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di Alessia Arcolaci

vanityfair.it, 14 aprile 2025

Un viaggio tra memorie familiari, riflessioni ed esperienze indimenticabili: l’autobiografia dell’imprenditrice, dalle missioni umanitarie in giro per il mondo fino all’esperienza del carcere da innocente. Giulia Ligresti è un concentrato di sfumature, desiderio di esserci ed energia che esce da ogni sua parola. Dopo la carriera nel mondo finanziario, ha intrapreso un percorso creativo come designer esponendo le sue opere in prestigiose gallerie in Italia e all’estero, e ha continuato a dividere la sua vita nei Paesi in cui è impegnata da sempre con progetti umanitari, tra cui Afghanistan, Etiopia, Burkina Faso, India, Sri Lanka, Striscia Gaza. In mezzo a tutto questo, c’è stato il carcere. Per essere assolta in via definitiva, Giulia Ligresti ha dovuto aspettare sei anni e vivere un mese e mezzo di carcere preventivo a Vercelli, ovvero custodia cautelare prima e arresti domiciliari poi.

L’accusa con cui il 17 luglio 2013, la figlia dell’ex patron di FonSai, Salvatore Ligresti, è stata portata in cella era quella di falso in bilancio e aggiotaggio nel caso FonSai. Venne arrestata su richiesta della procura di Torino, insieme alla sorella Jonella, al fratello Paolo e il padre Salvatore. Quel giorno inizia “il periodo più buio”, lontana dalla sua famiglia, dai suoi figli e pressata da una campagna mediatica feroce. Quasi dieci anni dopo quel giorno, Giulia Ligresti, ha scelto di riaprire quello strappo e raccontarlo nel romanzo Niente è come sembra. La mia storia: la forza della verità, in libreria per Piemme. Ma non è un libro solo sul carcere. È un libro che parla, soprattutto, di libertà.

Giulia Ligresti “Non rinnego niente di ciò che ho vissuto. Il carcere mi ha insegnato che noi donne dobbiamo sempre.

 

Come mai questo libro, adesso?

“Scrivere un libro raccontando la mia verità e la mia storia era un passo necessario. Credo che questo fosse il momento giusto”.

 

Perché?

“Ritengo sia necessario raccontare la verità e questa può raccontarla solo chi l’ha vissuta. Era importante restituire un senso a ciò che ho passato anche se il mio libro non è soltanto una ricostruzione di fatti. È anche un percorso di memoria, di consapevolezza, di riflessione. Ho inoltre pensato che la condivisione di una storia come la mia potesse essere un modo per dare voce a persone che la voce non ce l’hanno, quando vivono alcune situazioni”.

 

Scriverlo come l’ha fatta sentire?

“Quello che ho imparato è che bisogna veramente vivere le esperienze nella vita, attraversandole e facendone tesoro. Ogni cosa mi ha resa quella che sono oggi, senza bisogno di rinnegare nulla”.

 

Torniamo al luglio 2013, quando è stata portata in carcere. Cosa c’è nella sua mente legato a quel momento?

“Ci sono due immagini: in una c’è il rumore e l’immagine di una porta che si chiude alle mie spalle. Poi c’è il sorriso delle ragazze che sono arrivate a darmi un aiuto. Persone che non avevano nulla e di cui io non conoscevo le loro storie ma che si sono dimostrate subito gentili e protettive”.

 

Cos’hanno fatto per lei?

“Lo descrivo anche nel libro: mi hanno chiesto se avessi bisogno di qualcosa e mi hanno offerto un caffè”.

 

Se guarda indietro oggi vede la stessa persona di quel luglio 2013?

“Non sono cambiata da allora. Certamente ho qualche esperienza in più. L’importante è attraversare le esperienze e cercare di ricordarle, di conservarne il bello”.

 

Come descriverebbe la Giulia di allora e la Giulia di oggi?

“Sono la stessa persona, solo che in quel preciso momento stavo vivendo una situazione complicata. Però in quel frangente avevo la consapevolezza di dover mantenere la mente lucida, dovevo essere determinata e quindi, se allora ero forte, oggi lo sono ancora di più”.

 

Era più arrabbiata o spaventata?

“Ero totalmente scioccata. Non aveva nessun senso quello che mi stava succedendo, ero incredula”.

 

Che idea ha maturato sul carcere preventivo, dopo averlo vissuto?

“Se utilizzato come uno strumento di pressione, è veramente un’assurdità. È giusto nei casi in cui c’è una reale pericolosità sociale del soggetto, ma non era certo il mio caso. Penso che non sia da eliminare completamente, ma che vada utilizzato quando è realmente necessario.

 

Perché ha patteggiato?

“Perché era l’unica opzione possibile, non c’era un’altra scelta. Era uno scambio obbligato per potermi riappropriare della mia vita. Mi è stato fatto capire chiaramente che il patteggiamento andava di pari passo con la libertà e quindi non potevo pensare di rimanere volontariamente in quel luogo e farmi distruggere ulteriormente”.

 

Essere donna in quella situazione l’ha fatta sentire più vulnerabile?

“Sicuramente ho capito che le donne devono sempre dimostrare il doppio per essere credute. Ero più vulnerabile in quanto donna ma anche in quanto madre. Non potevo rimanere incastrata a lungo in quel luogo”.

 

Cos’ha fatto con i suoi figli quando è uscita?

“Piccole cose, che mi hanno dato una forza enorme”.

 

Ogni quanto li sentiva?

“Avevamo a disposizione un incontro alla settimana”.

 

Fuori, insieme ai suoi figli, l’aspettava anche l’impegno umanitario che ha da sempre una parte centrale nella sua vita...

“L’impegno umanitario è una cosa che mi appartiene da sempre. Sono stata personalmente in tutti i luoghi dove avevamo e abbiamo tuttora dei progetti per aiutare donne, bambini e tutti coloro che vivono in contesti di estrema vulnerabilità”.

 

In quali Paesi lavorate?

In Italia, ci occupiamo principalmente di persone richiedenti asilo politico, con progetti concreti come una sartoria solidale, una ciclofficina, corsi di italiano e il “passaporto delle competenze”, uno strumento per valorizzare i talenti e le esperienze delle persone che accogliamo. All’estero, siamo presenti in contesti molto complessi come Siria, India, Etiopia e Sri Lanka. In passato abbiamo operato anche in Afghanistan, dove abbiamo organizzato un corso di giornalismo per le ragazze dell’università di Herat, e a Gaza, nel 2013, con attività psicopedagogiche. Siamo stati anche in Burkina Faso e in molti altri luoghi dove la vita è particolarmente difficile.

 

C’è un luogo a cui è più legata?

“L’India per me è proprio casa ma ho il cuore anche in Etiopia, dove le scuole del nostro progetto si chiamano come la mia mamma. Sono molto legata anche alle ragazze afghane, che tuttora sento. Alcune siamo riusciti a portarle fuori durante l’evacuazione del 2021, altre invece sono ancora lì e non passa giorno in cui non ci scambiamo messaggi”.

 

Per il futuro che progetti immagina?

Oggi continuiamo a lavorare in stretta collaborazione con le realtà locali, mantenendo viva la presenza nei territori in cui siamo già attivi. Tra i nuovi progetti in programma, stiamo lavorando alla creazione di uno shelter in Libano per accogliere persone in fuga dai conflitti in Medio Oriente. In Sri Lanka sosteniamo una scuola, mentre in Siria stiamo progettando la nascita di un’orchestra per bambini a Nebek e ad Aleppo: perché anche la musica, come l’arte, può diventare uno strumento potente per guarire le ferite invisibili lasciate dalla guerra.

 

Oggi anche l’impegno umanitario è sotto attacco...

“Tutto quello che è stato fatto negli anni, non solo a Gaza è stato azzerato. Ma non bisogna demordere, bisogna cercare sempre di ricostruire”.

 

C’è qualcosa di cui si rimprovera?

“Sicuramente nella mia vita, come tutti, ho fatto errori. Però credo che anche sbagliare sia un modo per imparare qualcosa di nuovo. Quindi è una scuola di vita”.

 

Battersi per tornare libera, ha cambiato anche la sua visione di libertà?

“Nei paesi che ho visitato il concetto di libertà aveva delle limitazioni importanti. La libertà non è soltanto quella che è mancata a me. È la libertà, come ad esempio in Afghanistan, di poter scegliere, di poter studiare, di poter lavorare, di poter uscire per strada senza dover essere coperte da un burqa. La libertà è quella di non sposarsi a 9 anni, di poter protestare. La libertà è uno strumento, un bene preziosissimo che noi a volte diamo per scontato ma in molte parti del mondo non lo è affatto. Mi rendo veramente conto di quanto io sia fortunata ad essere nata in questa parte del mondo dove l’idea di libertà ha ancora un senso”.

 

Qual è la sua immagine della libertà?

“Vorrei vedere Nassima, una delle ragazze che sono rimaste in Afghanistan, che cammina per strada tranquilla, mentre va a lavorare, con il volto scoperto”.