di Raffaella De Santis
La Repubblica, 6 aprile 2026
Lo scrittore bestseller debutta con un saggio nell’editoria per giovanissimi. Il suo nuovo saggio pubblicato da Mondadori è pensato per adolescenti o giù di lì ma può essere una lettura anche per adulti, utile senza dubbio a genitori e insegnanti. Un manuale che stimola a mettersi in gioco non puntando su regole astratte ma sulla forza del pensiero e delle parole. Uscire dal proprio ego è il primo passo. L’altro è imparare ad ascoltare, quindi a vedere. Il titolo “Accendere i fuochi” (Mondadori) recita una frase famosa attribuita a volte a Yeats altre a Plutarco: “L’istruzione non è riempire i secchi, ma accendere i fuochi”. Carofiglio, al suo debutto nella letteratura per ragazzi, è tra gli ospiti più attesi della Bologna Children’s Book Fair.
Nel libro ricorre la parola sogno. L’educazione pecca di schematismo?
“Bisogna riscoprire l’immaginazione. Immaginare qualcosa dà una direzione, un senso di passione, un progetto di comunità. Mi interessa l’idea dell’istruzione come azione viva volta a cambiare il mondo. Questo non significa che le nozioni non servano ma che non ci si può ridurre ad accumulare solo blocchi di sapere. È necessario mettere in moto un meccanismo creativo. Il mondo cambia quando cambiamo noi stessi”.
Negli ultimi anni non sono mancate le critiche ai giovani, considerati bamboccioni, pigri, viziati, indifferenti...
“Sono sempre le solite storie di cui tutte le generazioni si sono nutrite dicendo “noi eravamo diversi”. Un modo per sentirsi migliori accusando di abulia i figli. La trovo una cosa insopportabile. È vero che i ragazzi sono spesso lontani dalla politica tradizionale, quella dei partiti politici, ma sono vicini all’attivismo, hanno passioni. Semmai il tema è un altro: spetta ai partiti stimolare nuove emozioni. In generale è necessaria una politica che sia capace di uscire dai riflessi condizionati, dal piccolo cabotaggio un po’ miserabile, e sia capace di prospettare il futuro. Una politica che sia allegra, vivace, non triste”.
Nel saggio cita una bella frase di Salvador Allende: “Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione perfino biologica”...
“Rivendico per i ragazzi il diritto a essere rivoluzionari in servizio permanente effettivo. È biologico, è etico, è umano”.
E lei che giovinezza ha avuto?
“Io ero un grandissimo sfigato. Ero solo, inadeguato, goffo fisicamente e nelle relazioni con le persone. La mia trasformazione è stata decidere di cambiare. Uno dei ricordi più nitidi della mia adolescenza, almeno fino ai sedici anni, sono le giornate passate con un mio amico: mentre gli altri si divertivano, andavano alle feste, conoscevano ragazze, noi passavamo ogni sabato pomeriggio al cinema in due. A quel punto iniziai a pensare come uscirne e che cosa fare per essere apprezzato e desiderato. La soluzione fu esercitarmi a fare ridere per rendermi simpatico”.
Fare ridere?
“La mia emancipazione è passata per la capacità di fare ridere e per le arti marziali”.
A proposito di arti marziali. Il messaggio portante del libro è che la lotta e la gentilezza possono convivere...
“Mi interessa la gentilezza come virtù di combattimento: è una strategia per affrontare il conflitto, che è inevitabile nelle nostre vite, ma in modo non distruttivo, riducendo al minimo il tasso di brutalità. La gentilezza non ha a che fare con le buone maniere, le carinerie, la cortesia. Tutte doti apprezzabili ma intendo altro. Nel libro Della gentilezza e del coraggio spiego che non mi interessa la mitezza come remissività, né l’idea che ne aveva Norberto Bobbio. La gentilezza è una forma di forza e non qualcosa di superficiale. A volte essere gentili significa essere netti. Be kind, don’t be nice, essere gentili, non carini, mi pare una sintesi efficace”.
Non ce l’avrà anche lei con il buonismo?
“Per Gramsci vivere significa assumersi responsabilità, non essere indifferenti. Chi si racconta come vittima sceglie una posizione comoda. Molti dei disastri della storia non dipendono dall’azione dei malvagi ma dall’inazione dei cosiddetti buoni”.
Più volte torna l’invito a essere disobbedienti. Cita Don Lorenzo Milani, la “Lettera ai giudici”, dove l’obbedienza è definita “la più subdola delle tentazioni”...
“Bisogna rispettare le regole e nello stesso tempo imparare a disobbedire. Può sembrare un paradosso ma non lo è. L’anarchismo sgangherato è una cosa stupida, ma è importante capire quando le istituzioni si approfittano del sistema di regole formali per le varie forme di oppressione”.
Molte sopraffazioni passano per il linguaggio, spesso legato a cristallizzazioni del passato o a forme di aggressività oggi molto pervasive. Sui social, dove i ragazzi trascorrono gran parte delle loro giornate, circola molta rabbia...
“Dare il nome giusto alle cose può essere, come diceva Rosa Luxemburg, un gesto rivoluzionario. Il primo passo in questa direzione consiste nell’eliminare la violenza del linguaggio, la falsità, la manipolazione. Certi temi dovrebbero essere al centro di un orizzonte di pedagogia etica e democratica. Imparare ad avere cura delle parole significa avere cura delle emozioni, dei sentimenti e della vita comune”.
Lei sostiene che di fronte a una battuta razzista, sessista, omofoba non bisognerebbe ridere. Ma la consapevolezza che il linguaggio può ferire è stata etichettata dai detrattori come woke in senso dispregiativo.
“E invece è proprio lì che si esercita il diritto alla ribellione. Se non ridi, se non partecipi, eviti di cadere nella trappola del conformismo, dell’aggressività. Le strutture nascoste dell’oppressione sono sempre strutture linguistiche. Il filosofo del linguaggio Brice Parain ha detto che “le parole sono pistole cariche”, per questo bisogna maneggiarle sempre con circospezione. Hanno il potere di fare malissimo come di cambiare la realtà in meglio. Sono l’intelligenza in azione, che ha a che fare con la possibilità di operare direttamente sul mondo e trasformarlo”.
Il rischio oggi per gli adolescenti è sentirsi schiacciati dall’ossessione della performance. Lei scrive invece che per liberarsi delle trappole sociali il primo passo è accettare le proprie debolezze…
“Accettare la nostra fallibilità ci permette di muoverci nel mondo in modo più fluido, più capace di cogliere la complessità, le sfumature. Vedere le proprie fragilità vuol dire uscire da sé, aprirsi agli altri, guardare oltre la narrazione grandiosa di noi stessi. C’è una dimensione etica ed epistemologica nel riconoscere i propri limiti. Molti studiosi ritengono che la qualità intellettuale più importante sia la metacognizione, cioè la capacità di guardare dall’esterno e giudicare in modo critico la propria prestazione intellettuale. Qualità che manca a tantissime persone di enorme intelligenza”.
La natura di questo sguardo plurale è il cardine di un pensiero democratico?
“Il fatto di contemplare più punti di vista, più verità, più rappresentazioni del mondo, è il tessuto connettivo della democrazia, che nella sua sostanza è accettazione della diversità, rispetto, coesistenza di posizioni differenti”.











