di Vera Viola
ilsole24ore.com, 13 aprile 2020
Da Palermo a Napoli, da Bari a Taranto: le voci di un popolo che senza i piccoli lavori quotidiani, spesso a nero, oggi non ha i soldi per comprare il cibo. E fa la fila in Comune o alle parrocchie per chiedere aiuto. Ma anche le donazioni sono in calo per i limiti agli spostamenti.
Giuseppe non ha più merce da vendere: per l'ingresso al?Mercato ortofrutticolo serve la partita iva. E lui la partita Iva non ce l'ha. Anzi, per la verità, non l'ha mai avuta. Così, quando l'altra settimana la polizia municipale ha bloccato l'ingresso del?Mercato ortofrutticolo non ha potuto che tornarsene indietro. Disperato. Ci ha provato di nuovo il giorno dopo a tornarci per acquistare frutta e verdura da rivendere a Ballarò.?Ma senza successo. Adesso non ha più cibo da vendere nel rione. Non ha più cibo per sé e la sua famiglia: la moglie e i tre figli.
Il verduraio di Ballarò - Nel cuore di Palermo sono un autentico popolo quelli che vivono alla giornata, con lavoretti di vario genere. Che dell'abusivismo avevano fatto il modo di vita. Un popolo di venditori di frutta, di pane, di cianfrusaglie. Racconta Giovanni Basile, editore e direttore (oltre che redattore) del mensile popolare "Babbaluci" (lumaca in palermitano) che distribuisce gratuitamente nel centro storico: "Sono di sicuro in grande difficoltà i fruttivendoli del mercato di?Ballarò e poi tutti i venditori di cianfrusaglie varie, quelli che raccolgono i resti dei traslochi. Una difficoltà enorme".
I nuovi poveri al tempo del Coronavirus da Palermo a Napoli, da Bari a Taranto, sono l'espressione di un'Italia che vive di lavoro alla giornata. Lavoro precario. Lavoro nero. Che oggi con il lockdown non riesce più a mettere insieme neanche quanto serve alla sopravvivenza. Una difficoltà estrema, assoluta che può spingere alla rivolta sociale. Agli assalti ai supermercati, come ad altre forme estreme di ribellione. Tanto da spingere il governo a intervenire con più fondi ai Comuni proprio per sostenere le famiglie in difficoltà.
L'emergenza di chi è in quarantena - Le facce dei nuovi poveri sono quelle di chi non ha chiesto il reddito di cittadinanza, pur avendo fin qui un lavoro in nero, troppo orgogliosi per mostrarsi in difficoltà. Resistenti da sempre ma oggi stremati dal distanziamento sociale, dal blocco di tutte le attività. Molti di loro sono già nel lungo elenco del Comune di Palermo, altri ci saranno nelle prossime settimane, altri ancora sperano di rientrarci. Le domande per la distribuzione di generi alimentari sono già 14.000. "Dopo la scrematura che sarà fatta - dice don?Sergio?Ciresi vicedirettore della Caritas diocesana - ne rimarranno circa 10mila: ci sono infatti domande di componenti dello stesso nucleo familiare e persino di cittadini che non abitano a Palermo". Senza contare il popolo degli invisibili: i senza dimora, per esempio, e poi chi invece ha occupato abusivamente un immobile e i migranti irregolari. "A?Palermo - spiega ancora don?Ciresi - è stato costituito un coordinamento tra associazioni. Noi ci occupiamo degli invisibili. Nelle nostre strutture facciamo 400 pasti al giorno. Poi, in collaborazione con la Croce Rossa, portiamo il cibo a chi è in quarantena perché positivo o familiare di un soggetto positivo al Covid-19 e non può in alcun modo procurarsi da mangiare".
Il subacqueo senza più allievi: la stagione è perduta - Lavoro nero. Invisibili. Ma la crisi sta travolgendo anche chi fa piccoli lavori, legati alla stagione, al turismo in particolare. Come Luigi, istruttore subacqueo, che aveva costruito una piccola attività partendo da una passione, da uno svago e ora si ritrova a non avere né il lavoro né lo svago. Mentre ha moglie (che lavorava con lui) e due figli in età di scuola media da mantenere. "Cominciavo a lavorare ad aprile - racconta Luigi - con la fase teorica dei corsi, poi a fine maggio cominciavo con le immersioni. Un lavoro che durava fino a ottobre; poi vivevamo con i soldi guadagnati nella stagione estiva". Adesso l'orizzonte è un incubo, un muro oltre il quale non si vede un futuro. Perché questa stagione turistica è ormai azzerata, se ne riparlerà l'anno prossimo. Così, Luigi si è già messo in fila al Comune per accedere alla distribuzione degli aiuti alimentari.
Francesco, l'idraulico del Vesuviano, bloccato perché in nero - Abita a Boscoreale, in provincia di Napoli, e ha 39 anni. Francesco vive con sua madre che di anni ne ha 75. È un artigiano a nero, come racconta. "Lavoro a nero poiché la mia è una attività discontinua. Da più di quindici giorni non posso uscire da casa e quindi niente lavoro e niente entrate. In casa ci arrangiamo con la pensione minima di mia madre: 500 euro, che ci bastano per mangiare e aiutare mia sorella incinta e con il marito disoccupato". Insomma, i piccoli soldi che entrano in casa servono per mangiare. E altri pagamenti? "Ce ne sarebbero da fare - dice Francesco - ma per ora non possiamo". Ma in questo quadro dall'orizzonte buio, Francesco guarda alla sua famiglia con ancora più allarme. "Sono più preoccupato per mio fratello, Simone, che lavora con me. Lui vive a Torre del Greco e ha due bambini. Per fortuna sua moglie sta lavorando in un salumificio e assicura un'entrata".
Francesco e Simone fanno manutenzione nelle case: idraulica, pitturazione, piccole riparazioni. "A volte io e Simone riusciamo a guadagnare anche mille euro al mese, ma ci sono giornate in cui siamo fermi, oppure torniamo a casa con non più di trenta euro". Il lockdown in verità non avrebbe fermato le richieste, la domanda di interventi in casa ci sarebbe. "Anche questa mattina mi hanno contattato per riparare un rubinetto rotto. Il problema è che non posso uscire da casa: come giustifico la mia uscita se lavoro a nero? Meglio allora aspettare tempi migliori. Ma resisto altri quindici giorni al massimo. Dopo dovrò reagire".
Nessuno mi chiama più per i lavori in casa - Anna vive a Bari. Ha 29 anni, è sposata e ha una bambina di 5 anni e un bimbo di 10. Domestica a ore, "ma da un mese non sto lavorando più. Vado a fare le pulizie nelle case di tre famiglie diverse, lavoro dal lunedì al venerdì, ma da settimane non sto facendo nulla. Sono famiglie dove lavoro da tre-quattro anni in alcuni casi, da due in altri. Ma anche se hai un rapporto quasi stretto e ti conoscono da tempo, non ti chiamano più. Hanno paura".
Ti dicono: vediamo la prossima settimana, poi la settimana arriva e niente ancora, ti rimandano alla prossima, e così i giorni passano, racconta, "e io vivo nel limbo. Anche mio marito sta senza far nulla. Come me, pure lui vive alla giornata con una cooperativa che trasporta mobili. Ma è tutto fermo, bloccato. Abbiamo due bambini e la situazione sta diventando pesante".
Così Anna ha letto degli aiuti pubblici e il 30 marzo ha provato a chiamare il Comune ma senza risultato. "Squilla, squilla e non risponde nessuno. Oppure è sempre occupato. E io, che sono giovane, ho la resistenza di stare attaccata al telefono e di provare e riprovare. Ma gli anziani come fanno? Chi gli aiuta? Chi ci aiuta? Se stanziano questi soldi per favore metteteci in condizioni di averli subito".
Barca a secco, osservo il mare - "Le mie giornate trascorrono nel nulla, sto fermo, non si sta più uscendo in mare". Cosimo, 35 anni, fa il pescatore a Taranto. Come lui, molti altri per una categoria che pure, negli anni, ha visto tante crisi: dal colera del '70 alle cozze del Mar Piccolo mandate al macero in tempi più recenti perché inquinate. Ma adesso è davvero dura. "Dove dobbiamo vendere il pesce? Nei mercati, la gente viene, fa la spesa di corsa e scappa. I ristoranti sono tutti chiusi. Le pescherie prendono il minimo perché dicono che non vendono. Non ci possiamo muovere per andare nelle pescherie della provincia e quindi è saltata un'altra possibilità di smercio. Chi si arrangiava vedendo per strada una cassetta di pesce, non può farlo più e adesso sta peggio di noi. Mestiere amaro il nostro. E le famiglie ne pagano il conto".
Nelle mense gente mai vista prima - Così in pochi giorni il Comune ha preso in carico 1.500 famiglie in più e nelle mense della Caritas si affacciano nuovi volti. "I nostri volontari ce lo stanno dicendo: nelle mense si vedono persone che da noi non erano mai venute".
Don Vito Piccinonna, responsabile della Caritas Bari e parroco dei Santi Medici di Bitonto, apre lo spaccato di una crisi che assedia precari, gente che ha perso il lavoro, persone che prima si arrangiavano in nero, con lavoretti, e adesso non possono più farlo. "Vengono da noi perché angosciati, impauriti" spiega il sacerdote. "È aumentato il numero dei pasti che serviamo, siamo adesso a 120-130 ogni turno, ai quali si aggiungono quelli serviti nei dormitori ai senza fissa dimora, un altro centinaio. Le 12 mense Caritas di Bari e che funzionano in modo alternato, stanno lavorando intensamente". Non solo pasti caldi ma anche pacchi alimentari distribuiti attraverso la rete delle parrocchie.
Mancano i prodotti freschi, non si può neanche donare - "Ogni 15 giorni, come Cattedrale di San Cataldo, diamo un pacco alle famiglie bisognose, ma il pacco contiene prodotti a lunga conservazione, qui, invece, stanno mancando olio, frutta, biscotti. Non ci sono gli alimenti freschi. Pensiamo ai bambini, perché nelle famiglie rimaste ce ne sono ancora e ne nascono". Elena Modio, volontaria di Taranto, descrive la realtà della città vecchia di Taranto dove il parroco, don Emanuele Ferro, si sta dando da fare.
"Assistiamo 150 famiglie - afferma - e il loro stato di precarietà, di sopravvivenza, ora si è trasformato in crisi nera. Chi prima si arrangiava, adesso non riesce a farlo più. E le restrizioni alla mobilità hanno anche una ripercussione sulle donazioni che si sono ridotte. Chi vuole donare, non sa come far arrivare i prodotti e per noi le difficoltà aumentano". Giuseppe, Luigi, Francesco, Anna, Cosimo finora si erano arrangiati. Ora aspettano una risposta pubblica. Veloce ed efficiente.










