di Pio d'Emilia
Il Messaggero, 27 dicembre 2021
Dopo una moratoria di fatto di tre anni, che lasciava ben sperare, il Giappone ha eseguito nei giorni scorsi tre condanne a morte, riprendendo la macabra tradizione di effettuarle in segreto, dandone notizia a difensori e parenti solo ad esecuzione eseguita, e sempre a fine anno, quanto il Parlamento è in ferie ed i media meno attenti a questo genere di notizie. Non che in genere lo siano particolarmente, visto che secondo i sondaggi ufficiali (anche se l'ultimo risale al 2015) oltre l'80% dei giapponesi è favorevole alla pena di morte. Se negli Stati Uniti, l'altro paese del G7 che ancora mantiene la pena di morte, il dibattito è presente e vivace, in Giappone è totalmente assente. La pena di morte è considerata la giusta punizione per chi ha commesso delitti efferati: kokka adauchi, la chiamano alcuni, vendetta di Stato.
Un triste passo indietro per un Paese che vanta uno dei più bassi tassi di criminalità al mondo e che oramai da molti anni è oggetto di pesanti denunce da parte di Amnesty International e di altre associazioni umanitarie, per un sistema giudiziario che grazie agli enormi poteri della polizia (che ha 23 giorni, rinnovabili, per sottoporre gli indiziati a durissimi interrogatori senza la presenza dei difensori) e all'azione penale discrezionale da parte della pubblica accusa, aumenta il rischio di abusi e di errori giudiziari spaventosi.
Come quello che ha visto come protagonista Sakae Menda, assolto dopo 38 anni trascorsi nel braccio della morte, scomparso di recente dopo aver dedicato gli ultimi anni della sua vita a denunciare la crudeltà del sistema: i condannati (attualmente sono 107, quelli in attesa dell'esecuzione, che in Giappone avviene per impiccagione) sono tenuti in totale isolamento e vengono avvertiti solo pochi ore prima dell'esecuzione, vivendo così nel perenne terrore che per loro ogni giorno possa essere l'ultimo ("lo Stato uccide la nostra anima, prima del corpo", ha scritto Menda nel suo diario).
Ancora più emblematico il caso dell'ex pugile Iwao Hakamada, scarcerato (ma ancora in attesa del nuovo processo) nel 2014 dopo 50 anni trascorsi nel braccio della morte, un record assoluto riconosciuto dal Guinness dei Primati. Secondo la difesa, che si è avvalsa del pentimento di uno dei giudici che a suo tempo l'aveva condannato, Norimichi Kumamoto, che ha denunciato le pressioni subite dagli altri due membri del collegio giudicante, imponendogli l'unanimità e addirittura costringendolo, in quanto il più giovane, a scrivere la motivazione, l'ex pugile era stato sottoposto per 23 giorni ad interrogatori lunghi anche 16 ore, per un totale di 264 ore in 23 giorni.
Alla fine, dopo essere stato più volte picchiato, aveva confessato, e nonostante in tribunale avesse ritrattato denunciando le violenze della polizia, era stato condannato a morte. Ora, a 85 anni, con la mente oramai devastata e accudito dalle cure amorevoli della sorella, vive in attesa della revisione del processo. Sempre che la Corte Suprema respinga l'ultimo appello della procura, che invece ha chiesto l'annullamento della sentenza che ne disponeva la scarcerazione in attesa di un nuovo processo.
Un accanimento giudiziario che da anni la Comunità di Sant'Egidio, in prima linea assieme ad altre organizzazioni che si battono per l'abolizione della pena di morte o quanto meno per l'adozione di una moratoria sulle esecuzioni, denuncia in varie iniziative, anche in Giappone. Ma che non riescono, nonostante alcune autorevoli adesioni da parte di deputati, intellettuali e soprattutto l'Ordine Nazionale degli Avvocati, a sensibilizzare i media e l'opinione pubblica. "Ho a lungo riflettuto, caso per caso ha dichiarato l'attuale ministro della Giustizia, Yoshihisa Fujiwara, il cui ordine firmato personalmente è indispensabile per esefuire le sentenze ma non me la sono sentita di interrompere una tradizione profondamente radicata e condivisa dal nostro popolo".
In realtà, non è proprio così. Il Giappone durante l'illuminata epoca Heian (800-1185) fu uno dei pochi Paesi ad abolire ufficialmente la pena di morte (mentre in Occidente era in arrivo la Santa Inquisizione, con le sue torture, roghi e quant'altro), per poi ripristinarla, in varie e particolarmente crudeli forme (crocifissioni anche a testa in giù, smembramenti, bollimento) mano a mano che la civiltà avanzava. Fino ad istituirla formalmente, sia pure per un numero ridotto di reati particolarmente gravi (11, attualmente) nell'epoca Meiji, alla fine dell'800. Da allora, nonostante la pena di morte sia stata abolita in oltre 2/3 del mondo e la tendenza sia in aumento, nessuno, in Giappone, che insieme agli Stati Uniti è l'unico Stato del G7 a mantenerla, ha avuto il coraggio di rimetterci le mani.
Per chi volesse approfondire l'argomento, dal punto di vista non solo giudiziario, ma anche storico e culturale, consiglio di vedersi Koshikei (L'impiccagione, https://it.wikipedia.org/wiki/L%27impiccagione) il pressoché sconosciuto capolavoro di Nagisa Oshima (L'impero dei Sensi, Merry Christmas Mr. Lawrence), Palma d'Oro nel 1969 a Cannes. Lo trovate in versione integrale, con sottotitoli, su You Tube: https://www.youtube.com/watch?v=RpH_Dqbz5ME.









