di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 12 novembre 2021
La drammatica storia della studentessa del Sri Lanka Wishma Sandamali. La ragazza scompare a 33 anni "uccisa da stress e consunzione" Proteste nel Paese contro le durissime leggi anti- immigrati.
Un caso drammatico sta svelando il volto sinistro del Giappone in materia di immigrazione. Il paese del Sol Levante infatti è ben lontano dalle stereotipate immagini di una nazione moderna, dedita al lavoro e alla tecnologia. Le cerimonie e la riservatezza dei suoi abitanti non si sposano infatti con l'accoglienza di migranti e richiedenti asilo. A far gettare la maschera è stata la morte, avvenuta nel marzo scorso, di una donna dello Sri Lanka, Wishma Sandamali di 33 anni.
L'odissea inizia nel 2017 quando arriva in Giappone con un visto per studenti nel 2017, lo scorso anno chiese aiuto dopo aver subito violenza domestica ma invece di ricevere sostegno dalle autorità venne arrestata e posta in detenzione presso l'Ufficio Regionale per l'Immigrazione di Nagoya. La ragione, secondo quanto riferiscono i legali e la famiglia di Sardamali è che il suo visto era scaduto.
E proprio mentre si trovava in prigione la donna è morta in circostanze che hanno spinto martedì i familiari a sporgere una denuncia contro diversi alti dirigenti, compreso il capo della struttura di detenzione in cui era detenuta, insieme agli ufficiali in carica il giorno della sua morte. Una mossa legale che può avere lo scopo di spingere i pubblici ministeri a esaminare ulteriormente le vere cause del decesso. Wishma Sandamali infatti avrebbe perso la vita per consunzione, cioè a causa di un fortissimo stress che ne ha progressivamente deperito le difese. Una tesi che sarebbe avvalorata anche dalle testimonianze di alcuni attivisti che la visitarono in carcere fino al giorno della morte.
La condotta dell'Ufficio immigrazione dunque sarebbe apparsa altamente dolosa. Ciò è stato confermato anche da un rapporto stilato da un'agenzia governativa incaricata di investigare sul caso che, già in agosto, ha riscontrato come i funzionari dell'immigrazione non avessero condiviso i dettagli sulle condizioni della ragazza e non fornendo cure mediche adeguate. Tutto ciò legato da uno scarso rispetto dei diritti umani da parte del personale carcerario. Il caso tragico sta suscitando un'ondata massiccia d'indignazione in Giappone.
In molti sono scesi in piazza per protestare e chiedendo maggiori informazioni sulla vicenda. Ripetute manifestazioni sono scoppiate anche a Nagoya, Tokyo e Osaka. Una petizione, diffusa da studenti e gruppi di sostegno per gli immigrati, che chiedeva la pubblicazione di tutte le riprese delle telecamere di sicurezza del carcere (che avevano catturato gli ultimi istanti di vita della donna srilankese), è riuscita a raccogliere più di 93mila firme. E proprio dai video, consegnati ai familiari e agli avvocati, è emerso che le autorità per l'immigrazione non avevano agito prontamente quando le condizioni di salute di Wishma Sandamali si stavano palesemente aggravando.
Un dettaglio su tutti, la mancata chiamata di un'ambulanza sebbene la ragazza apparisse sempre più debole e insensibile nei giorni precedenti la sua morte. Sebbene la donna non fosse una richiedente asilo il suo caso ha messo in luce il complesso rapporto dello stato Giapponese con chi arriva in cerca di aiuto. A causa delle proteste popolari infatti è stato ritirato in Parlamento un controverso disegno di legge che avrebbe reso più facili le espulsioni. Attualmente non esiste un limite per il numero delle domande di asilo che si possono presentare, qualora però la norma più restrittiva andasse in vigore si potrebbe sottoporre richiesta in non più di due occasioni. Eppure le normative giapponesi sono già fortemente severe, un atteggiamento che fa si come non più dell'1% dei richiedenti venga accettato ogni anno. Una percentuale significativamente inferiore rispetto ad altre nazioni come gli Stati Uniti e i paesi europei in cui i tassi di accettazione sono compresi tra il 30% e il 40%.









