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di Luisa Taliento

iodonna.it, 11 maggio 2025

Giulia di Barolo all’incoronazione di Napoleone conobbe l’uomo che avrebbe amato tutta la vita (e per cui lasciò la Francia per il Piemonte e i suoi vigneti). Ma fu la sorte delle meno fortunate a segnare il suo percorso, come racconta un nuovo libro. “Tancredi accennò un inchino e Juliette si tirò in piedi, guardandolo incuriosita. “Non ho mai conosciuto nessuno con un nome così evocativo, da poema cavalleresco” gli disse, sincera. “Sono Juliette Colbert di Maulévrier”. Sorrise di nuovo e lui batté le palpebre, come se un raggio di sole lo avesse abbagliato”. I due giovani si conobbero così, a Parigi, durante un’occasione speciale, quella dell’incoronazione dell’imperatore Napoleone Bonaparte. Fu quello che si dice un classico colpo di fulmine, raccontato da Marina Marazza nel libro Sangue delle Langhe. La saga dei Barolo, che ripercorre in modo storico e romanzato le tappe più importanti, gioiose e sofferte, della vita di Juliette Colbert, poi diventata Giulia di Barolo.

Giulia di Barolo, da Parigi a Torino - Le icone della Storia spesso coincidono con vite vissute intensamente. Proprio come in questo caso. Juliette nacque il 26 giugno 1786 a Maulévrier, in Vandea, venne battezzata Juliette Françoise Victurnie Colbert, secondogenita dei conti Colbert e discendente del famoso Jean-Baptiste Colbert che fu ministro delle Finanze del Re Sole, Luigi XIV. La sua fami glia fu travolta dal furore della Rivoluzione francese durante la quale persero la vita parecchi componenti, tra cui la nonna paterna (che venne ghigliottinata). Fu quindi costretta a scappare e visse tra la Germania e l’Olanda. Il conte Edouard Colbert, rimasto vedovo con quattro figli, tornò in Francia nel 1799, sotto il nuovo governo di Napoleone Bonaparte, recuperò una buona parte dei suoi beni e delle sue proprietà ed entrò a far parte della corte dell’Imperatore. Fu così che Juliette, allora diciottenne, diventò una delle dame di compagnia dell’imperatrice Giuseppina Beauharnais, cosa che le permise di conoscere il suo futuro consorte, il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, appartenente a una delle più importanti famiglie aristocratiche del Piemonte, nominato ciambellano e conte dell’Impero.

L’evento che le cambiò la vita - I biografi sono concordi nell’affermare che formavano una coppia ideale. Erano uniti dall’amore, da una grande cultura, dalla fede religiosa, la pratica di carità verso i poveri, la sensibilità ai problemi sociali. Basta dire che lui le regalò prima delle nozze un libro “proibito”: la traduzione francese di Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, con una prefazione di Voltaire, pubblicato a Livorno in forma anonima nel 1764. Si sposarono il 20 agosto 1807 a Parigi e nel 1814 stabilirono definitivamente la loro dimora a Torino, a palazzo Barolo, in via delle Orfane. Qui Juliette, ormai Giulia, incontrò due aspetti differenti della stessa città. Da un lato, Cavour, D’Azeglio, le passeggiate sotto i portici, gli edifici eleganti, i caffè alla moda, come il San Carlo, il Vassallo o il Madera, illuminati a gas e forniti di servizi di porcellana. Dall’altro, i quartieri malfamati, come quello del Moschino, lungo le sponde del Po, con le case fatiscenti in cui vivevano lavoratori, lavandai, barcaioli, le persone arrivate alla ricerca di lavoro e fortuna. E al confine tra questi due mondi ci fu un evento che le cambiò la vita. La seconda domenica di Pasqua, il 17 aprile del 1814, era inginocchiata al passaggio della processione, quando sentì urlare: “Non il viatico vorrei, ma la minestra”. Colpita dall’accaduto volle raggiungere il luogo da cui arrivavano le grida e scoprì le sbarre carcerarie del Senato. In seguito, nel suo scritto Con gli occhi nel cuore. Memoria sulle carceri, annoterà: “Il loro stato di degradazione mi provocò dolore e vergogna. Quelle povere donne e io eravamo della stessa specie, figlie dello stesso Padre, anch’esse erano una pianta dei Cieli, avevano avuto un’età dell’innocenza ed erano chiamate alla stessa eredità celeste”.

L’apostola delle donne in carcere - Giulia e Tancredi non potevano avere figli ma la loro indole caritatevole li spinse ad avere un motto: “Nessun figlio, tutti figli”, e così “adottarono” la causa delle donne in carcere. A Giulia venne concessa l’autorizzazione di visitare le galere e lei capì subito che le cose dovevano e potevano cambiare. Fu la prima donna a sollevare in Italia il problema dei penitenziari femminili. Intraprese così la sua attività entrando nella Confraternita della Misericordia per servire le minestre e fornire il vestiario, insegnare a leggere e scrivere. Poi il suo programma divenne più articolato, le carcerate dovevano comprendere che avevano commesso un reato, dovevano pentirsi per avere la ricompensa cristiana, che avveniva sotto forma di piccoli premi da distribuire a chi si fosse distinta nel taglio, nel cucito, e avesse seguito con costanza la preghiera comune e l’insegnamento religioso. Con questa forma molto particolare di ora et labora, riorganizzò il carcere delle “Forzate”, di cui ottenne la gestione dal governo piemontese, nel 1821.

Fece trasferire qui le detenute di altre carceri torinesi, introdusse nelle strutture le suore di San Giuseppe di Chambery, riuscì a discutere il regolamento con le stesse detenute. Nel marzo del 1823, aprì una casa di lavoro e ricovero per ex carcerate o donne pentite della propria vita, chiamata “Il Rifugio”, e in seguito, proprio accanto al Rifugio, fondò “Il Rifugino”, rivolto alle ragazze minori di 15 anni.

L’omeopatia e i vigneti - Pochi anni dopo portò a compimento il progetto dell’ospedaletto di Santa Filomena, destinato a garantire cure a bambine malate provenienti da ceti sociali bassi. Una delle particolarità dell’ospedaletto fu la suddivisione, specificatamente voluta da Giulia, della sezione medica in due reparti: uno dedicato alle cure cosiddette allopatiche e uno per la medicina omeopatica. Amava raccogliere fiori, catalogarli e possedeva una piccola farmacia portatile, in cui conservava oltre 100 rimedi omeopatici per la propria cura personale. Dopo la morte del marito, avvenuta per un incidente il 4 settembre 1838 (quando Tancredi aveva solo 44 anni), Giulia decise di dedicarsi ancora di più alla carità. Morì il 19 gennaio 1864,ma fece in tempo a perfezionare anche il progetto di rimettere a reddito le vaste proprietà vinicole, nelle Langhe e nel Monferrato.

Fu grazie a un’intuizione di Giulia che il vino Barolo assunse il corpo, la stabilità e la nobiltà di oggi. Fu sua, infatti, la volontà di costruire nuove cantine dove vinificare l’uva all’interno di grandi botti, in un luogo protetto dalle rigide temperature tardo-autunnali. Ancora oggi, in cinque di queste botti di rovere ormai pluricentenarie, grazie a una costante e attenta manutenzione il Barolo rinnova ogni anno la sua storia. Ma la “presenza”di Giulia continua a esistere, non solo nelle cantine. Non avendo figli lasciò come erede universale l’Opera Pia Barolo, che ancora oggi, come Opera Barolo, porta avanti la sua eredità sostenendo e promuovendo cultura, educazione e solidarietà verso le fasce più bisognose.

La storia di Giulia di Barolo in esclusiva - La storia di Giulia di Barolo, dall’amore con Carlo Tancredi all’impegno per la riforma delle carceri femminili del Piemonte fino al successo del Barolo, viene raccontata nel romanzo Sangue delle Langhe. La saga dei Barolo (Solferino, 384 pagine, 21 euro). L’autrice è la firma di iO Donna Marina Marazza, storica e scrittrice che si occupa di tematiche di storia, società, costume che ci ha regalato in esclusiva le prime 34 pagine. Marina Marazza: “Giulia di Barolo, nata Juliette Colbert tra i fasti della nobiltà francese, avrebbe potuto limitarsi a brillare nei salotti europei. Il libro sarà presentato a Torino alla Libreria Edit il 16 maggio alle 17.30 (nell’ambito delle iniziative del Salone del libro di Torino, Salone off) e il 21 maggio alla Libreria Luxemburg, alle 17.30; a Novara, il 17 maggio alle 18, Libreria Ubik; ad Alessandria, il 23 maggio alle 17, Libreria Ubik; a Sesto San Giovanni, il 12 giugno alle 18, Libreria della famiglia; al Festival di Lodi, il 13 giugno alle 19, piazza della Vittoria.