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di Emanuela Audisio

La Repubblica, 10 aprile 2023

I pugili sono sempre colpevoli perfetti. Aggressivi per professione. Tra chi fa il pasticciere e chi sale sul ring in pochi hanno dubbi. Vuoi non sospettare di loro? Spesso gente semplice, incapace di difendersi fuori dal quadrato (e qualcuno nemmeno dentro). Prendete Iwao Hakamada, ex peso piuma giapponese, che oggi ha 87 anni. Il Guinness World Records nel 2011 ha certificato il suo primato, quello di essere il condannato a morte più longevo. Dead man walking dal 1966. Il detenuto rimasto per più tempo al mondo in attesa della sua esecuzione. Iwao, rilasciato nel 2014, si è fatto 48 anni in galera di cui 30 in isolamento.

Quasi mezzo secolo dietro le sbarre. È entrato in carcere da padre di due bambini, ne è uscito da vecchio, pieno di fobie, ormai incapace di intendere. Se su Rubin Hurricane Carter sapete tutto, grazie a Bob Dylan e a un film famoso, la storia del detenuto recordman per cui si sono mobilitati in molti (anche Amnesty) è meno conosciuta. La buona notizia è che a metà marzo l’Alta Corte di Tokyo ha autorizzato la revisione del suo processo. Dopo 57 anni, non male. In Giappone saranno puntuali i treni, come anche la Shinkansen, ma si vede che la levitazione magnetica usata per l’alta velocità non funziona nella giustizia.

Nel ‘66 Hakamada ha 30 anni e ha già smesso di combattere (non è stato un fenomeno), lavora in una fabbrica di miso, il 30 giugno un incendio distrugge la casa di uno dei capi. Quando spengono le fiamme si accorgono che ci sono quattro cadaveri: il boss, la moglie e due figli. E che prima sono stati accoltellati. Mancano anche 200 mila yen. L’ex pugile viene fermato ad agosto. Lo interrogano per 264 ore, dalle 12 alle 16 ore al giorno, in una stanza calda, senza aria condizionata. Non può bere né andare a fare i suoi bisogni, gli concedono di parlare con l’avvocato tre volte, per sette, dieci, quindici minuti. Lo trattano duramente. “Ero sdraiato a terra, dolorante, mi hanno piegato il braccio, dato calci, e costretto a firmare una confessione già scritta”. Esausto, dopo 21 giorni, ammette il delitto. Lo sterminio di una famiglia ha finalmente un colpevole. Al processo Iwao ritratta: “Mi hanno torturato”.

Direte: le prove del suo coinvolgimento? Un pigiama con qualche goccia di sangue e tracce di benzina. Primo dubbio: uccidi quattro persone in una casa che non è tua in pigiama? Ah sì, l’arma del delitto. Un coltello da frutta, la cui lama, nonostante le molte pugnalate (dalle 6 alle 15 per ogni corpo) non si è rovinata. Insomma, altri dubbi. Guarda caso, 14 mesi dopo il crimine, in una botte del miso, condimento a base di soia fermentata, trovano un resto di maglietta e di pantaloncini con tracce di sangue scuro, ma colori ancora chiari. La taglia non è quella di Iwao, ma dice l’accusa sarà perché con il tempo si è ristretta nella cisterna di soia. Allora perché i colori no? Nuova ipotesi: Hakamada prima ha ucciso e poi si è messo il pigiama (che però scompare dalla scena). Iwao dalla prigione scrive 5 mila lettere, anche alla madre, ribadisce con senso poetico che non è stato lui: “Prego e spero che le mie parole vi arrivino attraverso i venti di Shizuoka”.

Nel ‘68 tre giudici lo condannano a morte e sgridano la polizia per i metodi violenti: “Non si ottengono le confessioni così”. Vero, ma nemmeno i processi si fanno così. La Japan Pro Box Association protesta: “Il vostro è un pregiudizio contro i pugili, non avete prove”. La difesa fa ricorso, ma nell’80 la pena viene riconfermata, tre giudici lo condannano a morte. Nell’81 Iwao cambia il team di avvocati e chiede la revisione del caso: il coltello è troppo piccolo per aver inferto quelle ferite, la porta attraverso la quale Hakamada sarebbe entrato nella casa era chiusa a chiave, gli abiti trovati non sono della sua misura. La Corte di Shizuoka nel ‘94 gliela nega. Ci mette tredici anni per dire no. Lui intanto scrive al figlio: “Proverò che sono innocente, romperò le catene di ferro e tornerò da te”. Illuso. Resta nel braccio della morte, ogni giorno in attesa della fine, ma non viene giustiziato perché il ministro della Giustizia si rifiuta di firmare l’ordine. “Troppe incongruenze”.

Nel 2006 la difesa avanza una nuova richiesta di revisione. A marzo 2007 il giudice Kumamoto, uno dei tre che hanno emesso la sentenza, si dimette e rivela che ha sempre ritenuto Hakamada innocente. “Forse avrei dovuto parlare prima, mi dispiace non essere riuscito a convincere i miei due colleghi, andrò personalmente in carcere a portare le mie scuse”. Glielo vietano. E lo incolpano anche di rivelare notizie sul sistema giudiziario solitamente segreto e sulla disumanità degli interrogatori. Riparte una campagna di opinione, vi partecipano anche il pugile americano Rubin Hurricane Carter, che si è fatto ingiustamente 20 anni di galera, e l’attore inglese Jeremy Irons che si batte per “the world’s longest-serving death row prisoner”. Lo stesso giudice Kumamoto chiede un nuovo processo. Nel 2008 l’Alta Corte nega la richiesta: “Non ci sono dubbi sulla colpevolezza di Hakamada”.

Già, il 10 marzo 2011, giorno del suo 75esimo compleanno, Hakamada diventa il campione dei condannati a morte, il più duraturo. Ha vinto il titolo, quello che non gli era riuscito sul ring. Nel 2012 gli prelevano un campione di sangue per un test del Dna da confrontare con la traccia trovata sulla maglietta dell’assassino. Non corrisponde.

Un ex poliziotto che seguì le indagini rivela: “Quattro giorni dopo il fatto esaminammo quella botte di miso con un lungo bastone, non trovammo niente, strano che un anno dopo abbiano scoperto resti di indumenti”. Iwao a marzo del 2014 viene rilasciato, la Corte motiva: “Prove fabbricate, mantenere un 78enne in carcere in attesa del nuovo processo è insopportabilmente ingiusto”. Diventa così il sesto condannato a morte giapponese a cui viene concesso il diritto di tornare in tribunale (quattro dei cinque sono stati assolti).

Ma non può festeggiare, viene subito portato in ospedale. Diabete, ma soprattutto non ci sta più con la testa, è psicotico. Se per oltre 40 anni il tuo giorno può essere l’ultimo, è il minimo. A giugno 2018 l’Alta corte di Tokyo ribalta la sentenza che ha rilasciato Hakamada: il test del Dna non è ammissibile, il caso torna alla Corte Suprema (il quarto grado di giudizio nel sistema legale giapponese), che lo rinvia all’Alta Corte che tre settimane fa ha deciso: Hakamada merita un nuovo processo.

Sapete chi ha lottato meglio di un pugile in questa eternità di tempo per lui? Sua sorella Hideko, novantenne, che lo ha accolto a casa (madre e fratello sono morti). Grazie per la pazienza, Iwao a 87 anni attende: non è stato ancora assolto. Dice la sorella che lui cammina per ore nella stanza avanti e indietro. “Come stesse ancora in cella”. Hurricane Carter titolò il suo libro “Il 16esimo round”. Quello che non esiste. Quello del pregiudizio contro i pugili.