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di Liana Milella

 

La Repubblica, 5 settembre 2019

 

Oggi la presentazione del docu-film "Viaggio in Italia. La Corte costituzionale nelle carceri".

Le facce sono il film. Le più belle sono quelle delle donne. Come Lucia, la transgender di Napoli che nel carcere di Sollicciano dice alla giudice Silvana Sciarra: "Che senso ha la vita fuori senza nessuno? Questa è la mia casa... ogni tanto vado in crisi... mi trucco e mi passa".

O la detenuta di Lecce che chiede alla giudice Daria de Pretis: "Cosa porta via di questa giornata visto che noi le abbiamo potuto dare solo la nostra vita complicata?". E lei: "Porto via le vostre facce di donne che come me hanno..." ma la voce si rompe, una lacrima scivola giù, e non resta che un abbraccio. Sì, due mondi lontani, s'incontrano e si turbano vicendevolmente durante Viaggio in Italia. La Corte costituzionale nelle carceri, docu-film di Fabio Cavalli (prodotto da Rai Cinema e Clipper media) proiettato oggi alle 17 come "evento speciale". Il presidente della Biennale Baratta spiegherà perché il film si è guadagnato questo spazio, prima volta nella storia della Consulta e della Mostra. Con lui la vice presidente della Corte Marta Cartabia e i giudici Francesco Viganò e Luca Antonini. "Nella Costituzione è scritto che siamo tutti uguali... ma non è vero" dice a Giuliano Amato un ragazzo nel carcere di Nisida.

"La Costituzione è per i più deboli, per chi non ha potere, è uno scudo per loro" afferma a Rebibbia Giorgio Lattanzi, il presidente della Corte. Nasce su questa scommessa il docu-film di Cavalli, il regista teatrale che ha lavorato con i fratelli Taviani a Cesare deve morire, Orso d'oro a Berlino nel 2012. La Consulta esce dal palazzo, parte dagli ultimi, da chi è recluso e spesso viene rimosso dalle coscienze. Nel film sette carceri e sette giudici. A maggio 2018 la richiesta a Cavalli di una diretta streaming a Rebibbia per far sì che a quel primo incontro possano partecipare anche i detenuti di altre prigioni. Cavalli coglie al volo l'occasione e propone alla Corte di seguirla nel viaggio per farne un docu-film. Un pugno nello stomaco. Ne esci profondamente turbato. Ti senti colpevole. Per darne un'immagine, ecco quella del piccolo campo da gioco del carcere di Marassi. La telecamera lo inquadra dall'alto, si sposta verso il grande stadio di Genova. Nel primo i detenuti guardano la partita dei compagni dai corridoi su piani sovrapposti; nell'altro i tifosi sono uomini liberi.

Un carcere dentro la città. Come San Vittore al centro di Milano, dove Cartabia dice: "Voi siete parte di questa comunità che è la Repubblica italiana". Esclusione e inclusione. Come testimoniano madre e figlia a Lecce. Dice la prima: "Ho visto dalla finestra della cella mia figlia scendere dalla macchina dei carabinieri e ho provato un dolore che mi porterò dentro per tutta la vita". E la figlia: "Ho conosciuto il carcere da piccola, sia io che le mie sorelle, ho un compagno detenuto... abbiamo fatto questa vita... mio padre è stato dentro per 17 anni, quando è uscito l'ho visto due volte, poi mai più...". E cela con la mano una lacrima.