di Jessica Castagliuolo
Il Giorno, 7 ottobre 2025
Il primo anno della Fondazione che porta il nome della figlia Giulia uccisa dall’ex “Ma nel caso specifico il percorso di reinserimento è un orizzonte a lungo termine”. Il primo anno della Fondazione che porta il nome della figlia Giulia uccisa dall’ex “Ma nel caso specifico il percorso di reinserimento è un orizzonte a lungo termine”. Il tempo del lutto si imbroglia nei giorni. “Allora sembra di non potersi più permettere la felicità”. Finché, “il silenzio crea uno spazio di pace, un rifugio. Il posto giusto per chi non c’è più”. Poi, la cicatrice cerca luce: “Se il dolore si trasforma in amore, si può essere liberi”.
Sono queste alcune delle frasi contenute in una lettera che Gino Cecchettin, la voce ferma e gli occhi sempre un po’ lucidi, ha letto ieri a Palazzo Marino a Milano, alla presenza del sindaco Giuseppe Sala, del presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia, e di un’aula gremita, riempita da un lungo applauso. Perché arriva sempre anche il tempo degli anniversari. Come il primo anno dalla nascita della Fondazione Giulia Cecchettin, che ha la missione di contrastare la violenza di genere a partire da due semi invisibili, da piantare in profondità: educazione e prevenzione. Di anni, invece, ne sono passati ormai quasi due da quell’11 novembre, quando Giulia Cecchettin è stata uccisa dal suo ex fidanzato, Filippo Turetta.
Gino Cecchettin, ha sempre detto che perdonare l’omicida di sua figlia è possibile. Crede a un percorso di giustizia riparativa per chi commette un femminicidio? “Penso, in generale, che possa essere un percorso valido per reinserire nella società le persone che hanno sbagliato, anche in modo grave. Ma bisogna reinserirle dando loro gli strumenti concreti per riparare davvero il loro errore. Parlo però da cittadino, non del mio caso”. E nel suo caso? “Mi vede coinvolto in modo più emozionale”. Ha respinto la richiesta di Turetta di accedere a questo percorso. Ha detto: “È troppo tardi”. “Intendevo che è troppo tardi in riferimento alla fase in cui è attualmente il processo, visto che siamo a un mese dall’Appello. In realtà, forse è troppo presto. Riparare richiede un orizzonte più a lungo termine”. Quindi non esclude la possibilità di un percorso di giustizia riparativa per Turetta? “Non la escludo, assolutamente”.
Nel suo discorso ha detto parole importanti anche sulla difficile posizione di chi resta e vive un lutto così forte, trovandosi, al contempo, al centro dell’attenzione mediatica: “Ti senti giudicato. Non puoi prendere posizione su nulla senza essere frainteso. Tutto questo non è solo dolore, ma la prigione di stereotipi e pregiudizi”. Rifarebbe tutto? “Assolutamente sì. Gli stereotipi si combattono anche così. Affrontandoli, senza paura di andare controcorrente. Un po’ alla volta le cose cambiano. Non abbiamo molta scelta: si deve far così, cercare di combattere le correnti contrarie”. Le sue parole sono state capaci di scavare un solco nella percezione dell’opinione pubblica. Eppure, anche nelle ultime ore contiamo tre femminicidi. Qual è il tassello che manca?
“Quello che ancora è assente è una reale conoscenza del tema. Bisogna partire da qui. Per questo ho voluto attorno a me un comitato scientifico di esperte ed esperti che studiano il fenomeno da tempo. L’obiettivo è costruire possibili soluzioni partendo da una consapevolezza anche scientifica del fenomeno”. Divulgare, a partire dalla scuola, come fa con la Fondazione? “Sì, anche cercando di creare compendi più semplici, per far emergere le varie facce della violenza. Mostrarle a tutti”. Parla spesso di ragazzi e uomini. Crede che i tempi siano maturi per capire che la violenza contro le donne è un problema (innanzitutto) degli uomini? “Lo spero. E non perdo la speranza”.











