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di Gianni Santucci

Corriere della Sera, 14 aprile 2022

Esce oggi in libreria il saggio di Giovanni Bianconi “Terrorismo italiano” (Treccani Libri, pagine 120, euro 10). Le stragi, le vittime. Da Piazza Fontana all’omicidio di Marco Biagi: esce giovedì 14 aprile da Treccani il saggio del giornalista. Con un testo dello scrittore Edoardo Albinati.

Forse oggi, aprile 2022, con i missili e i bombardamenti, i carri armati e le fosse comuni che tornano a incombere ai confini dell’Europa, qualcuno avrebbe una qualche reticenza, una perplessità, o solo una maggiore attenzione nell’usare la parola guerra. Ma nelle traslazioni del lessico, tra mutazione del contesto storico e cambiamenti delle motivazioni politiche ed esistenziali degli individui, si rintraccia a volte un senso profondo, e inquietante. Avviene ora, se si rilegge il verbale sottoscritto da Cesare Battisti appena tre anni fa, marzo 2019, nel carcere di Oristano, subito dopo l’estradizione dalla Bolivia: “Chiedo scusa pur non potendo rinnegare che in quell’epoca per me e per tutti gli altri che aderirono alla lotta armata si trattava di “una guerra giusta”. E da qui la parola slitta, passando dall’universo ideologico dei carnefici a quello dell’innocenza delle vittime. Tra loro c’è Alberto Torregiani, in sedia a rotelle dal 16 febbraio 1979, ferito da una pallottola sparata da suo padre, il gioielliere Pierluigi, che quel giorno cercò di difendersi dall’agguato in cui proprio i Pac di Battisti lo trucidarono in mezzo alla strada, a Milano. Il libro che Alberto ha scritto qualche anno fa si intitola Ero in guerra ma non lo sapevo. E così si completa il corto circuito che apre un abisso di senso tra la guerra di oggi, la “guerra giusta” di chi sparava e la guerra di chi cadeva o moriva senza sapere.

Conta 350 morti e oltre mille feriti la storia delle stragi e della lotta armata tra il 1969 e i primi anni Duemila, da piazza Fontana all’omicidio di Marco Biagi. “Una storia conclusa ma sulla quale, per gli effetti e le tragedie che ha provocato, l’Italia fatica a scrivere la parola “fine”“, riflette Giovanni Bianconi nelle ultime righe del libro Terrorismo italiano (Treccani Libri, in uscita oggi). E l’aspetto chiave sta nel numero di pagine, appena 120, poche ore di lettura, per un racconto che dal 2021, con la richiesta di estradizione alla Francia per dieci terroristi ancora latitanti (operazione “Ombre rosse”), riprende da piazza Fontana, e poi risale negli anni e nelle stagioni per ricongiungersi all’oggi.

Cronaca e storia, una “guida” nel senso più alto del termine, in cui la sintesi narrativa non produce semplificazione, ma densità, e ogni fatto o grumo di fatti sta dentro una chiave di lettura e interpretazione. Come gli intrecci tra l’eversione nera e gli apparati istituzionali, che sono poi emersi a livello giudiziario in tutti gli attentati neofascisti tra 1969 e 1974, ma “la sensazione che uomini in divisa o esponenti degli apparati avessero contribuito a organizzare la “strage di Stato”... fu pressoché immediata negli ambienti dell’estrema sinistra. E le susseguenti (quanto meno parziali) conferme contribuirono a rafforzare l’idea che solo attraverso la creazione di forze combattenti clandestine si potesse rispondere a quel tipo di provocazioni”. Allo stesso modo l’omicidio del commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972), “segna una tappa importante nella storia del terrorismo perché dimostrò la disponibilità all’omicidio politico negli ambienti della sinistra rivoluzionaria, sulla quale i gruppi clandestini già all’epoca esistenti e operanti, come le Brigate Rosse, poterono contare per il reclutamento”.

Sono frammenti di risposta, solidi, fondati, a chi oggi si chiede: “Come è stato possibile?”. Quindici capitoli (più un prologo e un epilogo) che sono come quadri. I fatti, gli strumenti per la lettura dei fatti. Anche i più stratificati: il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, dopo il quale lo Stato troverà la linea della repressione che porterà alla sconfitta del “partito armato”, ma che nel breve periodo innesca una sorta di rilancio della violenza. “Il mare agitato dei movimenti del 1977, in cui gli scontri di piazza sono diventati armati su entrambi i fronti, dei manifestanti e delle forze dell’ordine, ha consegnato nuove reclute delle organizzazioni terroristiche”, alimentando “un’impennata di azioni di sangue”. Eccole, le chiavi interpretative che offrono a chi leggerà questo libro (che dovrebbe entrare tra i libri di testo delle ultime classi delle scuole superiori) i punti di riferimento per la comprensione, mentre il racconto mostra il film accelerato di un Paese che nel passare degli anni sbanda, dall’omicidio dell’operaio Guido Rossa a quello del vertice della magistratura, il vice presidente del Csm Vittorio Bachelet (12 febbraio 1980).

Nella maggioranza di queste sequenze storiche, Bianconi (inviato del “Corriere della Sera” e tra i massimi esperti in Italia di terrorismo rosso e nero) indica il filo che risale al presente, a quei militanti ancora latitanti in Francia, persone in “fuga non solo dalla pena, ma anche dalle proprie colpe”, e soprattutto gravate “da un passato più grande delle loro esistenze, che ha pesato e continua a pesare sulla storia d’Italia”.

L’ingresso in questo racconto avviene attraverso a, nel quale le chiavi di lettura sono invece più nette e spietate, e ruotano ancora intorno ad alcune parole (il titolo appunto è: Lessico degli anni Settanta). Ad esempio, gli “obiettivi”: “Rispetto alla dottrina classica che giustificava o addirittura esaltava il regicida... il terrorismo di quel periodo sceglie perlopiù obiettivi maneggevoli, intercambiabili, spesso inermi e di non particolare rilievo o perfettamente sconosciuti”. E dunque le parole di chi uccideva sono state uno strumento, una sorta di altra faccia delle pallottole, per costruire un senso aberrante delle azioni: di quegli obiettivi occorreva “esaltare con le contorte rivendicazioni dei volantini il rango e il valore simbolico”. Ancora il lessico, a saperlo leggere e ascoltare, rivela contorsioni e contraddizioni: “La parola più vituperata, da destra come da sinistra, è “borghese”. Per indicare infine il termine che a decenni di distanza provoca ancora sgomento, Albinati sceglie una giornata, il 28 maggio 1980, quando a Milano la Brigata XXVIII Marzo uccide il giornalista del “Corriere” Walter Tobagi e a Roma i Nar assassinano il poliziotto Franco Evangelista. Un omicidio “rosso” e uno “nero”, accomunati da una “totale gratuità: attenzione, non qui nel senso di inutilità (tutte le azioni dei gruppi armati senza eccezione furono inutili), ma proprio gratuità, cioè, arbitrarietà assoluta, quasi capriccio, accompagnato da un maniacale puntiglio dimostrativo”.