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di Sergio D’Elia

Il Riformista, 28 ottobre 2022

In Giappone i reclusi nel braccio della morte sono impiccati con poche ore di preavviso. Famiglie e legali informati a cose fatte. “Non disturbiamo la loro stabilità emotiva”, la scusa. È il governo infatti a non voler essere disturbato.

La pena di morte è ormai considerata un ferro vecchio della storia dell’umanità. È un ferro arrugginito e per ciò tutti stanno attenti a maneggiarlo: tantissimi Stati l’hanno cancellata dai codici; alcuni non la usano più da decenni; altri si vergognano a usarla e la praticano in segreto; altri ancora l’hanno mascherata con il “fine pena mai”, l’ergastolo senza via d’uscita; in altri luoghi, come da noi, è il carcere, l’istituto strutturale della pena, a compiere l’opera mortifera.

Mentre il mondo tende all’abolizione, il Giappone si ostina a praticarla, ma come una vergogna la copre con un manto di incertezza e segretezza. Non solo l’opinione pubblica, gli stessi condannati nel braccio della morte sono tenuti all’oscuro: la prima la scopre dopo il fattaccio, i secondi qualche ora prima di essere appesi per il collo.

Fino alla metà degli anni 70, i condannati a morte e le loro famiglie sono stati informati delle esecuzioni il giorno prima. Oggi, le notifiche arrivano ai detenuti con una o due ore di preavviso; le famiglie e gli avvocati vengono a conoscenza della loro impiccagione solo dopo che è avvenuta. Il governo ha spiegato in parlamento e altrove che notificare in largo anticipo il giorno e l’ora della morte disturberebbe la “stabilità emotiva” del detenuto che verrà giustiziato. David Johnson, un professore dell’Università delle Hawaii, esperto del sistema capitale nel Paese del Sol Levante, ha definito il metodo di esecuzione giapponese un “attacco a sorpresa (damashi-uchi)”. Lo scopo della segretezza è proteggere “il potere del Ministero della Giustizia di decidere chi morirà e quando - e con poche discussioni pubbliche. In altre parole, questa pratica riguarda la conservazione delle prerogative del potere. Non vi è alcuna giustificazione di principio”.

Nel novembre dell’anno scorso, due detenuti avevano annunciato una causa contro il modo in cui le autorità giapponesi applicano la pena di morte. I loro nomi non sono stati resi noti. Il team legale teme ritorsioni. Potrebbero essere giustiziati in qualsiasi giorno, per un motivo sconosciuto. Il 13 gennaio di quest’anno sono cominciate le udienze, che continuano, presso il tribunale distrettuale di Osaka. Gli avvocati difensori Yutaka Ueda e Takeshi Kaneko hanno presentato documenti e testimonianze toccanti.

“Quando l’addetto della prigione apre la porta della cella e annuncia l’esecuzione, il prigioniero viene immediatamente preso, legato, ammanettato e portato con gli stessi vestiti sul posto delle esecuzioni, dove viene impiccato con un cappio”, ha scritto agli avvocati il detenuto del braccio della morte Hiroshi Sakaguchi.

Un’altra testimonianza, contenuta in un nastro audio registrato nel 1955, racconta le ultime ore di un prigioniero senza nome in un’epoca in cui i termini di preavviso erano più lunghi. Si capisce che l’uomo riceve tre giorni prima la notifica della sua esecuzione e trascorre il tempo salutando affettuosamente i detenuti e la sorella in visita, che singhiozza. Il nastro include il rumore dell’uomo che viene impiccato mentre i monaci buddisti cantano i sutra.

L’avvocato Yoshikuni Noguchi era presente a un’esecuzione al Tokyo Detention House nel 1971 come ufficiale penitenziario. Il detenuto aveva appreso della sua esecuzione il giorno prima. Quel giorno ha incontrato la sua famiglia e ha scritto delle lettere. Noguchi ha ricordato che il detenuto sembrava calmo quando ha detto alla sua famiglia: “Sono consapevole del mio crimine. È naturale per me prendermene la responsabilità. Non siate tristi”.

Proprio alla fine dell’udienza di gennaio, l’avvocato Takeshi Kaneko ha menzionato tre detenuti nel braccio della morte che erano stati giustiziati il 21 dicembre 2021, dopo che i due querelanti avevano intentato causa. Anche loro, come se fossero mucche o maiali portati al macello, sono stati avvisati all’ultimo momento, condotti alla camera dell’esecuzione dove gli hanno stretto una corda intorno al collo. Questo modo di fare nega ai detenuti anche la possibilità di contattare un avvocato e, quindi, il diritto di appello. Alcuni prigionieri hanno trascorso più di un decennio nel braccio della morte prima di essere uccisi in una data arbitraria. Almeno un prigioniero è stato giustiziato mentre era in corso un appello, ha ricordato Kaneko.

Il ministero della Giustizia annuncia il nome e il crimine commesso dal prigioniero ma nient’altro, citando regole di riservatezza e privacy. La segretezza significa che non c’è dibattito pubblico in Giappone sulla pena di morte o su come venga applicata. La causa legale in corso non mira certo a rovesciare la pena di morte. Può renderla però meno crudele. Se il Giappone adottasse un maggiore preavviso, potrebbe consentire ai prigionieri, prima della morte, almeno un piccolo segno di vita e di amore: un’ultima cerimonia del tè e la possibilità di scrivere poesie haiku, vedere le famiglie, comunicare i loro sentimenti, scrivere lettere a persone che gli hanno voluto bene.