di Silvia Quaranta
Il Gazzettino, 24 maggio 2025
“Ora Filippo Turetta mi fa più pena che rabbia”. Il padre di Giulia il 23 maggio è stato tra gli ospiti di una giornata di studi al Due Palazzi di Padova e ha parlato del femminicidio della figlia dopo la recente notizia del processo d’Appello. Mentre il processo per l’omicidio Cecchettin prosegue anche in Appello - con il doppio ricorso presentato dalla Procura, che chiede il riconoscimento delle aggravanti di crudeltà e stalking, e dalla difesa di Filippo Turetta che contesta la premeditazione e invoca le attenuanti generiche - il padre di Giulia sceglie ancora una volta la strada del dialogo e dell’elaborazione del dolore. Gino Cecchettin è intervenuto ieri (23 maggio) al carcere Due Palazzi di Padova, nell’ambito del seminario “Disinnescare... Attrezziamoci per disinnescare i conflitti, non per fomentarli”, incontro molto partecipato che ha richiamato oltre seicento persone.
Non si è espresso sul ricorso, Gino Cecchettin: “Sono aspetti che io posso conoscere limitatamente. Non ho studiato giurisprudenza, non posso giudicare. Se c’è una cosa che abbiamo imparato, è che dovremmo tenere il pregiudizio fuori e lasciar fare agli esperti”, ha detto con pacatezza.
L’intervento - Ma ha parlato, a lungo, della rabbia. Della sua, affrontata dopo la perdita della figlia. “All’inizio sentivo l’odio crescere dentro di me. Poi ho trovato un modo per annullarlo”. A guidarlo, una scelta precisa: cercare la felicità, soprattutto quella dei suoi figli Elena e Davide. “Ho perso una figlia - dice - non voglio perdere gli altri due”. Ed è da qui che parte la domanda che, ieri, ha spiazzato il pubblico del Due Palazzi: “E voi, ce l’avete un sogno?”. Una domanda semplice e dirompente, rivolta ad una platea composta da detenuti, molti dei quali con “fine pena mai”.
Cecchettin è tornato al Due Palazzi per la seconda volta. La prima fu il 31 ottobre scorso, poche settimane prima dell’udienza del 3 dicembre in cui venne pronunciata la condanna all’ergastolo per Turetta. “A quel primo incontro - ha raccontato - eravamo impreparati. Io non sapevo con chi avrei parlato e non immaginavo di trovarmi davanti molti ergastolani. Ma ascoltandoli ho sentito persone autentiche, sincere nella loro sofferenza”. Un’esperienza che ha trasformato anche il modo di vivere l’imminente confronto processuale: “Dopo l’incontro con i carcerati - ha detto Cecchettin - ho vissuto quel momento in modo diverso. La rabbia mi aveva del tutto abbandonato e per Turetta, umanamente, ho provato qualcosa di molto più vicino alla pena”.
L’iniziativa - L’incontro ha visto la partecipazione di tanti testimoni del dolore e della speranza. Tra loro, Benedetta Tobagi, che ha parlato della lotta contro la violenza di genere, e Anilda Ibrahimi, che ha affrontato il tema del pregiudizio e dell’integrazione. Toccanti anche le parole di Sonia Fusco e Yehia Elgaml, genitori che hanno perso figli a causa della violenza. Insieme ai mediatori penali Federica Brunelli e Carlo Riccardi, hanno raccontato percorsi possibili di giustizia riparativa. Un racconto che ha trovato eco anche nella testimonianza di Marino Occhipinti, ex componente della “Banda della Uno Bianca”, che dopo una nuova carcerazione per violenza nel 2022 ha finalmente compreso quanto non basti il tempo a disinnescare la rabbia se non si affrontano i propri fantasmi interiori: “Questa seconda esperienza mi è servita più della prima, per liberarmi delle mie macerie. Quelle personali e quelle prodotte, che ho causato ad altri”. Un seme di speranza, in un luogo dove le colpe pesano.
Marino Occhipinti: “Dopo vent’anni in carcere ero ancora pieno di rabbia”
“E voi, ce l’avete un sogno?”. A Gino Cecchettin bastano sei parole per scatenare un’onda dirompente su una platea di oltre seicento persone. Tra loro anche uno dei componenti della banda della Uno Bianca, che ha poi raccontato la sua redenzione. Tornando a Cecchettin: nessuno, prima di quel momento, era mai venuto in mente di chiedere a dei carcerati, molti dei quali con fine pena mai, se avessero ancora dei sogni nel cassetto. La sua domanda, semplice e spontanea, arriva nel corso di un affollato incontro al carcere Due Palazzi di Padova, un seminario dedicato alla rabbia e a come disinnescarla (“Disinnescare… Attrezziamoci per disinnescare i conflitti, non per fomentarli” il titolo completo dell’evento, promosso da Ristretti Orizzonti).
Tra i relatori uno dei primi a parlare è proprio Gino Cecchettin, che nella vita ha già affrontato una delle prove più dure che un uomo e un padre possa sopportare. Di questi giorni, poi, è la notizia che, sul processo per la morte di Giulia, sia la Procura (prima) che la difesa di Turetta (poi) hanno impugnato la sentenza di primo grado e presentato ricorso in Appello. Fatti su cui Cecchettin non si esprime: “Non ho studiato giurisprudenza, non posso giudicare”. Cecchettin si sofferma a lungo, invece, sull’elaborazione della rabbia. Ne ha provata molta, dopo la scomparsa di Giulia, ma ha imparato ad addomesticarla, a spegnerla per concentrarsi su quanto di buono è rimasto nella sua vita. “All’inizio - racconta - sentivo l’odio crescere dentro di me. Poi ho trovato un modo per annullarlo. Per me questo è il secondo incontro al Due Palazzi di Padova: la prima volta ero impreparato, non nascondo di aver provato un po’ di smarrimento, anche timore all’idea di parlare con ergastolani. Ma ascoltandoli ho sentito persone autentiche, sincere. Anche a loro ho raccontato di come la rabbia, ad un certo punto del mio percorso, l’ho messa da parte perché non mi avrebbe portato a nulla”. Quel primo incontro si era svolto il 31 ottobre dello scorso anno. Circa un mese prima dell’udienza del 3 dicembre, che ha visto la condanna di Turetta all’ergastolo. “L’incontro con i carcerati - ha detto Cecchettin - mi ha permesso, quel giorno, di guardare Turetta con occhi diversi. La rabbia mi aveva abbandonato e per lui ho provato qualcosa di più vicino alla pena”. Adesso, per il padre di Giulia, il destino di Turetta è in mano alla giustizia e l’unico augurio è che l’iter faccia il suo corso. Cecchettin si concentra su quanto gli è rimasto di più caro: i suoi figli Elena e Davide. Il suo sogno è vederli felici. E quello dei carcerati? Cecchettin chiede con naturalezza disarmante, poche parole che scuotono le coscienze.
“Perché nessuno - sottolinea la direttrice di Ristretti Orizzonti e presidente nazionale della Conferenza Volontariato Giustizia, Ornella Favero - si aspettava che un uomo come lui, che ha vissuto quello che ha vissuto, venisse qui a riconoscere ai detenuti il diritto di sognare. Gino Cecchettin è una persona che, come suggerisce il titolo di questo convegno, ha disinnescato la rabbia davvero, in modo autentico e totale. Per questo il suo insegnamento è così prezioso”. Anche la direttrice del carcere, Maria Gabriella Lusi, ha sottolineato il grande impatto dell’iniziativa: “Il nostro obiettivo, in carcere - ha detto - è fare in modo che questa esperienza possa davvero essere all’altezza del suo fine primario, che è quello di restituire alla società persone che sono riuscite a guardarsi dentro, affrontare i propri mostri e disinnescare la rabbia”. L’incontro di ieri ha visto la partecipazione di numerosi volti noti: da quello di Benedetta Tobagi, scrittrice e storica, che ha offerto una lettura appassionata delle battaglie del femminismo e della necessità di unire le forze contro la violenza di genere, a quello di Carlo Stasolla, paladino dei diritti delle comunità rom. La scrittrice Anilda Ibrahimi ha descritto un toccante spaccato sul tema dell’integrazione e del pregiudizio, mentre Sonia Fusco e Yehia Elgaml, genitori che hanno subito la perdita dei figli a causa della violenza, hanno parlato degli strumenti per disinnescare l’odio e costruire percorsi di giustizia riparativa.
Gli interventi sono stati intervallati da storie di detenuti, che hanno parlato di sé in prima persona, raccontando il difficile percorso attraverso la pena. Tra questi Marino Occhipinti, che alla fine degli anni Ottanta fece parte della banda della Uno Bianca, macchiandosi dell’omicidio di una guardia giurata, durante una rapina. Arrestato nel 1994, dopo vent’anni di reclusione inizia il suo percorso verso la libertà, ma nel 2022 torna in carcere per violenza. “Mi resi conto solo dopo - racconta ora - che vent’anni di prigione non mi avevano cambiato davvero: dentro ero ancora pieno di rabbia. Una rabbia con radici lontane, che affondava nella mia infanzia e che non avevo mai affrontato. E quella rabbia l’avevo usata contro la mia ex compagna. Dopo la delusione del rientro in carcere, oggi posso dire che questa seconda esperienza mi è servita più della prima, per liberarmi delle mie macerie. Quelle personali e quelle prodotte, che ho causato ad altri”.










