di Conchita Sannino
La Repubblica, 29 marzo 2026
Intervista al neoeletto capo dell’associazione dei magistrati: “Dobbiamo ricostruire la strada del confronto”. Presidente Giuseppe Tango, lei è stato votato all’unanimità alle elezioni Anm. Fu uno dei primi della sua corrente, un anno fa, a dire: “Aderirò allo sciopero contro la riforma”. Davvero non si aspettava questa elezione? “Onestamente no. Girano sempre più nomi, poi le scelte finali dipendono da tanti fattori, è giusto così. Adesso c’è l’emozione, sono onorato. Cercherò di dare il massimo, e sono fortunato a cominciare questo percorso dopo un referendum che, in qualche modo, ha rinnovato il patto di fiducia con i cittadini. È un tributo di cui noi tutti dobbiamo essere all’altezza. Una gioia che ci carica di ulteriori responsabilità”.
Ma l’Anm è un partito politico? La destra teme: “Si sentiranno più invincibili di prima”. Non è così?
“Ma noi, in tutti i modi, abbiamo spiegato che l’Anm non è e non potrà mai essere un partito politico. Anche perché non lo vogliamo. Siamo un’associazione che rappresenta il 95 per cento dei magistrati. E solo una piccola parte di questi è iscritta alle correnti”.
Ma siete un’associazione che si è mobilitata contro la riforma, è scesa tra i cittadini, ha lottato per il no…
“L’Anm è entrata nel dibattito pubblico per dare il suo contributo di carattere tecnico e per cercare di migliorare il sistema giustizia: sempre a beneficio dei cittadini. Sentivamo il dovere e il diritto di offrire il nostro punto di vista e soprattutto di spiegare, a chi non è un giurista, quali fossero le nostre argomentazioni per il no, per difendere una giustizia uguale per tutti. Questi sono i nostri compiti e a questo noi ci atterremo”.
Le è appena arrivato anche il “buon lavoro” del ministro Nordio. Punterà sul dialogo?
“Dobbiamo ricostruire quella strada, mi sembra l’unica per entrare in una nuova fase, dopo quanto è avvenuto. Da domani ci metteremo tutti al lavoro: in dialogo col Ministero certo, ma anche con l’avvocatura, con tutti gli attori della giurisdizione per proporre soluzioni che possano davvero migliorare il servizio”.
Ma se lei, giudice del lavoro a Palermo, dovesse indicare tre priorità?
“Tre macro problemi. La lunghezza dei processi. I troppi organici scoperti. E l’esperienza dell’ufficio per il processo: con tanti operatori che si sono rivelati preziosi e che non possiamo perdere. Sono obiettivi concreti, sui quali dobbiamo spendere impegno e risorse. Dobbiamo andare tutti nella stessa direzione e con estrema urgenza”.
La sua elezione sfiorata un anno fa, e frenata da veti interni, è arrivata oggi per acclamazione. Segno che siete più liberi? (Sorride, solleva il dito verso l’alto, ma lontano dalle telecamere).
“Infatti pensavo che la Provvidenza è saggia, ha i suoi tempi che noi non comprendiamo. E bisogna comunque essere fiduciosi”.
Ma anche stavolta Mi, la sua corrente, ha attraversato un’impasse prima di lanciare il suo nome. Ha vinto l’unità a dispetto delle singole convenienze?
“C’è stata una convergenza comune. E ringrazio davvero tutti per la fiducia e la stima. Adesso, ciascuno di noi deve dare il meglio, lavorare pancia a terra. Ai tanti colleghi di tutta Italia, e ai cittadini che attendono risposte, interessa prima di tutto questo”.
Perché la gente vi ha seguito, anche a dispetto di errori, mancanze, cadute della giustizia?
“Perché forse abbiamo parlato con sincerità alla società civile, raccontando il nostro lavoro. E le persone hanno voluto salvare la Costituzione e tutelare il principio dell’indipendenza della magistratura dal potere politico. Un principio che è a tutela dei cittadini, non dei giudici o dei pm. Mi lasci anche dire che è la prima volta di un presidente di Palermo, un onore: la mia terra è segnata dal sangue degli innocenti. Tanti hanno dato la vita per la giustizia”.
In Sicilia l’ex capa di gabinetto, Bartolozzi, aveva parlato di magistrati come “plotoni di esecuzione”. Appartiene al passato?
“Sono avvenute cose disdicevoli. Ma sono alle spalle. Dobbiamo scrivere una pagina nuova”.










