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di Gian Antonio Stella

Corriere della Sera, 30 giugno 2024

Erano fuori dalla grazia di Dio le autorità americane quando la grande Nellie Bly raccontò sul New York World il lager manicomiale di Blackwell’s dove si era fatta ricoverare fingendosi pazza. E furibonde pochi anni fa le autorità nordcoreane quando la reporter americo-coreana Suki Kim pubblicò il suo reportage sulla vita a Pyongyang dove era riuscita a farsi assumere come professoressa di inglese. Ed invelenite le autorità svizzere quando il nostro Fabrizio Gatti, oggi a Today.it, raccontò sul Corriere che era entrato a Chiasso come un profugo kosovaro come poi si sarebbe via via spacciato per un clandestino di altre nazionalità su tante altre rotte delle migrazioni. Ovvio: non è bello fare certe figure. Nelly, Suki e Fabrizio, però, in anni diversi e paesi diversi, una cosa avevano in comune: avevano fatto il loro mestiere. Punto. Trasparenza. Esattamente come è successo in questi giorni nel caso dell’inchiesta di fanpage.it che ha clamorosamente rivelato i peggiori sentimenti razzisti e antisemiti che ancora sopravvivono, a dispetto di tante rassicurazioni, tra i giovani del partito meloniano.

Inchiesta con punti in comune con quella del tedesco Thomas Kuban (pseudonimo: ragioni di sicurezza) che per quindici anni ha fotografato filmato e registrato di nascosto i concerti rock di giovani neonazisti finiti nel film Blut muss fließen (Il sangue deve scorrere) di Peter Ohlendorf. I fatti sono fatti. È la stampa, bellezza. Certo, come ricorda su Il Giornale il costituzionalista Felice Giuffrè, è bene che il cronista faccia normalmente il suo lavoro “rendendo note la propria identità, la propria professione e le finalità della raccolta”. Ma “si prevede una deroga nel caso in cui la rivelazione dell’identità del giornalista determini un rischio per la sua incolumità, tale da rendere impossibile la ricerca delle notizie”.

Vista l’aria bellicosa che tirava in quelle riunioni fascistoidi riprese coi cellulari dagli autori dell’inchiesta giornalistica, avrebbero potuto davvero regolarsi diversamente? La storia del miglior giornalismo è ricca di servizi sotto copertura. Devi vederle, le cose, dall’interno, per poterle raccontare. “Prendete una donna sana fisicamente e mentalmente, rinchiudetela, tenetela inchiodata a una panca per tutto il giorno, impeditele di comunicare, di muoversi, di ricevere notizie, fatele mangiare cose ignobili. In due mesi sprofonda nella follia”, scrisse Nellie Bly in quell’inchiesta del 1887 considerata l’atto di nascita del giornalismo “infiltrato”.

E poté scriverlo proprio e solo perché ce l’aveva fatta, con un sotterfugio giustificato dai più nobili motivi, a farsi ricoverare sotto falso nome, con la complicità del suo direttore Joseph Pulitzer, in quell’inferno per malati di mente che dopo il suo durissimo atto d’accusa sarebbe stato finalmente riformato dai responsabili sanitari. E così andò anche con il reportage di Upton Sinclair che nel 1906 si infiltrò tra i produttori di carne di Chicago per scrivere The Jungle dove denunciava gli orrori igienici dei processi di lavorazione di quanto era destinato alla tavola delle famiglie e le terrificanti condizioni in cui lavoravano i dipendenti che avrebbero spinto Theodore Roosevelt a promuovere per la salute dei cittadini leggi come il Pure Food and Drug Act e il Meat Inspection Act. Per non dire di decine di altre inchieste sotto copertura condotte da alcuni giornalisti straordinari.

Come ad esempio la francese Florence Aubenas che qualche anno fa, già famosa, prese sei mesi di aspettativa dal giornale per cui lavorava, Le Nouvel Observateur, si tinse i capelli di biondo, si calcò sul naso degli occhiali finti, lasciò Parigi e si mise a cercare un lavoro come donna delle pulizie a Caen in Normandia con un falso curriculum tipo “donna mollata dal marito” dimostrando in un libro angosciante, Le quai de Ouistreham, come fosse difficilissimo sopravvivere tra i “nuovi poveri”. O ancora Günter Wallraff che negli anni ‘70, firmandosi col nome di Hans Essler, riuscì a infiltrarsi nella redazione della Bild Zeitung ad Hannover per denunciare ne Il grande bugiardo i metodi spesso spregiudicati del grande tabloid popolare e scandalistico e successivamente, dopo essersi perfino sottoposto a un intervento chirurgico per cambiare faccia e assumere il nome di Leyent Sigirlioglu, dimostrò nel libro tradotto da noi col titolo Faccia da turco (4 milioni di copie vendute) come agli immigrati anatolici fossero offerti solo “lavori in nero come bracciante, manovale nei cantieri edili, operaio alla Thyssen” fino a “far la cavia nei laboratori farmaceutici”. Un’inchiesta scomodissima, per il sistema produttivo tedesco.

Come scomodissime sarebbero state altre inchieste e altri “travestimenti” successivi da senzatetto, telefonista in un call center, inserviente in un ristorante e addirittura, la faccia annerita, da immigrato somalo col nome Kwami Ogonno. Avrebbe raccolto le stesse notizie, stessi “odori”, stesse verità se si fosse presentato come un giornalista in giacca e cravatta? Mah... Immaginatevi se nel gennaio 1947, quando fu incaricato dal Corriere d’Informazione di capire come funzionava l’emigrazione clandestina dei nostri nonni, Egisto Corradi si fosse accontentato di parlare con le autorità che negavano il problema stesso: non avrebbe capito niente.

Lui recuperò su una bancarella i vestiti più stracciati che c’erano, si liberò del tesserino di giornalista, si lasciò crescere la barba e attraversò a piedi di notte, nel gelo invernale, il San Bernardo col terrore dei carabinieri che in quei casi sparavano (“Ho il respiro affannoso, i tonfi del cuore si ripercuotono profondi alle tempie...”) insieme con decine di disperati tra cui un barbiere siculo, Sarino, che trascinava una valigia di fichi secchi, solo fichi secchi. Certo, quel servizio infastidì allo stesso modo le autorità italiane e quelle francesi. Ma quello era l’unico modo, lì, di fare il suo mestiere.