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di Paolo Frosina

Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2024

In 18 anni i passaggi sono stati in media 45 l’anno: lo 0,53% delle toghe. Otto giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici. Tanti sono i magistrati che nel 2023 hanno “traslocato” dalla funzione giudicante a quella requirente o viceversa: in totale 34 toghe su 8.851, lo 0,38%. Il dato è riportato in una tabella (riprodotta qui a fianco) allegata alle due bozze alternative - una di maggioranza e una di minoranza - del parere che il Consiglio superiore della magistratura dovrà esprimere sul ddl costituzionale sulla separazione delle carriere, in discussione in prima lettura nell’Aula della Camera. Una riforma definita “epocale” dai suoi firmatari, la premier Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio, nonostante riguardi un fenomeno ormai risibile: i limiti rigidissimi imposti dalla politica a partire dal 2006, infatti, hanno reso il cambio di funzione una scelta piuttosto scomoda, che quasi nessun magistrato prende più in considerazione. E i numeri lo dimostrano, tanto che lo 0,38% di passaggi dell’anno scorso è addirittura il dato più alto dell’ultimo quinquennio: nel 2020 e nel 2022 erano stati 25, lo 0,28%; 31 nel 2021, lo 0,34%; 24 nel 2019, lo 0,27%. In media si tratta di meno di 28 “salti di barricata” l’anno, appena lo 0,31%.

Per capire le ragioni di questa tendenza basta guardare ai “paletti” già esistenti. Dalla riforma dell’ordinamento giudiziario “Castelli-Mastella” del 2006, un giudice che vuol diventare pm o viceversa deve spostarsi in un’altra regione. Quella legge aveva anche fissato un limite massimo di quattro passaggi in carriera, che nel 2022 la riforma Cartabia ha ridotto ulteriormente a uno solo, per di più consentito esclusivamente nei primi dieci anni dall’assunzione delle funzioni. In sostanza, il ruolo scelto all’inizio sarà quello che si conserverà per tutta la vita lavorativa. Risultato: negli ultimi 18 anni, da quando è entrata in vigore la “Castelli-Mastella”, i cambi di funzioni sono stati in media 45 l’anno, pari allo 0,53% dei magistrati in servizio. A partire dal 2019, poi, come abbiamo visto la media è scesa sotto i 28 l’anno, mentre quella dei 13 anni precedenti sfiorava i 53.

Sulla base di questo quadro, la proposta di maggioranza del parere in discussione al Csm contesta il mantra secondo cui la separazione delle carriere serve a realizzare il principio costituzionale del giusto processo, cioè della “parità delle armi” tra accusa e difesa. Se il problema sono i passaggi da un ruolo all’altro, si legge, “la quantità dei cambiamenti di funzione e le regole che li governano sembrano offrire elementi idonei a neutralizzare le preoccupazioni”. Se invece il tema è “di carattere, per così dire, psicologico, vale a dire la circostanza che la natura di parte pubblica del pm e il connesso rapporto di colleganza tra questi e il giudice possa indurre il secondo a dare maggiore credibilità al primo, non risulta del tutto agevole comprendere come la separazione delle carriere possa porre rimedio a questa presunta (ancorché indimostrata) propensione: la riforma lascerebbe, infatti, del tutto inalterata tanto la natura pubblica dell’accusa, quanto la comune appartenenza di giudici e pubblici ministeri all’ordine giudiziario”. Peraltro, la tesi dell’appiattimento delle toghe giudicanti sui colleghi requirenti “non sembra trovare riscontro nell’esperienza concreta, sol che si pensi che in più del 40% dei casi le decisioni giudiziarie non confermano l’ipotesi formulata dalla pubblica accusa”, aggiunge il testo.

La bozza da cui sono tratti i virgolettati ha ottenuto cinque voti su sei nella Commissione competente del Csm (la Sesta): a sostenerla i consiglieri togati Antonello Cosentino (della corrente progressista di Area) Roberto D’Auria (dei “moderati” di UniCost) Eligio Paolini (dei conservatori di Magistratura indipendente) e Roberto Fontana (indipendente) più il laico Roberto Romboli, eletto in quota Pd. Una proposta alternativa, dai toni favorevoli alla riforma, è stata votata solo dal laico Felice Giuffrè, scelto da Fratelli d’Italia. Il plenum, l’organo al completo, sceglierà l’8 gennaio, ma il testo di maggioranza dovrebbe passare senza problemi.