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di Giovanni De Luna

La Stampa, 27 gennaio 2025

Il senso del 27 gennaio si usura a causa delle guerre in atto e della scomparsa progressiva dei testimoni della Shoah. L’evento che si ricorda (l’arrivo ad Auschwitz, nel 1945, dei soldati dell’Armata rossa e la libertà per i detenuti nel lager) è infatti inscritto a lettere cubitali nel patto fondato su quel “mai più” che ispirò allora tutte le istituzioni sovranazionali (l’Onu e, successivamente, la stessa Unione Europea) nate dopo la tragedia della seconda guerra mondiale e unì tutti gli Stati (vincitori e vinti) che si erano resi protagonisti dei suoi massacri.

Ma, come tutti gli anniversari, anche quello dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz obbliga a misurarsi sia con il passato in cui quell’evento si svolse, sia con il presente in cui lo si ricorda. In questo senso è come se non fosse rimasto più niente dello spirito di quel 1945: non c’è più l’Urss; l’Onu assiste impotente al dilagare di conflitti sanguinosi e la guerra è diventata una delle coordinate della nostra quotidianità; la stessa Unione europea vive una crisi che investe i suoi valori fondativi, e, soprattutto, quel “mai più” sembra essere definitivamente archiviato.

Alla fine della Seconda guerra mondiale gli americani che occuparono parte del territorio tedesco, prima che la Guerra fredda imponesse le sue dure esigenze, diedero vita a una sorta di “pedagogia democratica” obbligando gli sconfitti, uomini e donne, a veri e propri pellegrinaggi dell’orrore nei vari lager, partendo dal presupposto che il popolo tedesco “non poteva non sapere”.

Ed era proprio così: i “volenterosi carnefici” di Hitler avevano continuato a occuparsi delle loro faccende, fingendo di ignorare i massacri che si svolgevano nei campi allestiti a poche centinaia di metri dalle loro abitazioni: il “mai più” si nutrì di quei corpi scheletrici, di quei forni crematori, di quelle camere a gas, radicandosi nelle profondità dell’identità tedesca almeno fino agli anni 90 del 900 e al dibattito sul “passato che non deve passare”, che coinvolse l’intera opinione pubblica attraverso un duro scontro generazionale.

Ora gli effetti di quella lontana esperienza pedagogica sembrano però allentarsi, quasi svanire del tutto: in Germania torna a fiorire la mala pianta dell’antisemitismo con un partito di estrema destra, l’AfD, sì proprio quello sponsorizzato da Elon Musk, che, soprattutto nei territori dell’ex Germania comunista, sta ottenendo risultati elettorali sempre più vistosi (primo in Turingia e secondo in Sassonia). E, a sinistra, l’antisemitismo sembra riaffiorare anche in contesti ideologici in passato del tutto immuni a questa deriva.

Tra le cause del fenomeno c’è anzitutto il progressivo scomparire degli ultimi testimoni viventi della Shoah. Nella battaglia di memoria che ha accompagnato la seconda metà del 900, il loro ruolo è stato determinante, al punto che, dopo il processo contro Eichmann (1961), gli storici cominciarono a parlare di una “era del testimone”, proprio per sottolineare l’importanza di quelle voci in un racconto in grado non solo di restituire l’orrore del loro vissuto ma di trasformarlo in una sorta di “pedagogia permanente” per tenere in vita proprio il patto di memoria fondato sul “mai più”. Ora quelle voci si fanno sempre più rare e diventano sempre più fioche.

Ma anche il mondo è cambiato visto che Israele, proprio lo Stato che nacque in quel dopoguerra per alleviare il senso di colpa di chi aveva partorito la Shoah o ne aveva colpevolmente ignorato le proporzioni, è oggi accusato di “genocidio” davanti alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aia e il capo del suo governo, Benjamin Netanyahu, è gravato da un mandato di cattura per “crimini di guerra” emanato dalla Corte penale internazionale: istituzioni entrambe nate sull’onda emotiva di quel lontano “mai più”.

Alle immagini che nutrirono l’esperimento pedagogico degli Alleati si sono così sostituite quelle dei bambini morti di freddo a Gaza; quelle dei corpi scheletrici degli ebrei sopravvissuti alle sopraffazioni dei loro carnefici stanno per essere cancellate dalle foto dei militari israeliani vittoriosi, armati fino ai denti e consapevoli della loro potenza bellica: nessuno smarrimento, nessuna rassegnazione nei loro occhi, ma solo la luce del potere di vita e di morte sugli avversari.

In questa loro forza c’è oggi certamente qualcosa di messianico, soprattutto tra le nuove leve che arrivano con un retroterra molto segnato dalla fede religiosa, ma l’idea di un proselitismo confessionale resta comunque del tutto estranea alla formazione culturale dei militari dell’esercito israeliano, fondata invece su una lotta per la sopravvivenza che gli ebrei sono abituati a combattere da millenni. Questo è il segreto (oltre agli aiuti economici dei Paesi occidentali) del loro strapotere nei confronti dei Paesi arabi confinanti, del fatto che dal 1948 abbiano vinto tutte le guerre in cui sono stati impegnati, della leggendaria efficienza del Mossad.

La loro convinzione è che o Israele combatte e vince o è destinato ad essere spazzato via dalla geografia del Medio Oriente. Quella della sopravvivenza è la vera posta in gioco delle guerre arabo-israeliane ed è proprio la sopravvivenza che ha preso il posto del “mai più” come paradigma di riferimento della nostra società, anche di quella italiana, europea, americana. La necessità di sopravvivere è il nodo da sciogliere se si vuole abitare oggi questo mondo ed è un problema che coinvolge tutti, anche quelli come noi che finora hanno semplicemente guardato i disastri degli altri e che, dopo la pandemia, si sono ritrovati improvvisamente più fragili, alle prese con un ordine mondiale sempre più contestato e con la natura di un pianeta infuriato. “Sopravvivere” è però opposto al “mai più”, ne tradisce le speranze, rinuncia a ogni sfida sul futuro per concentrarsi sul presente: se il 27 gennaio ci aiuterà a maturare questa consapevolezza sarà una “giornata della memoria” utile e non solamente celebrativa.