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di Maria Corbi

La Stampa, 20 novembre 2024

Il padre di Giulia: “Bisogna far capire che esiste un’alternativa a distruggere una vita. La propaganda non serve alla causa, maggioranza e opposizione lavorino insieme”. Deve essere stato complicato non pronunciare mai la parola “patriarcato” durante l’iniziativa “#Nessuna scusa” promossa da Mara Carfagna contro la Violenza di genere. Non lo fanno i ministri Piantedosi, Roccella e Nordio, non lo fanno gli altri oratori e nemmeno la moderatrice Maria Latella quando intervista Gino Cecchettin davanti alla platea di studenti della Luiss. Una parola “avvelenata” che però fuori dallo spalto Cecchettin pronuncia eccome, sempre con quel suo garbo così naturale e potente: “Per fare dei passi avanti dobbiamo comprendere tutti che alla base della violenza contro le donne c’è una cultura”.

Ossia il patriarcato, parola che chissà perché la destra ha fatto diventare divisiva. “Nessuno si può chiamare fuori”, dice Cecchettin aspettando di parlare. “Non ha senso fare polemiche comunque perché questo allontana dall’obiettivo”. A uccidere la figlia, come ricorda, è stato un “bravo ragazzo” italianissimo. “Non è una questione di provenienza geografica la violenza di genere”. Ma quest’uomo vorrebbe finirla qua, non commentare le parole della premier e nemmeno le parole della figlia Elena che sui social è stata netta: “Forse, se invece di fare propaganda alla presentazione della fondazione che porta il nome di una ragazza uccisa da un ragazzo bianco, italiano e “per bene”, si ascoltasse non continuerebbero a morire centinaia di donne nel nostro paese ogni anno”.

“Orgoglioso di lei come di tutti i miei figli”, dice quest’uomo che prende forza dal dolore. “Quello che faccio lo faccio da papà per far rivivere Giulia. E sono contento che inizino a vedersi i frutti con l’aumento delle telefonate di denuncia o di richiesta di aiuto, non solo da parte delle vittime ma anche dei familiari. Ma c’è ancora tanto da fare”.

Spera che, come dopo l’omicidio di Giulia - quando ci fu la telefonata tra Schlein e Meloni per combattere la violenza sulle donne - sul tema si instauri un patto virtuoso tra governo e opposizioni. “Questa è una battaglia di tutti”. E il ragionamento da fare è più complesso della “linea dura” evocata dopo ogni morte.

“Si parla di inasprimento delle pene, di leggi, ma quando qualcuno commette una cosa del genere non pensa alle conseguenze, ha deciso di farlo indipendentemente dal suo futuro. È il processo a monte che dobbiamo fermare, quella cultura che porta a questa distruzione. Far capire che c’è sempre una scelta”. Quanto è distante il mondo collerico della politica da quest’uomo che mette al servizio della società la sua storia, la sua sofferenza. “Ho sempre empatizzato con tutti, anche con chi mi ha creato dolore”, dice. Nemmeno una sillaba è intrisa di odio.

“Perché da papà poi ti dai tante colpe e pensi di non aver fatto abbastanza. Io per mesi ho sognato di arrivare a Fossò, dove Giulia ha sperimentato quello che sappiamo, me la caricavo in macchina e la salvavo. E allora proprio in quei momenti io pensavo a cosa avesse scatenato tutto questo”. Parla dell’assassino della figlia per capire e volgere la rabbia inevitabile in qualcosa che costruisca e non distrugga ancora. “Filippo ha avuto un’escalation, da fidanzato affettuoso, a stalker, a omicida. In questo suo percorso non ha capito che stava facendo del male a se stesso per primo”.

“Giulia, racconta, non lo aveva capito. Io premevo la chiudesse anche il rapporto di amicizia, perché so che alcuni maschi si comportano quando hanno la possibilità di vedere la porta aperta, ma lei mi ripeteva “Filippo non farebbe del male a nessuno”. È qui il problema che non abbiamo la percezione dell’escalation di questo problema che è radicato. E ai tanti ragazzi con cui parlo voglio dire che la vita non finisce con un “no”. In questo caso per Filippo la scelta sarebbe stata tra due vite vissute pienamente e due vite mancate. Io soffro per la mancanza di Giulia ma penso che ci siano altri due genitori che soffrono per Filippo che non ha potuto godere appieno del dono che è la vita”.

Ricorda quando disse addio alla moglie: “Nell’ultimo suo istante di vita ha avuto la gioia di vedere i suoi affetti, mentre Giulia non ha avuto qualcuno che amava vicino a lei”. “Però - continua - bisogna andare avanti, cercando di onorare questa vita che è solo una ed è breve. E io lo faccio ogni giorno, perché voglio rendere Davide ed Elena felici. E quando li vedo felici mi unisco a loro. Il percorso che ho fatto dall’anno scorso non esclude momenti di felicità intensa che condivido con le persone a cui voglio bene”. E il primo momento di felicità è stato alla prima riunione per la creazione della Fondazione di Giulia. “Per la prima volta mi è scesa una lacrima di gioia e ho capito di essere sulla strada giusta, ma il percorso da fare è ancora lungo”.