di Carla Piro Mander
Corriere di Torino, 26 agosto 2025
Vandeana, sposa nel 1806 a Carlo Tancredi Falletti di Barolo, trova dietro gli splendori della reggia sabauda un popolo poverissimo. Nelle lettere un progetto sociale incentrato sulla fede e sulla rieducazione. “Non la comunione voglio, ma una minestra!”. Il grido, alto e improvviso, rompe la cantilena raccolta dei fedeli e strappa la giovane devota alla sua preghiera. È il 17 aprile del 1814, seconda domenica di Pasqua. A Torino la processione sta attraversando il reticolo di vicoli intorno a Palazzo di Città e quel grido, che sembra alzarsi dal sottosuolo, proviene in effetti dalle carceri senatorie di via san Domenico. A Giulia, già così profondamente religiosa, sembra un segno.
“Turbata da quelle audaci parole - scriverà di lei e dell’accaduto Silvio Pellico - la marchesa alzò gli occhi, vide le sbarre carcerarie del Senato, e propose al servo che l’accompagnava d’entrare seco in prigione. Ella volea dare il denaro che aveva nella borsa, pensando che la fame avesse spinto il furioso grido”. È così che Giulia Falletti di Barolo comincia l’opera di assistenza e carità che porterà la Chiesa, secoli dopo la sua morte, ad attribuirle il titolo di “venerabile”.
Vandeana, figlia del marchese di Maulévrier e sposata col cattolicissimo Carlo Tancredi Falletti di Barolo nel 1806, Giulia, nata Juliette Colbert, si trasferisce a Torino pochi anni dopo il matrimonio. Quella che trova è una città che all’apparenza regale - grandi strade, portici eleganti, palazzi nobiliari affacciati sulla piazza Castello - contrappone la povertà senza speranza di un popolo poverissimo (lavandaie, contadini, piccoli criminali) che vive ammassato nel reticolo di viuzze intorno al Municipio, nei vicoli bui del Moschino, in Vanchiglia, in borgo Dora. È un popolo malnutrito, analfabeta che vive di piccoli reati e paga un prezzo altissimo per la propria illegalità. Il Rondò della Forca, come lo chiamano i torinesi, si anima ogni giorno mortalmente, le carceri sono piene.
È su queste che Giulia si concentra. Si dedica alle detenute, le visita, insegna la preghiera e il lavoro. Scrive, nel 1823: “Esse si gettarono per così dire, su di me, gridando tutte insieme e il loro stato di degradazione mi provocò un dolore, una vergogna che non posso ricordare senza provare una viva emozione. [...] Mi ricordo che giunsi le mani facendo tale esclamazione. Ne caddero poche monete e, come cani affamati, quelle donne si gettarono per terra per contendersi ciò che probabilmente non sarebbe servito che a procurarsi il mezzo per comprare qualche liquore forte [...]. Rincasai col cuore a pezzi per il dolore, senza sapere quale rimedio prendere per migliorare l’esistenza fisica e morale delle carcerate”.
Frequenta quotidianamente le detenute. Porta vestiti, lenzuola, cibo, sapone. Dimostra rispetto. Crede in un progetto di rieducazione, per il quale investe le sue sostanze personali. Scrive nella lettera a Suor Maria Gabriella, della Congregazione di Sant’Anna: “Sono molto contenta che Monsignor Vescovo ha ottenuto i permessi di Roma per la cappella; Maria degli Angeli crede che non ci saranno più di 5 o 6 scudi da pagare per i diritti. Se Egli avesse la bontà di incaricarsi di pagare, tu potresti rimborsarglieli; e io aggiungerei questa piccola somma ai primi soldi che dovrò mandarti [...]. Una volta che i permessi saranno pervenuti, voi desidererete avere un Sacerdote che dica per voi tutti i giorni la santa messa nella vostra Cappella. Se è sufficiente dargli 120 franchi per anno, io concedo volentieri di fare questa spesa. [...]. Bisogna però dimenticare il lusso della cappella di Torino, contentarvi di ciò che è necessario. [...] Ci saranno più spese da fare di quanto sono state già fatte. Le mie finanze non me lo permetteranno senza fare dei debiti”.
Dell’instancabile lavoro di Gulia (e del marito) resta traccia anche nell’epistolario tra i Barolo e Silvio Pellico, da loro assunto come segretario. Scrive Pellico, in una lettera del 1837 a Federico Confalonieri: “Ho stretto amicizia con poche persone; i più intimi sono i Barolo, marito e moglie, anime rare, sempre occupate di vera carità e di Dio. Io sono vincolato a loro, non solo come a benefattori miei, ma come ad ingegni elevati ed amabili, ed a cuori eccellenti in ogni cosa”.
L’intento di Giulia è più forte di tutto. Nel 1821 ottiene di poter usare un edificio più sano e spazioso, il carcere delle Forzate e lo organizza come un carcere modello di cui è nominata sovrintendente. È una straordinaria azione progressista, per il tempo, ma lei non si ferma. Ancora Pellico: “In un suo viaggio a Napoli erasi recata a Mugnano a visitare la tomba di Santa Filomena. L’occupò allora la brama di fondare, tosto che potesse, un ospedale per povere fanciullette [...] Ritornata fra noi, comperò una casa in Moncalieri per fare ivi l’ospedale, e fabbricò contiguamente una chiesetta che fu dedicata alla Santa di Mugnano”.
In 15 anni fonda - scrive Giuseppe Accornero- la scuola per ragazze povere affidata alle Suore di San Giuseppe, il Rifugio casa di accoglienza per ex-carcerate e ragazze a rischio; chiama a Torino le Dame del Sacro Cuore per l’educazione delle giovani nobili e borghesi; fonda l’Istituto delle Sorelle penitenti di Santa Maria Maddalena; le Suore di sant’Anna della Provvidenza.
In decine di lettere racconta la sua visione di fiducia nella possibilità di riscatto sociale per chiunque. Scriverà, il 15 febbraio 1857 in una delle sue ultime missive alle suore di Sant’Anna: “Ho cercato da molti anni di darvi, mie care figlie, prove del mio interessamento per il vostro bene [...] Ricordatevi che siete state fondate per le classi povere. [...] Ricordatevi, care figlie, che quantunque vi abbia procurato una Casa di Noviziato fuori del Piemonte, la mia volontà però è che vi dedichiate specialmente a questo paese nel quale vi ho fondate, dove ho avuto le mie sostanze, dove sono vissuta tanti anni: le vicende politiche, qualunque cambiamento di governo, non impediscono il genere di bene al quale siete dedicate [...]Siate ferme, coraggiose [...] siete destinate a procurare la gloria di Dio e soprattutto il bene delle anime nella classe povera”.











