di Raffaele Lorusso
La Repubblica, 3 maggio 2023
Per tutelare l’indipendenza dei giornalisti e rafforzare il diritto dei cittadini a essere informati, è in discussione al Parlamento di Strasburgo una proposta di legge europea per la libertà dei media. Sono passati trent’anni da quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituì la Giornata Mondiale della libertà di stampa per riaffermare un diritto fondamentale che costituisce il pilastro della democrazia liberale. Dal 1993, il 3 maggio è l’occasione per ricordare i giornalisti uccisi, arrestati, perseguitati nell’esercizio della loro professione, ma anche per riflettere sullo stato di salute dell’informazione. Un esercizio non retorico, soprattutto in una fase caratterizzata da una radicale trasformazione del settore dei media che in tutto il mondo mette a dura prova il mercato del lavoro e minaccia la sopravvivenza di numerose testate.
È indubbio che il mestiere del giornalista sia sempre più a rischio. Il numero dei cronisti ammazzati, arrestati, sottoposti a misure di polizia o intimiditi per via del loro lavoro è in costante aumento. “Il giornalismo non è un crimine”, ha ricordato qualche giorno fa il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, nel corso della cena con i corrispondenti alla Casa Bianca, chiedendo il rilascio dei giornalisti americani detenuti all’estero, a cominciare da Evan Gershkovic, arrestato in Russia con l’accusa di spionaggio. Un caso tutt’altro che isolato. La stessa sorte è toccata ad Andrzej Poczobut, giornalista bielorusso corrispondente del quotidiano di Varsavia “Gazeta Wyborcza”, arrestato due anni fa e di recente condannato a otto anni di carcere perché giudicato colpevole di “incitamento all’odio nazionale e religioso, istigazione a danneggiare la sicurezza nazionale e riabilitazione del nazismo”. Non vanno dimenticati Julian Assange, sul quale pende una procedura di estradizione negli Stati Uniti, e le decine di giornalisti rinchiusi nelle carceri turche.
Ovunque nel mondo, sia pure in modalità diverse, il lavoro dei cronisti è sotto attacco. Non fa eccezione l’Italia, dove da anni aumenta il numero dei cronisti sotto scorta perché minacciati di morte dalla criminalità organizzata o da gruppi di ispirazione nazifascista. Ancora più subdole, e sempre più diffuse, sono le intimidazioni che arrivano attraverso le cosiddette querele bavaglio e le richieste di risarcimento danni milionarie. Un fenomeno che il Parlamento, da diverse legislature ormai, non riesce ad arginare per l’esistenza di uno schieramento trasversale che rende impossibile l’approvazione di qualsiasi intervento. Il dibattito è ripartito nella legislatura in corso, ma l’esito è tutt’altro che scontato. Questione di volontà politica.
Cosa che non è mancata nel 2021, quando con il decreto legislativo numero 188 è stata recepita la direttiva europea sulla presunzione d’innocenza, diventata il pretesto per limitare il diritto di cronaca nel nostro Paese, impedendo ai cittadini di conoscere fatti rilevanti di cronaca nera e giudiziaria. Le criticità della situazione italiana sono state evidenziate nel rapporto 2022 della Commissione europea sullo Stato dell’Unione. Oltre alle minacce ai cronisti e alle liti temerarie, a indebolire l’informazione nel nostro Paese sono anche il lavoro precario e la vulnerabilità del servizio pubblico radiotelevisivo.
Per tutelare l’indipendenza dei giornalisti e rafforzare il diritto dei cittadini ad essere informati, è in discussione al Parlamento di Strasburgo una proposta di legge europea per la libertà dei media. La bozza di Regolamento, che prende le mosse da un impegno assunto nel 2021 dalla presidente della Commissione, Ursula von del Leyen, prevede l’istituzione del Comitato europeo per i servizi dei media (l’Agcom europea) e norme a tutela del lavoro dei cronisti. A partire dal divieto per gli Stati membri di trattenere, sanzionare, intercettare, sorvegliare e perquisire i giornalisti e le redazioni perché rifiutano di rilevare le loro fonti, se non nei casi di rilevante interesse pubblico. Inoltre, sarà vietato utilizzare spyware nei dispositivi utilizzati dai giornalisti e dai fornitori dei servizi dei media, a meno che vi siano ragioni di sicurezza nazionale. Ulteriori garanzie riguarderanno i media di servizio pubblico: per assicurare il pluralismo e l’imparzialità dell’informazione, le procedure di nomina delle governance e dei direttori dovranno essere “trasparenti, aperte e non discriminatorie”.
Le istituzioni europee hanno presente il rischio di un generale indebolimento dell’informazione professionale. La crisi dei media tradizionali provoca in tutto il mondo chiusure di giornali, riduzioni di costi e tagli agli organici delle redazioni. Con il programma “Europa creativa” l’Ue ha messo a disposizione risorse per il sostegno anche ai mezzi di informazione, soprattutto digitali, e al giornalismo di inchiesta. Si tratta, però, di misure insufficienti a soddisfare le richieste presentate. Per incentivare e sostenere la trasformazione digitale delle aziende editoriali e la crescita di buona occupazione e di nuove professionalità in grado di cogliere le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale, schivandone i rischi, sarebbe necessario un Next Generation Eu dell’informazione. Senza risorse da investire nei nuovi modelli organizzativi il giornalismo professionale rischia di diventare una rarità. A venir meno sarà quella che il presidente americano Thomas Jefferson considerava l’anima della democrazia: “allo Stato senza i giornali, preferisco i giornali senza lo Stato”. Nessun rappresentante delle istituzioni può restare indifferente di fronte a questo scenario. In caso contrario, la Giornata Mondiale della libertà di stampa sarà soltanto una ricorrenza vuota.










