di Franco Insardà
Il Dubbio, 13 agosto 2026
La nascita di una bambina dovrebbe essere un momento di grande gioia, l’inizio di una nuova vita da festeggiare e accogliere tra le mura di casa. Per Giulietta e la sua mamma, invece, è arrivata la “brutta notizia”: ha appena cinque giorni di vita e il suo primo viaggio, dopo essere venuta al mondo, non è stato verso casa ma verso il carcere. È nata all’ospedale Moscati di Avellino e, dopo le dimissioni, è stata accompagnata insieme alla madre nell’Icam di Lauro, dove la donna è detenuta. Alla madre di Giulietta, 31 anni, detenuta per un’accusa di furto, con ancora due anni e sei mesi da scontare, sono stati negati gli arresti domiciliari.
A rendere noto il caso è Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, che torna a sollecitare una riflessione sulla presenza dei bambini negli istituti penitenziari. “Può il carcere essere il primo orizzonte di vita di un nascituro?”, si chiede, definendo appunto quella della piccola Giulietta una “cattiva notizia”.
La vicenda riporta al centro una questione che negli ultimi mesi ha assunto dimensioni sempre più rilevanti: quella delle madri detenute e dei figli che vivono con loro durante l’esecuzione della pena. Secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria al 31 luglio 2026, in Italia sono 29 le detenute madri con 34 figli al seguito. Quindici di queste donne, con i rispettivi bambini ai quali si è aggiunta Giulietta, si trovano proprio nell’Icam di Lauro, in provincia di Avellino, la struttura che ospita il maggior numero di madri e minori detenuti.
A Lauro sono inoltre presenti due donne in gravidanza. Una situazione che, per Ciambriello, pone interrogativi soprattutto quando si tratta di detenute in attesa di giudizio. “Dobbiamo chiederci se sia stato fatto tutto il possibile per individuare una misura cautelare meno afflittiva e compatibile con la tutela della maternità”, osserva il Garante, ricordando che la custodia cautelare in carcere di una donna incinta è considerata dalla legge una soluzione eccezionale.
Il punto, dunque, non è soltanto quello delle condizioni all’interno degli Icam, strutture nate proprio per ridurre l’impatto della detenzione sui bambini, ma l’utilizzo effettivo delle alternative al carcere. Arresti domiciliari e case famiglia protette sono già previsti dall’ordinamento, ma il loro ricorso resta limitato e disomogeneo sul territorio nazionale. Il garante Ciambriello richiama, a questo proposito, un’esperienza realizzata a Quarto, dove una comunità alloggio ricavata in un bene confiscato accoglie detenute senza fissa dimora e madri con figli. La struttura, sostenuta da finanziamenti regionali e della Cassa delle ammende, ospita attualmente tre donne.
“I decreti sicurezza hanno portato a questo - sostiene il Garante - ma a volte c’è anche la discrezionalità dei magistrati”.Il fenomeno, secondo i dati raccolti dall’associazione Antigone, ha registrato un forte incremento nell’ultimo periodo. Alla metà del 2026 erano 30 i bambini sotto i tre anni presenti negli istituti penitenziari insieme a 25 madri. Nell’aprile 2025 erano 11. Un aumento che l’associazione collega anche alla legge 80/2025, di conversione del decreto legge 48/2025, che ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli di età inferiore a un anno. Secondo Antigone, la modifica ha ridotto una tutela che risaliva al Codice penale del 1930.
Il risultato è che una donna può essere incarcerata durante la gravidanza o subito dopo il parto e, in determinate condizioni, portare con sé il proprio figlio. Particolarmente delicata è anche la possibilità di trasferire una madre dall’Icam a un carcere ordinario per motivi disciplinari, separandola dal bambino, che verrebbe affidato ai servizi sociali. Una previsione che, secondo Antigone, introduce nel sistema penitenziario una possibilità inedita: quella che una sanzione disciplinare nei confronti della madre finisca per determinare la separazione dal figlio.Il caso di Giulietta rende concreto il problema.
“È accettabile pensare che, dopo il parto e dopo le dimissioni dall’ospedale, il primo luogo nel quale un neonato venga condotto sia una struttura detentiva?”, domanda Ciambriello. “La maternità, la nascita e i primi mesi di vita richiedono protezione, cura e libertà dagli inevitabili condizionamenti dell’ambiente penitenziario”.
Il Garante denuncia inoltre la distribuzione non uniforme delle detenute madri sul territorio. Non tutte sono ospitate in Icam o in strutture dedicate: alcune si trovano ancora in istituti ordinari, anche quando hanno figli al seguito. Una situazione che solleva dubbi sull’effettiva capacità del sistema di garantire una tutela uniforme della maternità e dell’infanzia. Da qui l’appello al ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Non si tratta di invocare impunità per nessuno.
La responsabilità penale è personale, ma proprio per questo non può ricadere sui bambini”, afferma Ciambriello, chiedendo di potenziare le alternative alla detenzione e le strutture territoriali. Gli Icam, sottolinea, sono certamente preferibili al carcere ordinario, ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre al minimo la permanenza dei minori nel circuito penitenziario attraverso case famiglia protette, comunità e altre misure già previste dalla legge.










