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di Cristian Martini Grimaldi

La Repubblica, 20 novembre 2022

L’uomo era in stato di fermo dal 25 ottobre perché con permesso di residenza scaduto. Negli anni sono state numerose le proteste da parte di gruppi umanitari per le condizioni di detenzione di immigrati in Giappone

Si sarebbe auto-folgorato manomettendo un cavo televisivo mentre era detenuto nella sua cella in un centro di detenzione per Immigrati a Tokyo. E successo a un 50enne italiano venerdì mattina. Il cittadino italiano era in stato di fermo dal 25 ottobre perché con permesso di residenza scaduto. Le autorità giapponesi non hanno rivelato il nome della persona deceduta.

Gli stranieri senza permesso di soggiorno che non riescono ad ottenere l’estensione del visto vanno solitamente incontro a due strade, il rimpatrio o la detenzione. Nel 2020 sono stati rimpatriati 5450 stranieri dal Giappone, mentre 3.378 hanno ricevuto un’estensione straordinaria del permesso di soggiorno a tempo determinato. Attualmente vi sono 164 stranieri detenuti in tutto il Paese, mentre solo a Tokyo, dove è deceduto il 50enne italiano, sono 43, provenienti per lo più da Nigeria, Brasile, Iran e Cina. Ad Osaka i detenuti sono 21, di cui più della metà (12) vietnamiti. 

Le accuse di maltrattamenti - Negli anni passati sono state numerose le proteste da parte di gruppi umanitari (come ‘Bond’ nato per iniziativa di studenti universitari e ‘Nyukan Alliance’) nei confronti dei famigerati Shutsu-nyukoku zairyu-kanrikyoku, ovvero le strutture di detenzione di immigrati in Giappone, per via dei maltrattamenti che hanno spesso condotto alla morte dei reclusi. L’italiano è infatti la 18esima persona ad essere deceduta nelle strutture di immigrazione giapponese dal 2007. Sei di questi sarebbero morti per suicidio.

Uno dei casi che ha destato maggiore scalpore mediatico negli ultimi anni è quello della 33enne Wishma Sandamali proveniente dallo Sri-Lanka. Arrivata in Giappone nel 2017 con un visto per studenti, si è poi ritrovata nel bel mezzo della pandemia di covid ad essere detenuta in una struttura di detenzione per immigrati a Nagoya a partire dall’agosto 2020 perché con permesso di residenza scaduto. Si era recata lei stessa alla polizia per denunciare abusi e violenze da parte del proprio ragazzo.

Il caso della 23enne dello Sri-Lanka - È poi morta nel centro dopo aver sofferto per un mese di disturbi corporali, tra cui vomito e mal di stomaco, senza ricevere alcuna cura. La famiglia ha poi presentato una denuncia penale all’ufficio del pubblico ministero, accusando i funzionari di omicidio e di non aver fornito cure mediche adeguate. La denuncia è stata presentata contro il direttore e il vicedirettore della struttura, nonché contro gli ufficiali incaricati. Manifestazioni di protesta sono state poi organizzate in tutto il Giappone il 16 maggio di quest’anno in concomitanza con i funerali di Wishma. Un meso dopo i pubblici ministeri che hanno indagato sulla vicenda hanno ritirato le accuse contro i 13 funzionari, affermando di non poter identificare alcun nesso causale tra il trattamento ricevuto dalla vittima da parte della struttura e la sua morte. 

La triste vicenda della 33enne è avvenuta in un momento in cui la Dieta nazionale giapponese era in procinto di deliberare un disegno di legge per rivedere l’Immigration Control and Refugee Recognition Act, che avrebbe consentito l’espulsione più rapida dei richiedenti asilo. Il Giappone attualmente rifiuta ben il 99,6% delle domande di asilo.

Dall’aprile di quest’anno sono stati organizzati sit-in quotidiani di protesta contro tale disegno di legge davanti alla Dieta. Oltre centomila firme sono state consegnate al ministero della Giustizia chiedendo il ritiro del disegno di legge.