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di Ezio Menzione*


Il Dubbio, 20 gennaio 2021

 

La notizia dell'esecuzione in Indiana, Usa, della pena capitale nei confronti di Lisa Montgomery è di quelle che destano orrore e raccapriccio. Dopo 57 anni di inattività nei confronti delle donne, quando ormai era lecito pensare che non si sarebbe più attivato, il boia federale è tornato ad armare la sua siringa letale contro una povera disgraziata che commise un orribile delitto in uno stato patologico gravissimo e certificato, che non avrebbe richiesto né processo né pena, ma soltanto aiuto psichiatrico.

Il tutto dopo che il giorno precedente un giudice statale dell'Indiana aveva sospeso l'esecuzione ponendo dei seri dubbi sulla sanità mentale del soggetto da sopprimere e dunque sul senso della pena stessa. Ma un Trump con valigie al piede ed una Corte Suprema da lui ipotecata per chissà quanto tempo non hanno sentito ragioni: quella disgraziata andava tolta di mezzo, la sua esecuzione doveva suggellare l'era Trump ed essere di monito per il futuro.

Un po' frastornati, si pensa ad alcuni, anzi molti, accadimenti degli ultimi giorni. Un famoso giornalista turco, ormai esule in Germania, condannato a 27 anni di carcere per avere diffuso notizie sul traffico, connivente il governo, di armi in andata e di petrolio in uscita fra la Turchia e la Siria: notizie vere, corroborate da video più che eloquenti. Il giorno dopo in Cina un'avvocata, diventata giornalista per l'occasione, condannata a 4 anni per avere l'anno scorso "svelato" il dilagare dell'epidemia di covid 19 (ancora non si chiamava neanche così) nella provincia di Whuan.

Pochi giorni dopo a Hong Kong 53 attivisti vengono arrestati con l'accusa di avere diretto e fomentato la protesta autonomista che coinvolse milioni di cittadini e così violato la draconiana legge sulla sicurezza nazionale; fra gli arrestati (e fortunatamente rilasciato dopo due giorni) c'è anche l'avvocato responsabile della Commissione dei Diritti Umani per l'Asia. Tornando in Turchia e precisamente a Istanbul, stessi giorni, si accende la protesta degli studenti e dei docenti dell'antica e prestigiosa Università del Corno d'Oro contro l'imposizione di un rettore esterno, uomo di Erdogan, secondo una recente legge che lo consente: ogni giorno di protesta molti i fermati e una cinquantina i detenuti a tutt'oggi. E poi, tanto per restare in Turchia, ma più specificamente in Anatolia, due avvocati arrestati solo perché "difendevano troppi curdi".

E poi, e poi.... non si finirebbe più l'elenco, pur restando agli ultimi giorni. E i capelli si rizzano in testa. È uscito in questi giorni l'annuale Human Rights Watch Report e ce ne è per tutti (Italia compresa, ma in posizione assai defilata, per fortuna). Ma non è possibile fare di ogni erba un fascio e mettere sotto la comune etichetta di "violazione dei diritti umani" ogni episodio.

Non perché sia utile fare una hit parade di chi viola più diritti e in maniera più bestiale, ma per cercare di capire come queste violazioni si atteggiano, di cosa si fanno forti, su cosa puntano. Prendiamo Zhang Zhan, Cina, e Giam Dundar, Turchia: ambedue sono stati imputati e condannati per avere diffuso notizie sgradite ai rispettivi governi. La prima ha dovuto rispondere di "diffusione di notizie atte a turbare l'ordine pubblico" ed è stata condannata a quattro anni. Il secondo ha dovuto rispondere di spionaggio e terrorismo, e la pena si è innalzata fino a 27 anni. Vi è una differenza fra i due trattamenti e non ha a che fare solo e tanto con l'entità della pena, quanto con il modo di riguardare la (presunta) violazione sanzionata.

Anche se è difficile dire quale sia il senso della sanzione inflitta ai due per un comportamento che ai nostri occhi e secondo le nostre leggi sarebbe stato esente da pena, anzi lodevole, possiamo individuare tale differenza in un profilo che sinteticamente possiamo enunciare così: l'accusa contro Zhang Zhan manteneva la sua posizione all'interno del consesso civile cinese, le riconosceva comunque cittadinanza; quella contro Dundar lo poneva al di fuori del consesso turco, egli era ed è "il nemico" e come tale va trattato (anche in termini di sanzione, cioè di anni di galera).

Ripeto, non è questione di fare una graduatoria fra i due paesi, che la Cina, con la sua pena di morte comminata a piene sanguinanti mani (ma i numeri delle pene eseguite sono segreto di stato e non li conosce nemmeno Amnesty International) non è seconda a nessuno quanto a violazione dei diritti umani. Ma non è inutile prendere atto che la politica del governo turco nel riconoscere come "Nemico" (con la N maiuscola) qualunque oppositore e, passo successivo, qualunque mediatore fra governo e opposizione fa il vuoto fra il governo e chi lo critica: fa saltare ogni possibilità di convivenza che non sia l'autoritarismo di chi governa e i cittadini ridotti a sudditi, anzi a plebe priva di ogni diritto. La differenza non è da poco e ci aiuta a capire quanto va accadendo in Turchia da ormai più di dieci anni.

Torniamo a questo punto agli Usa e alla raccapricciante vicenda di Lisa Montgomery. Il gap culturale fra noi e gli americani non è così profondo da non consentirci di leggere i fatti giudiziari di oltreatlantico: figuriamoci, siamo soliti dire che gli Usa con la loro carta fondante sui diritti dell'uomo sono la patria (o la madre) della nostra democrazia. Però credo che ognuno di noi avverta una lontananza siderale non solo verso la pena di morte in se stessa, ma la pena di morte per Lisa Montgomery. Una pena comminata a seguito di un processo che l'imputata non ha potuto affrontare adeguatamente e dunque rispetto al quale la legge non è uguale per tutti.

Una condanna che non tiene conto delle minime nozioni di imputabilità e responsabilità penale, nozioni cardine per noi: chi non comprende ciò che fece nel momento in cui lo fece non può essere chiamato a risponderne. Un'esecuzione della pena appena sospesa da un'autorità giudiziaria e invece imposta sia dal governo che dalla Corte Suprema perché non si discutesse più del caso ed esso fosse di esempio. Una concezione del giudizio non solo privo della necessaria pietas umana, ma anche dell'equilibrio che sempre deve denotare il trattamento delle vicende umane. Anche questa pietas, a mio avviso, è un diritto umano inalienabile.

*Osservatorio Internazionale Ucpi