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di Francesco Grignetti

La Stampa, 19 gennaio 2024

L’ex ministro: “Sul fine vita, la Corte Costituzionale ha preso l’iniziativa, ma la sua funzione non è quella legislativa che appartiene al Parlamento”. Il presidente emerito della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, che fu ministro della Giustizia con Prodi, ha sentito il discorso dell’attuale ministro, Carlo Nordio. E dissente. “Resto perplesso su come e dove finirebbe il pubblico ministero “separato” e su quanto questo avrebbe efficacia per risolvere la crisi della Giustizia”. Ma ciò che più l’angoscia è la grande confusione che regna sotto il cielo.

Ha visto la bocciatura della legge in Veneto sul fine vita?

“Non si capisce, se non come vicenda politica interna alla Lega. Nell’ambito delle prerogative regionali, e ricalcando pignolamente la sentenza 242 della Corte sul fine vita del 2019, si regolavano gli aspetti pratici e attuativi, di competenza del servizio sanitario”.

Eppure non ne è meravigliato...

“Avevo espresso perplessità per l’ordinanza del 2018 che, al di là del merito, stabiliva un termine ultimativo per il Parlamento”.

Lei ha ricordato di recente quelle sue perplessità...

“Ho avuto occasione di presentare il libro di Giuliano Amato e Donatella Stasio, nel quale si ricorda che io, ormai ex, ero contrario alla scelta della Corte: posticipare l’efficacia di una declaratoria di incostituzionalità costruendo una sorta di normativa propositiva”.

È in effetti una novità rilevante degli ultimi anni, questa sorta di ultimatum.

“Molto diversa dai moniti di un tempo”.

E perché le perplessità?

“Vede, la Corte ha giustamente continuato a insistere che occorreva una legge. Il che vuol dire che non bastava l’intervento della Corte. E qui è il problema. In sostanza, la Corte costituzionale ha superato il vecchio orientamento che limitava la sua iniziativa alla rimozione della legge, o di parte di essa, in contrasto con la Costituzione. Si è passati all’iniziativa, cercando un dialogo con il Parlamento per evitare che rimanesse senza tutela uno spazio che meritava comunque invece di essere costituzionalmente tutelato. Quel dialogo, però, non è stato colto dal Parlamento”.

Il nodo che lei evidenzia è il rapporto tra giudice delle leggi e Legislatore?

“Esatto. È vero che nel tempo la Corte ha ampliato molto il suo campo di decisione da quello originario che era infondatezza o inammissibilità. Si è arrivati all’accoglimento parziale, a quello interpretativo, alla sentenza interpretativa di rigetto oppure al contrario alla interpretativa di accoglimento, o alla pronunzia di incostituzionalità differita nel tempo. Tutto benissimo, ma si finisce per dilatare il potere della Corte, trasformandolo da negativo a positivo, e indebolire il suo self-restraint, che è premessa della sua legittimazione, creando nuove norme. E non sembra questo il compito della Corte”.

Il nodo dei nodi è la paura di molti per un governo che sommi in un colpo solo il premierato, la separazione delle carriere dei pubblici ministeri, e pure le nomine a senso unico dei prossimi giudici costituzionali. Il nuovo presidente Augusto Barbera si è lamentato di un certo costituzionalismo “ansiogeno”.

“Finché la maggioranza richiesta per l’elezione parlamentare dei giudici costituzionali rimane quella dei tre quinti, non vedo particolari problemi, come giustamente sottolineato dal Presidente Barbera. Li vedo invece molto, di fronte agli altri appuntamenti costituzionali tra loro connessi, in tema di autonomia differenziata, che delegittima intrinsecamente il Parlamento, ridotto a una sorta di controllore. Oppure in tema di rafforzamento del premierato, che apre anch’esso conflitti preoccupanti e lesione dei poteri, in particolare atipici, del Presidente della Repubblica e del suo ruolo di altissima mediazione”.

Intanto ieri il ministro Carlo Nordio ha rilanciato sui pm, che accusa di essere un “pericolo” per la concentrazione di poteri avvenuta nel 1988 a seguito della riforma Vassalli sul processo penale.

“Ho sentito. Mi pare un po’ contraddittorio questo disegno di accentrare poteri in capo al Presidente del Consiglio e alle Regioni, ma allo stesso tempo diluire quelli della magistratura. E poi resto perplesso su come e dove finirebbe il pubblico ministero “separato” e su quanto questo avrebbe efficacia per risolvere la crisi della Giustizia”.

Però l’abolizione del reato di abuso d’ufficio la convince, vero?

“È un reato modificato per cinque volte nell’arco di pochi anni, che praticamente non ha sortito alcun effetto. A chi ci spiega che deve restare per consentire la scoperta di altri reati, rispondo che non è questo il compito di un reato. Quel tipo di abusi va affrontato a livello amministrativo con la responsabilità disciplinare e quella erariale”.