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di Erica Dellapasqua

Corriere della Sera, 26 dicembre 2024

Papa Francesco nel penitenziario romano: la banda della Polizia penitenziaria, i doni dei carcerati. In chiesa 300 persone, il ministro della Giustizia Nordio e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Papa Francesco ha aperto la seconda Porta Santa del Giubileo 2025 nel carcere romano di Rebibbia, dopo quella già aperta la sera della vigilia di Natale nella basilica di San Pietro. “Ho voluto che la seconda Porta Santa fosse qui, in un carcere. Ho voluto che tutti noi avessimo la possibilità di spalancare le porte del cuore per capire che la speranza non delude, non delude mai”, ha detto il papa prima di compiere il rituale dell’apertura.

Dopo quella di San Pietro “la seconda Porta è vostra - ha continuato Francesco durante l’omelia della messa, parlando a braccio - è un bel gesto quello di aprire le porte che significa cuori aperti. Questo fa la fratellanza. I cuori chiusi non aiutano a vivere. La grazia di un Giubileo è spalancare, aprire. Soprattutto i cuori alla speranza”.

È la prima volta che succede nella storia nella storia del Giubileo. Un unicum nella tradizione della cristianità che, non a caso, arriva nel giorno di Santo Stefano, primo martire della Chiesa cattolica. Un segno di speranza per tutte le carceri del mondo che fa di Rebibbia un incona universale della vicinanza della Chiesa ai detenuti. Ad accogliere il pontefice nel penitenziario romano c’erano, tra gli altri, anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il capo dimissionario del Dap Giovanni Russo.

Un momento storico che si realizza nello stesso giorno in cui si ricorda un’altra visita, che ha segnato un’epoca, di un Papa in un penitenziario. Il 26 dicembre 1958 Papa Giovanni XXIII, pochi mesi dopo la sua elezione al Soglio Pontificio, si recò infatti a Regina Coeli. Non un Giubileo certo, ma uno di quei casi di corsi e ricorsi storici, come se si chiudesse un cerchio.

Il programma della cerimonia, i doni al Papa - Il Pontefice è arrivato nel penitenziario pochi minuti prima delle 9. Ad attenderlo, le note dell’Inno del Giubileo 2025 suonate dalla banda del corpo di polizia penitenziaria, diretta dal maestro Fausto Remini.

Poi, il Papa è salito fino alla porta della chiesa del Padre Nostro dove si è svolto il rito di apertura della Porta Santa, la Porta della Speranza appunto. Tra le 300 persone presenti in chiesa, come ha spiegato il notiziario web del ministero della Giustizia Gnewsonline, saranno un centinaio, fra uomini e donne, i detenuti provenienti dai quattro istituti penitenziari di Rebibbia: una buona parte siederà davanti al Pontefice, altri faranno parte del coro, altri ancora parteciperanno ad alcune fasi dell’evento.

Olio, biscotti e ceramiche: i doni dei detenuti - All’esterno della chiesa altre 300 persone - fra operatori penitenziari, volontari e familiari - potranno assistere alla messa su un maxischermo appositamente allestito. Al termine, Francesco riceverà alcuni doni dai detenuti: dagli uomini del Nuovo Complesso, la riproduzione in miniatura della porta della chiesa del Padre Nostro, creata all’interno del laboratorio “Metamorfosi” utilizzando i legni dei barconi dei migranti, mentre dalle donne di Rebibbia femminile, un cesto contenente olio, biscotti, ceramiche e bavaglini, frutto del loro lavoro.

L’amministrazione penitenziaria omaggerà il Santo Padre con un dipinto raffigurante un Cristo salvifico, realizzato dall’artista Elio Lucente, ex poliziotto penitenziario. Vicino alle mura della chiesa, infine, sarà inaugurata l’opera, firmata dall’artista Marinella Senatore, dal titolo “Io contengo moltitudini”: un progetto di arte contemporanea - in continuità con il Padiglione della Santa Sede allestito nel carcere femminile di Venezia in occasione della Biennale - composto da una struttura ad albero, alta circa 6 metri, con luminarie in forma di strisce che riportano frasi di detenute, detenuti e personale penitenziario, scritte in varie lingue, anche in dialetto.

Bergoglio e la Porta della Speranza - “Tutti noi come Chiesa e società siamo chiamati ad abbracciare le carceri con umanità. La Porta Santa che il Papa aprirà a Rebibbia ha un particolare significato. In analogia con quanto succede a Rebibbia anche in altre carceri saranno aperte altre “Porte della Speranza”. L’obiettivo è accompagnare i detenuti a vivere in modo riabilitativo e a prepararsi al rientro nella società. Il carcere non è un luogo di punizione, ma di riabilitazione. Tutto il mondo è chiamato a interessarsi di più”, ha spiegato il cardinale José Tolentino de Mendoça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, parlando del progetto “L’arte contemporanea in carcere: la sfida della speranza”, iniziativa pensata dalla Santa Sede per tenere un faro acceso sul tema carceri per tutto il 2025. “Questo progetto vuole mettere al centro il tema delle carceri e l’arte, essendo un ponte, può avere un ruolo decisivo”, ha detto ancora il cardinale Tolentino de Mendoça. Carceri che sono al centro dei pensieri di Bergoglio tanto da aprire lì una Porta Santa.

Il precedente di Papa Roncalli - Oggi, come avvenne il 26 dicembre 1958 Papa Giovanni XXIII, l’intenzione era quella di portare speranza e conforto a chi si sente solo e dimenticato. La missione sempre la stessa: far comprendere che c’è una seconda possibilità per tutti, nessuno escluso. Papa Roncalli si presentò a Regina Coeli a sorpresa compiendo gesti e parole che sono entrati nella memoria collettiva. Prima volle un detenuto come ministrante durante la celebrazione della messa, poi parlò a braccio. “Son venuto - disse -. M’avete veduto. Io ho messo i miei occhi nei vostri occhi. Ho messo il cuor mio vicino al vostro cuore. Questo incontro, siate pur sicuri che resterà profondo nella mia anima”. Roncallì sottolineò: “Ho ben piacere che sia proprio un’opera di misericordia”.

Misericordia che divenne vicinanza, con il giro del Papa tra i carcerati e con l’abbraccio a un detenuto che si era gettato ai suoi piedi. Roncalli volle essere ritratto in mezzo ai detenuti. L’episodio che lo colpì i più però lo apprese una volta varcato il portone del penitenziario. Trecento detenuti, chiusi nelle celle di rigore perché considerati pericolosi, non avevano potuto vederlo. Volle allora inviare a ciascuno di essi un’immagine assicurando loro che non li avrebbe dimenticati nelle sue preghiere. Se per Roncalli fu “Misericordia”, per Bergoglio la visita a Rebibbia vuole essere un segno di “speranza”.