 33 per suicidio.
Del resto già alla vigilia di questa iniziativa non ne erano mancate altre provenienti dalle istituzioni medesime o almeno da alcuni pezzi di esse, magistratura compresa. Per esempio quella di metà giugno - che da sola merita un riassunto complessivo - quando il Gip di Firenze aveva disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano a causa delle gravissime condizioni igienico-sanitarie e strutturali dell’istituto. Il sequestro avrebbe comportato come conseguenza l’immediato trasferimento di circa 200 detenuti in altre carceri. Naturalmente già sovraffollate a loro volta.
Il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria avevano presentato ricorso, ma il Tribunale del riesame fiorentino lo ha respinto. Solo che contestualmente ha lasciato al Dap la decisione su come, dove e quando trasferire i detenuti coinvolti. Allora il provveditorato regionale del Dipartimento ha revocato l’ordine impartito nei giorni precedenti alle direzioni delle carceri toscane, sostituendolo con una nuova circolare che parla di interpretazione “equivoca” e però esclude che i nuovi giunti eventuali possano essere sistemati in “materassi a terra” o brandine. Vedremo le prossime imminenti puntate.
Nel frattempo anche gli avvocati della Camera penale milanese hanno emesso un documento per chiedere alla magistratura del capoluogo lombardo - dove i problemi di sovraffollamento sono drammatici come quelli di tutte le altre carceri italiane - di prendere una posizione forte sul tema seguendo l’esempio dei colleghi magistrati di Firenze. Poi l’iniziativa di Alleanza per l’articolo 27, conclusa con un elenco di richieste: da un provvedimento che consenta telefonate quotidiane almeno ai detenuti in media sicurezza fino alla scarcerazione di almeno diecimila persone da inviare a misure alternative nei prossimi due mesi.
La riflessione di Colombo a questo punto non è solo di merito ma di metodo: “Di fronte a questa evidente inosservanza, da parte delle istituzioni, della Costituzione quindi delle regole secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, io mi chiedo se per chiedere che tali regole vengano rispettate abbiamo a disposizione come unico strumento quello di rivolgere appelli, petizioni, istanze pubbliche alle stesse istituzioni che di quelle regole dovrebbero garantire il rispetto. E mi chiedo se invece non esistano altri strumenti che quel rispetto lo impongano”.
Ma Gherardo Colombo vuole essere ancora più chiaro. “Traduco: siamo sicuri - dice - che non esistano strumenti legali per costringere le istituzioni a rispettare la legge?”. Nel senso - traduciamo a nostra volta - che per esempio il reato di omissione di atti d’ufficio (art. 328 del Codice penale) esiste e punisce “i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che si rifiutano, omettono o ritardano indebitamente di compiere un atto dovuto del proprio ufficio”: quindi perché non denunciare le istituzioni che a tali doveri non adempiono? “Non vorrei - è la risposta di Colombo - che a volte prevalesse in molti di noi un atteggiamento da suddito, uso a cercare la benevolenza del sovrano, piuttosto che l’atteggiamento del cittadino. Cioè di colui che il rispetto dei diritti fondamentali, garantiti dalla Costituzione, non lo chiede: lo pretende”.










