di Ettore Jorio
Gazzetta del Mezzogiorno, 2 ottobre 2026
C’è un errore colossale nel dibattito italiano sulla giustizia: pretendere di giudicare la giustizia di oggi attraverso l’esito di alcuni processi penali di ieri. E ciò che fanno i media, con una prospettiva diseducativa. È un errore di metodo prima ancora che politico. Un processo celebrato dieci, venti o trent’anni fa appartiene al suo tempo, alle prove allora disponibili, alle norme allora vigenti, alle persone che indagarono, accusarono, difesero e giudicarono. Può essere studiato, criticato, persino considerato emblematico di una stagione. Ma non può diventare la prova permanente della bontà o della cattiveria della giustizia italiana. Altrimenti la Repubblica sarebbe condannata a giudicare eternamente le proprie istituzioni attraverso i loro errori passati, senza riconoscere trasformazioni, riforme, cambiamenti di uomini, regole e organizzazione.
E soprattutto si commette un secondo errore: si identifica la giustizia con il processo penale. La giustizia italiana è molto altro. È il giudice civile che decide della casa, dell’impresa, della famiglia, del lavoro, del credito. È il giudice amministrativo che controlla l’esercizio del potere pubblico. È la giustizia contabile che verifica l’uso del denaro della collettività. È la giustizia tributaria. È la Corte di cassazione nella sua funzione nomofilattica. È la Corte costituzionale, su un piano diverso e proprio, quale garante della conformità delle leggi alla Costituzione. Ed è anche, naturalmente, la giustizia penale. Valutare tutto questo universo prendendo qualche processo penale del passato significa giudicare un ospedale sulla base di tre cartelle cliniche di vent’anni prima. La domanda seria dovrebbe essere un’altra: come funziona oggi la giustizia della Repubblica? Quanto tempo impiega un cittadino per ottenere una decisione? Quanto costa difendere un proprio diritto? Quanto sono prevedibili gli orientamenti giurisprudenziali? Quanto efficacemente vengono eseguite le sentenze? Quanto funzionano gli uffici? Quanto incidono carenze di personale e organizzazione? Quanto la digitalizzazione ha migliorato davvero il servizio? Quanto è garantita l’indipendenza di chi giudica e, contemporaneamente, quanto il sistema riesce a rendere conto del proprio funzionamento? È questo il terreno sul quale una democrazia adulta dovrebbe misurare la propria giustizia.
La stessa impostazione europea guarda ai sistemi giudiziari come sistemi: indipendenza, qualità, efficienza, assetto istituzionale. Non come sommatoria emotiva di assoluzioni e condanne celebri. Ciò non significa affatto sottrarre la magistratura alla critica. Al contrario. La magistratura deve poter essere criticata proprio perché esercita uno dei poteri più delicati dello Stato. Ma la critica dovrebbe essere rivolta ai problemi reali. E fra questi ve n’è uno che l’Italia dovrebbe avere il coraggio di affrontare senza ipocrisie: il rapporto tra giustizia e politica. Qui la questione diventa assai più interessante del riesame mediatico di processi celebrati decenni addietro. Occorre interrogarsi sulle contaminazioni possibili tra i due mondi, sulle porte girevoli, sul passaggio dalla magistratura alla politica e viceversa, sul peso delle appartenenze associative nelle dinamiche interne, sui sistemi di nomina e sulle carriere.
E, dall’altra parte, occorre interrogarsi sull’uso che la politica fa delle inchieste, degli avvisi di garanzia, delle assoluzioni e delle condanne, trasformandoli troppo spesso in strumenti della lotta politica. Perché il problema ha due facce. È pericoloso quando la giustizia invade lo spazio della politica. Ma è altrettanto pericoloso quando la politica pretende di amministrare la reputazione della giustizia, dividendola tra magistrati buoni e cattivi a seconda delle decisioni che assumono. Un pubblico ministero non diventa eccellente quando indaga l’avversario e pessimo quando indaga l’amico. Un giudice non diventa garante quando assolve chi ci è vicino e persecutore quando lo condanna. È proprio questa contabilità politica delle sentenze che finisce per danneggiare l’istituzione.
C’è poi una distinzione fondamentale che rischiamo di perdere. Criticare una sentenza è legittimo. Delegittimare la giurisdizione è un’altra cosa. Le sentenze non sono verità rivelate. Possono essere impugnate, riformate, annullate; possono contenere errori e possono essere sottoposte alla critica scientifica, professionale e pubblica. È il diritto stesso a prevederlo. Ma da un errore giudiziario, vero o presunto, non discende logicamente che sia malata l’intera giustizia italiana. Così come una buona sentenza non dimostra che tutto funzioni. È questa semplificazione che dovremmo finalmente abbandonare. La giustizia va giudicata nella sua totalità, nella capacità quotidiana di assicurare diritti e garanzie a milioni di persone che non finiranno mai sulle prime pagine dei giornali. Il vero scandalo potrebbe non essere il processo famoso di trent’anni fa. Potrebbe essere il piccolo imprenditore che aspetta anni per recuperare un credito. La famiglia che attende una decisione. Il lavoratore che arriva alla sentenza quando il danno è ormai consumato. L’amministrazione che non sa tempestivamente se il proprio atto sia legittimo. L’imputato innocente sul quale un procedimento troppo lungo produce comunque conseguenze personali e professionali.
La vittima che aspetta troppo a lungo una risposta dello Stato. È lì che si misura la giustizia. Non nelle nostalgie giudiziarie della politica. La Repubblica non ha bisogno di scegliere tra essere contro i magistrati o a favore dei magistrati. Ha bisogno di essere a favore della giustizia. Che è una cosa enormemente più seria. E proprio chi vuole difenderla dovrebbe pretendere che sia indipendente dalla politica, ma anche che la politica smetta di utilizzare la giustizia come prosecuzione dello scontro parlamentare con altri mezzi. Forse la grande riforma culturale dovrebbe cominciare da qui: smettere di processare la giustizia con i processi di ieri e cominciare a giudicarla per come garantisce oggi i diritti dei cittadini. Perché la giustizia non appartiene ai magistrati. Non appartiene agli avvocati. E, soprattutto, non appartiene alla politica. Appartiene alla Repubblica e i suoi esiti sono il patrimonio di giustizia della Nazione.









