di Vincenzo Crasto*
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2026
Ipotizzare una circolarità in cui il giovane magistrato entra nell’ufficio per il processo, poi esercita le funzioni di vice procuratore e poi quelle giudicanti. Il giudice di pace vive una crisi molto grave, che rischia di diventare irreversibile se non si interverrà in tempi brevissimi. Le cause sono molteplici, innanzitutto una grave carenza di personale amministrativo, ma soprattutto la robusta scopertura degli organici dei magistrati. Fino a pochi anni fa erano in servizio 3.500 giudici, oggi sono circa 700, un numero realmente esiguo e assolutamente inadeguato per continuare a fornire quel servizio efficiente, che in passato i giudici di pace assicuravano.
Eppure la magistratura onoraria è divenuta negli anni elemento indefettibile del sistema giustizia ed è ormai professionalizzata a seguito di rigorose procedure concorsuali, intervenute dopo oltre 25 anni di esercizio delle funzioni giurisdizionali. I vice procuratori sostengono l’accusa pressoché in tutti i giudizi penali celebrati dinanzi al giudice monocratico. È unanime l’apprezzamento per il fondamentale contributo che forniscono i GOT in Tribunale.
Ma oggi le maggiori problematiche riguardano gli uffici del giudice di pace. Nel recente passato il giudice di pace è stato un magistrato produttivo ed efficiente, di stampo europeo che è arrivato a definire anche due milioni di procedimenti in un anno. La durata media dei processi si attestava in tempi inferiori a un anno e le sentenze risultavano appellate in una misura inferiore al 3%, ma soprattutto l’istituzione del giudice di pace ha determinato un benefico effetto deflattivo: secondo il ministero della Giustizia i processi civili di cognizione trattati dai tribunali sono diminuiti del 60% dal 1994 al 2013, passando da 707.149 ai 309.290. Tale dato si è poi stabilizzato negli anni successivi.
In definitiva gli aspetti positivi della giustizia di prossimità superavano le criticità, che pure esistevano. Oggi i giudici di pace conservano una notevole produttività, in media definiscono 800 procedimenti annui, però registriamo un dato molto preoccupante, l’abbandono della giustizia di pace a se stessa. In molti uffici si fa realmente fatica a trovare un giudice di pace e si è costretti a ricorrere ad applicazioni temporanee di GOT.
All’Ufficio del Giudice di pace di Napoli, ad esempio, la pianta organica prevedeva 250 magistrati e pochi anni or sono erano in servizio 150 giudici di pace, mentre oggi al civile sono assegnati 20 giudici di cui 4 non esclusivisti, poi vi sono 25 magistrati nominati dopo la riforma del 2017, che possono essere utilizzati in maniera molto limitata. In sostanza i nuovi giudici possono essere impiegati solo part time nella misura di un terzo rispetto ai giudici di pace già in servizio, e in concreto non possono celebrare più di una udienza a settimana, a fronte delle tre che in molti casi celebrano i giudici di pace assunti prima del 2017.
Il rischio di paralisi è concreto in quanto dinanzi alla giustizia di pace pende già oggi oltre il 50% del contenzioso di primo grado in materia civile e con il previsto aumento di competenza, tale quota aumenterà fino a raggiungere il 70% del contenzioso. Inoltre, nell’arco di un lustro cesseranno dalle funzioni circa 300 giudici. I numeri hanno la testa dura, pertanto sarà inesorabile la “chiusura” del giudice di pace, ma l’enorme mole di giudizi pendenti dinanzi alla magistratura di prossimità si riverserà ineluttabilmente sui tribunali, azzerando l’effetto deflattivo prodottosi nell’ultimo trentennio.
Negli anni passati il legislatore in tema di giudici di pace ha avuto un comportamento incoerente: da una parte ha progressivamente ampliato le competenze, in sostanza riconoscendo ai giudici di pace di aver maturato una notevole professionalità, dall’altra ha mortificato i magistrati e li ha indotti ad abbandonare le funzioni, producendo una vera e propria emorragia di giudici e con la riforma del 2017 ha imposto un utilizzo ridotto dei nuovi assunti. Ebbene tale riforma si è rilevata semplicemente sbagliata, come avevamo denunciato all’epoca e come lo stesso CSM evidenziava nel suo parere alla riforma, certificando che la stessa avrebbe inciso negativamente sulla qualità della giurisdizione.
La paralisi della giustizia sarebbe foriera di gravissime conseguenze socio-economiche, senza dimenticare le centinaia di milioni di euro che l’Italia spende ogni anno per i risarcimenti per l’irragionevole durata dei giudizi, ai sensi della Legge Pinto, cifra che lieviterebbe a dismisura.
La soluzione è semplice: occorre valorizzare i nuovi magistrati e consentire il loro impiego allo stesso modo dei giudici di pace assunti prima del 2017. A regime, si può ipotizzare una circolarità delle funzioni ex onorarie in cui il giovane magistrato entri a far parte dell’ufficio per il processo, successivamente eserciti le funzioni di vice procuratore e poi quelle giudicanti, presso gli uffici del giudice di pace o in tribunale. Tale soluzione consentirebbe di non disperdere le professionalità acquisite e di conservare nel tempo una magistratura efficiente, che si senta essa stessa parte integrante del sistema giustizia e non meramente tollerata, come avvenuto per troppi anni in passato.
In ogni caso occorre prevedere per tutti i magistrati uno status giuridico - economico almeno dignitoso. Insomma bisogna uscire da una situazione di incoerenza per cui la magistratura di pace è riconosciuta elemento indefettibile del sistema, ma poi si continua a mortificare i magistrati, trattandoli da figli di un dio minore. Un ulteriore errore è stato escludere la giustizia di prossimità dall’ambito del PNRR. Il PNRR prevedeva in materia di giustizia risorse per 2 miliardi e 679milioni di euro, una cifra enorme destinata a rendere efficiente la giustizia. Possibile che una parte di tali risorse non potesse essere destinata alla giustizia onoraria?
Un’ulteriore manifestazione della crisi in cui versa il giudice di pace è la chiusura degli uffici del giudice di pace non circondariali, affidati alla esclusiva gestione dei comuni, si pensi alla prossima soppressione dell’ufficio del giudice di pace di Marano e ad altri uffici del distretto di Napoli, che rischiano la stessa sorte. Il solo ufficio di Marano ha un bacino di utenza di oltre 250mila cittadini, che resteranno senza un magistrato di prossimità. Perché si è arrivati a tale esito? Anche questo è il portato di una riforma sbagliata che ha attribuito ai comuni tutti gli oneri di mantenimento degli uffici non circondariali, mentre il ricavato della tassazione che grava sulla giustizia di pace non viene trasferita agli enti locali, ma resta allo Stato centrale. Ovviamente i comuni, specie al Sud non sono in grado in alcun modo di sostenere il peso economico e del personale necessario.
Affidare ai Comuni gli uffici è stato un grave errore, il sistema giustizia è uno dei pilastri dello Stato centrale e quindi il ministero della Giustizia dovrebbe condurre uno studio, che porti a salvare anche un numero inferiore di uffici, possiamo ipotizzare all’incirca il 50% degli uffici mantenuti dai Comuni, ma riprenderli sotto la propria direzione. Un ulteriore elemento che rende ancora più grave la situazione di crisi è la cronica carenza di personale amministrativo. Occorre rompere gli indugi ed assumere personale amministrativo, oggi assolutamente insufficiente. Mentre in passato ci si “arrangiava”, per così dire, oggi con l’avvento del processo telematico la presenza di personale amministrativo è imprescindibile. Sul ruolo del singolo giudice ci possono essere anche tra le 1000/1500 cause ed è pertanto imprescindibile tale presenza.
Altra riflessione riguarda il processo telematico del giudice di pace. Semplicemente l’applicativo funziona malissimo. Ci sono difetti strutturali e non v’è sessione di lavoro in cui non si presentino disfunzioni o malfunzionamenti. Le criticità sono tali che il lavoro risulta enormemente rallentato, per i magistrati ciò è fonte di enorme stress: Quando il progresso è anche regresso. Noi siamo strenui fautori della modernità: se questo applicativo non è in grado di funzionare allora ci si dia quello del tribunale, che ormai è rodato.
Infine, occorre evidenziare un problema che i magistrati sentono particolarmente: ci sono giudici che, cessati dall’incarico, rischiano di diventare degli esodati senza stipendio e senza pensione, in quanto per tali magistrati in molti casi non era previsto il versamento di contributi previdenziali. Il governo ha dimostrato di conoscere perfettamente la questione e si è impegnato a risolverla. Auspichiamo che ciò avvenga in tempi brevissimi per il rispetto che si deve a chi ha servito per almeno tre decenni il paese con abnegazione e spirito di sacrificio.
*Presidente nazionale AIMO (Associazione italiana magistratura onoraria)











