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di Ester Palma


Corriere della Sera, 30 settembre 2019

 

Nell'omelia della messa in San Pietro, Francesco chiede ai fedeli di "sentire compassione per la sofferenza degli ultimi, avvicinarsi, toccare le loro piaghe, condividere le loro storie, per manifestare la tenerezza di Dio verso di loro". "Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. È una verità che fa dolore. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili, ai quali si impedisce di sedersi a tavola e si lasciano le "briciole" del banchetto".

È la 105esima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato e papa Francesco ha celebrato, in unione con i fedeli di tutte le Diocesi del mondo, una Messa dedicata sul sagrato di San Pietro: "Il tema di quest'anno è "Non si tratta solo di migranti". Ed è vero: non si tratta solo di forestieri, ma di tutti gli abitanti delle periferie esistenziali che, con stranieri e rifugiati, sono vittime della cultura dello scarto. Il Signore ci chiede di mettere in pratica la carità nei loro confronti; ci chiede di restaurare la loro umanità, assieme alla nostra, senza escludere o lasciare fuori nessuno".

"Chiediamo a Dio la grazia di piangere davanti alla sofferenza" - Ha aggiunto il Papa: "Amare il prossimo come se stessi vuol dire anche impegnarsi seriamente per costruire un mondo più giusto, dove tutti abbiano accesso ai beni della terra, dove tutti abbiano la possibilità di realizzarsi come persone e come famiglie, dove a tutti siano garantiti i diritti fondamentali e la dignità. Significa sentire compassione per la sofferenza dei fratelli e delle sorelle, avvicinarsi, toccare le loro piaghe, condividere le loro storie, per manifestare concretamente la tenerezza di Dio nei loro confronti.

Significa farsi prossimi di tutti i viandanti malmenati e abbandonati sulle strade del mondo, per lenire le loro ferite e portarli al più vicino luogo di accoglienza, dove si possa provvedere ai loro bisogni". E ha concluso: "Come cristiani non possiamo essere indifferenti di fronte al dramma delle vecchie e nuove povertà, delle solitudini più buie, del disprezzo e della discriminazione di chi non appartiene al "nostro" gruppo. Non possiamo rimanere insensibili, con il cuore anestetizzato, di fronte alla miseria di tanti innocenti. Non possiamo non piangere. Non possiamo non reagire. Chiediamo al Signore la grazia di piangere, il pianto che converte il cuore davanti a questi peccati".

La scultura per la "sfida dell'accoglienza" - Dopo la Messa e l'Angelus e prima del giro in papamobile sulla piazza, Francesco ha ringraziato tutti i partecipanti alla celebrazione e benedetto la scultura in bronzo e argilla dell'artista canadese Timothy Schmalz che ha come tema le parole della Lettera agli Ebrei: "Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli". E ha spiegato: "L'opera raffigura un gruppo di migranti di varie culture e diversi periodi storici. l'ho voluta qui in piazza San Pietro, affinché ricordi a tutti la sfida evangelica dell'accoglienza". Francesco ha davvero apprezzato l'opera: l'ha osservata nei dettagli e toccata, girandole intorno più volte.

Bassetti: "Gli stranieri come Lazzaro alla nostra tavola" - Al termine della celebrazione, ha preso la parola anche il cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, cher ha concelebrato la Messa col Papa: "Questa piazza vivace e colorata ha raccolto gente di ogni dove, unita nello spirito di lode al Signore, padre di tutta l'umanità.

La fede e la potenza del risorto ci fanno sentire fratelli e ci spingono ad amare tutti, come Lui ci ha amati e ha dato se stesso per noi. La Chiesa che è in Italia si sente interpellata dal mondo delle migrazioni. Milioni di uomini e donne, bambini, giovani e anziani ogni anno lasciano la propria terra in cerca di una vita migliore, di un luogo di pace o di progresso dove poter trovare rifugio e dignità. Stendono la mano come il povero Lazzaro, chiedendo almeno le briciole del pane per sfamarsi.

Ma il ricco epulone della parabola non vuole vedere né sentire, la sua ricchezza lo ha reso povero di sentimento e gli ha inaridito il cuore. Egli non vuol condividere con altri le sue ricchezze e la prosperità la considera cosa privata. Ma il Signore, con la sua Parola e il suo esempio di amore, ci invita ad essere solidali, a non assecondare le ingiustizie e l'empietà. I poveri che bussano alla nostra porta, i migranti che cercano una vita migliore sono il nostro prossimo nel bisogno".