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di Pasquale Quaranta

La Stampa, 18 maggio 2023

L’allarme di Arcigay: “Un’aggressione ogni tre giorni”. Il 41% si sente discriminato a lavoro, il 62% evita di tenersi per mano in pubblico. I fondi che finanziano i centri antiviolenza (4 milioni l’anno) stentano ad arrivare. I leoni sono usciti dalle gabbie. La violenza esce dai social e diventa coltello. I morti non sono più casi isolati. I dati di Arcigay, anticipati in anteprima a La Stampa per la Giornata contro l’omobitransfobia che si celebra oggi, mostrano un susseguirsi di eventi tragici per le persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender (lgbt). Più di un’aggressione ogni tre giorni in Italia, quasi 200 episodi in un anno. Non c’è molta differenza nel numero di casi, equamente distribuiti tra Nord, Centro e Sud Italia.

La cronaca degli ultimi dodici mesi riporta storie terribili di transfobia, una è forse tra le più tristi per il nostro Paese. Lo scorso giugno Cloe Bianco, professoressa, viene allontanata dall’insegnamento perché transgender. Si dà fuoco nel suo camper, in provincia di Belluno, di lei resta un cadavere carbonizzato. “Ora sono libera”, aveva scritto in un blog lasciando le proprie volontà testamentarie. I più giovani non muoiono solo perché il peso dei pregiudizi diventa insostenibile, e non scappano via solo dagli estranei: devono difendersi, nelle case in cui sono cresciuti, da chi li ha messi al mondo. Gli aguzzini diventano i genitori, chi più di tutti dovrebbe difenderli. Così a Salerno, lo scorso agosto, un padre accoltella la figlia insieme alla fidanzata: “Morite insieme”, dice loro. Un ritornello alimentava l’incubo quotidiano: “Ma non ti fa schifo stare con una donna? Non ti fa schifo baciarla?”.

Se fino ad ora i centri antiviolenza davano un’opportunità di rinascita ai giovani lgbt cacciati di casa, aggrediti o licenziati, i fondi che li finanziano (4 milioni l’anno) stentano ad arrivare. A quanto si apprende, l’Ufficio antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio ha sbloccato quelli relativi al 2021 mentre restano nella disponibilità quelli del 2022-23 che, secondo le previsioni, saranno utilizzabili entro un anno.

Il picco di aggressioni si è verificato lo scorso febbraio in corrispondenza con la disinformazione su ciò che volgarmente viene chiamato “utero in affitto”. In generale, la Fondazione Diversity denuncia che le notizie nei telegiornali su temi arcobaleno sono diminuite di oltre il 50% rispetto al 2021.

Se negli Stati Uniti la morte di un giovane gay americano, Matthew Shepard, suscitò un’indignazione tale da portare il presidente Obama, un anno dopo, a firmare una legge contro l’omofobia nel nome di quel giovane, in Italia la politica è come anestetizzata. Non c’è stato ancora nel Paese un livello di indignazione tale da proporre un’azione capace di un cambiamento reale. Eppure, secondo i dati dell’Agenzia europea dei diritti fondamentali (Fra), il 62% delle persone lgbt evita di tenere per mano la persona amata in pubblico.

Il clima è tossico: un po’ come ai tempi dell’Aids, perfino il monkeypox, il vaiolo delle scimmie, è diventata un’occasione per additare la comunità lgbt. “Il vaccino dei gay” scrivono i giornali, e così si alimenta lo stigma. I luoghi di “battuage”, pseudo-francesismo coniato all’interno della comunità gay per definire i luoghi frequentati (battuti) da persone in cerca di rapporti sessuali occasionali, tornano pericolosi. Per non parlare della prostituzione. Il rapporto di Arcigay è chiaro: non stiamo parlando più di un tema culturale ma di incolumità nella stragrande maggioranza dei casi. Un altro fenomeno che aggrava la situazione è quello dell’under reporting, la mancata denuncia. “Chi esita - spiega l’associazione - teme ritorsioni come la perdita del lavoro, complice il Jobs Act che rende più facile il “Ti licenzio perché sei gay”. Le vittime possono provare imbarazzo o vergogna nel rendere pubbliche le loro esperienze”. Lo dimostra il mese di agosto, dove sembra che l’omobitransfobia non sia mai esistita, mentre in realtà mancano le antenne per intercettarla. I pochi dati sicuri arrivano da una ricerca realizzata nel 2022 dall’Istat e dall’Unar: su un campione di 1.200 persone omo-bisessuali, il 41% si sente discriminato sul posto di lavoro, mentre 8 su 10 hanno sperimentato almeno una micro-aggressione sul lavoro legata all’orientamento sessuale. Il 61,2% degli occupati o ex-occupati ha detto di aver evitato di parlare della vita privata per tenere nascosto il proprio orientamento sessuale e circa una persona su tre ha evitato di frequentare colleghi nel tempo libero.

Intanto, il nuovo rapporto Ilga Europe sull’uguaglianza delle persone lgbt in Europa fotografa un’Italia che va sempre più indietro, dal 33 al 34esimo posto su 49 Paesi, tra la Repubblica Ceca e la Georgia. Lo scorso anno eravamo 33esimi. Nel 2018 32esimi. “Non rientra nel rapporto per ragioni cronologiche l’attaccosubito di recente dalle famiglie arcobaleno - fa notare Rosario Coco dell’associazione Gaynet - con il blocco del riconoscimento degli atti di nascita a livello comunale, la stigmatizzazione pubblica della genitorialità omosessuale e la violazione dei diritti di bambine e bambini, ignorando gli appelli della Corte Costituzionale e delle Istituzioni Ue. Tenendo conto di questi elementi l’Italia è destinata probabilmente a un ulteriore declassamento”.