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di Igor Traboni

L’Osservatore Romano, 4 dicembre 2022

Da un secolo esatto i volontari di Sesta Opera San Fedele di Milano portano misericordia nelle carceri: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi… è fondamentale per noi, è quello che ci muove” afferma subito il presidente Dario Chiaretti.

“Come ci ha insegnato per decenni il cardinale Martini, visitare i carcerati è sicuramente anche andare alla singola persona, ma è soprattutto Dio che visita il suo popolo. E questo vuol dire mille cose per entrare in situazioni complesse: visitare i carcerati è sì esserci dentro, ma quello che ci distingue, e che nel corso di formazione rimarchiamo, non è solo cosa devi fare o non fare, ma come farlo, è lo stile di un ascolto continuo, del non giudicare, di guardare oltre le apparenze”. Chiaretti introduce così anche il segno distintivo della Sesta Opera, associazione di volontariato penitenziario nata nel 1923 attorno alla chiesa milanese di San Fedele: la formazione dei volontari che operano dentro e fuori le carceri: “A Milano ci sono almeno 20-30 associazioni, Onlus ed enti vari che vanno nelle carceri, ma solo noi facciamo formazione specifica, essenzialmente per due motivi: il volontariato in carcere ha un aspetto peculiare che lo distingue da altri volontariati, c’è un rapporto molto diretto con le persone che vengono assistite, c’è una relazione d’aiuto, dinamiche ben precise.

E poi devi muoverti nell’ambito del sistema Giustizia e questo complica molto le cose perché devi relazionarti con l’amministrazione penitenziaria, il potere giudiziario, polizia, carabinieri ecc. Quindi il volontario deve avere chiara la molla che lo spinge, capire il mondo in cui si inserisce e deve conoscere i campi di ognuno e non invaderne altri, deve sapere cosa può fare e cosa non può fare. Deve entrare in questo meccanismo di relazioni con spazi e attenzione giusti, senza voler strafare. La buona volontà è importante, certo, ma non basta: devi sapere come giocare questa buona volontà secondo linguaggi e ritmi di un mondo particolare, secondo la logica - e spesso l’illogica! - del sistema”.

Ecco perché il corso di formazione in effetti è solo il primo passo per i volontari, seguiti poi anche attraverso una serie di corsi paralleli, compreso il passaggio dalla teoria alla simulazione di incontri “perché se non ti metti nella situazione non capisci: devi metterti in gioco. Il volontario deve fare anche un lavoro di questo tipo su se stesso. E poi, nei primi mesi, vanno in carcere sempre accompagnati da volontari più esperti”.

In carcere oppure fuori, perché Sesta Opera è anche la misericordia di accompagnare il reinserimento di quanti escono dal carcere e le loro famiglie, laddove in Italia i volontari che si dedicano a quest’ultimo fondamentale aspetto sono appena 500, contro i 18mila che invece vanno in carcere. A proposito di numeri, quelli di Sesta Opera non sono affatto freddi: i volontari già formati sono circa 220, ma all’ultimo corso, appena concluso, hanno partecipato in 120 “e ad un certo punto abbiamo dovuto chiudere le iscrizioni perché non ci stavamo più.

Così come abbiamo già una lista di attesa per il prossimo corso del 2023. E abbiamo riscontrato soprattutto un aumento di giovani decisi ad impegnarsi in questo volontariato. Una bella risposta, che forse neppure ci aspettavamo anche perché ai corsi non diamo pubblicità e il volontariato è totale, ma sicuramente contribuisce anche il forte senso civico dei milanesi. Di certo, più in generale, la figura del volontario è cambiata in questi ultimi decenni: prima era molto più legata ad una sorta di assistenzialismo, ora invece si è evoluta, è più organica”.

E in tutto ciò molto contribuisce l’azione di Sesta Opera, i cui corsi di formazione vengono seguiti anche dai volontari di altre realtà, ad iniziare dalla Caritas Ambrosiana con cui la collaborazione è stretta. Insomma, da quel primo nucleo di volontari che nel 1923 si prese cura dei detenuti di San Vittore, allora unico carcere milanese, di strada ne è stata fatta: oggi i volontari di San Fedele sono presenti anche a Opera, a Bollate, nel carcere minorile Beccaria, presso il reparto speciale per detenuti malati all’ospedale San Paolo e a Cremona.

E sono sorte gemmazioni in varie parti d’Italia, da Rieti a Catania alla Sardegna. Nata nell’alveo della spiritualità ignaziana, Sesta Opera aderisce inoltre al Jesuit Social Network-Italia, il novero di associazioni laiche che lavorano nel sociale e si rifanno per l’appunto ai gesuiti.

Preziosa è anche la presenza all’interno della Conferenza nazionale del volontariato: “Fare rete oggi è quanto mai importante, devi essere collegato con altre realtà, comprese quelle che sono un po’ più specializzate, e che si occupano magari solo dei bambini o degli stranieri nelle carceri, mentre il nostro sguardo da sempre è a 360°”, conclude Chiaretti.