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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 24 gennaio 2023

Berlusconi lo sostiene per attaccare i magistrati e mettere in difficoltà Meloni. Salvini cerca la sponda delle toghe per il Csm. E in FdI c’è paura di perdere l’elettorato securitario. E intanto Conte pensa alla sfiducia individuale.

È riuscito appena per una domenica pomeriggio il tentativo della premier, Giorgia Meloni, di silenziare la polemica su Carlo Nordio. E riportare sotto la sua ala quel ministro tanto da lei voluto quanto contestato negli ultimi giorni. In primis dalla sua stessa maggioranza. Con la nota, mandata quando già si apprestava ad arrivare ad Algeri, la premier non voleva solo blindare il Guardasigilli, ma anche invitare gli alleati alla moderazione sul tema giustizia. Perché, è il suo pensiero costante da un po’ di tempo, “uno scontro con le toghe non ce lo possiamo permettere”. Messaggio, quest’ultimo, che Meloni ha ripetuto anche oggi parlando alla stampa italiana da Algeri: “È necessario mettere mano alle cose che non funzionano, e quello che non funziona è un certo uso che si fa delle intercettazioni. Dobbiamo cercare le soluzioni più efficaci per capire quali punti che riguardano lo stato di diritto non funzionano, senza la necessità che ciò si traduca in polemiche o scontri”.

Messaggio che, però, non deve essere stato colto da Silvio Berlusconi. Il fondatore di Forza Italia ha pensato di movimentare un lunedì mattina che si preannunciava freddo e senza particolari colpi di scena con un lungo post su Facebook in cui, tra le altre cose, attacca la magistratura. Un post che parla di Nordio, ma in realtà sottende (anche) altri scopi. Esattamente come il posizionamento degli altri alleati di governo: concentrare il dibattito sul Guardasigilli è il modo più efficace che hanno le tre anime della maggioranza per perseguire i loro scopi in tema di giustizia. Tema che, nella settimana in cui sarà eletto il vicepresidente del Csm e ci sarà l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione, si preannuncia più caldo che mai.

Ma partiamo da Berlusconi: quale occasione più ghiotta per professare fede totale nel ministro della Giustizia ma al contempo mettere in difficoltà Giorgia Meloni e, ancora, attaccare i suoi nemici storici della magistratura? Il fondatore di Forza Italia non ci ha pensato due volte: del resto, anche con i suoi aveva fatto notare - con non poco disappunto - che i meloniani, scegliendo Nordio in via Arenula, avevano messo il cappello su temi fortemente identitari per i forzisti. E siccome l’ex premier a lasciare lo scettro del garantismo ai patrioti - alcuni dei quali, peraltro, neanche lo vogliono - non ci vuole proprio pensare, ecco che dopo aver spinto i suoi a intervenire di più sui dossier identitari, giustizia in primis, parla in prima persona: “Dopo molto tempo, l’Italia ha un ministro della Giustizia di cultura liberale e garantista, una cultura profondamente affine alla nostra. Noi di Forza Italia sosterremo l’azione del Ministro Nordio con assoluta convinzione”, premette su Fb, prima di sottolineare la necessità di andare avanti con le riforme annunciate da Nordio. Riforme che - precisa, non a caso - “trovano un significativo consenso anche oltre il perimetro della maggioranza”. Il riferimento è al Terzo polo, in nome del quale oggi è intervenuto Carlo Calenda: “Il ministro è più vicino a noi che a FdI”.

Fatti i preamboli di rito, eccolo Berlusconi rivolgersi direttamente agli interlocutori di categoria. Gli stessi con i quali la premier non vorrebbe arrivare allo scontro: “Il nostro obiettivo non è certo un conflitto fra politica e magistratura. Le nostre riforme non sono contro i magistrati, sono per i cittadini”, dice l’ex premier. E poi eccolo puntare dritto all’obiettivo: “Certo, incontrano l’ostilità di alcuni settori politicizzati della magistratura. Alcuni di questi magistrati sono passati direttamente dai loro uffici giudiziari alle aule del Parlamento, nelle file dei Cinque Stelle. Questo dimostra quanto poco quei magistrati potessero essere imparziali”. L’attacco è diretto a Federico Cafiero De Raho e a Roberto Scarpinato, già pm antimafia oggi in Parlamento, ma non solo: “Altri loro colleghi e amici sono rimasti nelle correnti di sinistra dell’ordine giudiziario”. Richiama in causa, insomma, le tanto odiate “toghe rosse”, che non ha mai dimenticato. Toccherà ad Antonio Tajani, da Bruxelles, smorzare i toni, nel pomeriggio: “ Abbiamo vinto le

elezioni anche per fare una riforma della giustizia” ma “attenzione: fare una riforma della Giustizia non significa fare la guerra ai magistrati. Noi vogliamo che ci siano delle regole che garantiscano tutti i cittadini nella stessa maniera”.

La grande differenza rispetto ai tempi d’oro della guerra tra toghe e politica è che questa volta le toghe non rispondono, se non a titolo personale. Ad eccezione di una prudentissima e pacatissima intervista a La Stampa del suo presidente, l’Anm non ha detto una parola contro alcune dichiarazioni del ministro che in altri tempi avrebbero fatto scoppiare fuoco e fiamme. Questo insolito silenzio, ufficialmente giustificato dal fatto che il sindacato delle toghe attende di vedere i testi delle riforme e non si sente di commentare parole di un ministro che “forse a volte parla con troppa leggerezza, ma poi sistematicamente torna sulle sue posizioni”, si inscrive in un contesto di mutate maggioranze all’interno della magistratura stessa e della sua rappresentanza. La corrente di centrodestra, Magistratura Indipendente, che ha eletto ben sette consiglieri togati al Csm, non è ostile al ministro - sono di quell’associazione molti dei magistrati di cui il Guardasigilli si è circondato in via Arenula - e non vuole alzare il livello dello scontro. Né, per dirla con le parole di un suo dirigente, “fare politica”. Tanto più alla vigilia dell’elezione del presidente del Csm, sulla quale sa bene che ha il boccino in mano. Ne consegue che l’Anm, non potendo parlare con una voce sola, preferisce tenere un profilo basso. Almeno fino a quando dagli uffici del ministero non inizieranno a uscire le prime bozze.

Chi si mostra inaspettatamente molto dialogante con la magistratura in questo momento è la Lega: “Bisogna colpire gli abusi ed evitare che alcuni tribunali vengano utilizzati dalla politica, senza però fare di tutta l’erba un fascio. Ritengo che lo scontro politica-magistratura debba essere superato”, ha detto Matteo Salvini nel weekend, dopo che per giorni si era levata la voce di Giulia Bongiorno contro una stretta eccessiva nella pubblicazione delle intercettazioni. La mossa del Capitano non è disinteressata: uno dei neoconsiglieri del Csm indicato dalla Lega - l’avvocato Fabio Pinelli, legale di Armando Siri, Luca Morisi e della Regione Veneto - è in corsa per diventare vicepresidente dell’organo di Palazzo dei Marescialli. Calcolatrice alla mano, qualche voto per arrivare a quota 17 ed essere eletto in uno dei primi scrutini gli manca. E allora ecco che al Carroccio - che certamente non potrà contare sui due membri laici eletti da M5s e Pd - conviene tendere la mano alla magistratura, se vuole sperare di accaparrarsi la vicepresidenza di un organo che negli ultimi otto anni ha avuto come numero 2 una figura di centrosinistra. Si spiegano in quest’ottica le aperture di Salvini e dei suoi. I giochi al momento sono del tutto aperti: la sfida tra Pinelli e il costituzionalista Roberto Romboli, voluto al Csm dal Pd, è serrata. L’operazione leghista ha qualche possibilità di riuscita, ma Salvini deve sperare nella memoria corta di qualche consigliere togato. Non sfugge, infatti, che a remare, dalla maggioranza, contro il pensiero del ministro Nordio in questo momento è la stessa forza che appena qualche mese fa appoggiò i referendum sulla giustizia. L’attuale Guardasigilli è stato tra i più strenui sostenitori di quei quesiti, al punto da presiedere il comitato per il sì.

Un capitolo a parte in questa diatriba sulla giustizia lo merita Fratelli d’Italia. Dopo che la premier è corsa a rivendicare la sua scelta, i meloniani fanno quadrato intorno al ministro. Tutti - compreso Giovanni Donzelli, che risponde piccato a Giuseppe Conte, che sta valutando la mozione di sfiducia al ministro - tranne il suo sottosegretario, Andrea Delmastro che, in un’intervista a La Stampa, dopo averlo difeso, proprio non si riesce a trattenersi dal far notare che una cosa è esprimere un pensiero durante un convegno e una cosa è dirla in Parlamento. Tra le file dei deputati e dei senatori meloniani le sensibilità sul ministro sono diverse: oscillano dalla totale ammirazione di qualche avvocato che ha una cultura giuridica simile alla sua alla forte diffidenza dell’anima più securitaria del partito. Di quella, cioè, che rivendica di aver preso i voti delle forze di polizia e ha paura che il consenso di quella categoria cali a picco. Resta il fatto che, però, Meloni ha voluto a tutti i costi l’ex pm di Venezia in via Arenula: è stata fatta su quel dicastero la sfida più lunga con Silvio Berlusconi che, invece, voleva che quella poltrona fosse occupata da uno dei suoi. Adesso non può, e non vuole, fare marcia indietro. Pena: la credibilità.

“Siamo sempre stati in piena sintonia e del resto è stata una scelta e un’indicazione, come ha detto il presidente del Consiglio, fortemente voluta di indicare me come ministro della Giustizia”, dice oggi Nordio, parlando della premier con gli avvocati vicentini. Dimentica che al dibattito sulla giustizia alla festa di FdI, al quale all’ultimo momento non ha partecipato per oscuri impegni istituzionali, gli applausi della platea - e, quindi, degli elettori - erano tutti per i proclami securitari della destra di sempre. E di questo, presto o tardi, FdI dovrà tenerne conto.