di Giuseppe Legato
La Stampa, 6 settembre 2019
La magistrata: provvedimenti sempre revocabili. La scintilla, molto probabilmente è scattata, anni fa, mentre ricopriva un altro incarico: Corte d'Assise di Reggio Calabria. "Ci ritrovavamo a giudicare per reati gravissimi prima i nonni, poi i figli e infine comparivano in aula i nipoti".
Forse è lì che Giuseppina Latella, ha scelto il Tribunale dei Minori con funzioni direttive. Prima a Messina, poi - e tutt'ora - a Reggio Calabria. Perché la base della 'ndrangheta è familiare per eccellenza. E il concetto di discendenza criminale è più inevitabile che in altre mafie.
È lei il procuratore che riceve le segnalazioni su "situazioni familiari difficili". Che valuta e decide se avviare un ricorso per la "limitazione della responsabilità genitoriale" dei figli dei boss. Una cosa la dice subito: "Qualcuno ha parlato di deportazioni: niente di più scorretto. I provvedimenti sono modulati, prevedono una serie di attività di sostegno alla genitorialità. Non è giusto parlare di allontanamenti sine die, ma di percorsi veri e propri".
Cosa fate allora prima di arrivare ad allontanare un minorenne dalla famiglia?
"Cerchiamo di capire se c'è un elemento all'interno del nucleo di parenti che è idoneo a tutelarlo. Anche un genitore magari. E solo se in entrambi i casi non riscontriamo garanzie procediamo a un affidamento etero-familiare".
Come funziona poi la fase di esecuzione dell'allontanamento?
"Si lavora anche sui genitori. C'è uno psicologo che avvia dei colloqui per far loro comprendere la finalità del provvedimento che non è certo un ulteriore punizione al netto delle sentenze di condanna. I provvedimenti sono temporanei, sempre revocabili. Certo, deve cambiare il presupposto".
Da quale base muove un provvedimento di questa portata?
"Il nostro codice prevedeva già una serie di norme a tutela dei minori in casi di maltrattamento. Che non è solo rintracciabile nelle lesioni ma anche nell'insegnare a violare la legge, nel far passare il concetto cheloStatoènemico,chelosonoanche i carabinieri".
Molte donne si stanno rivolgendo al tribunale per chiedere di andare via dai contesti mafiosi insieme ai figli. Perché è la donna il motore di questo nuova speranza?
"Le donne, nei contesti mafiosi, hanno sofferto tantissimo: perilutti, per gliomicidi dei loro fratelli, perchévivonomatrimoni a metà: hanno i mariti in carcere per anni. Alcune di esse hanno vissuto il carcere in primapersona".
Come individuate i casi su cui intervenire?
"Come procura minorile non possiamoavvalerci delle intercettazioni. Ma abbiamo sottoscritto un protocollo con la Dda di Reggio, che favorisca uno scambio costante di informazioni".
Né collaboratori, né testimoni di giustizia. Come si fa a proteggere i figli "strappati" alla 'ndrangheta?
"Non esiste un sistema di protezione come per i casi che ha citato. I ragazzi non hanno possibilità di cambiare cognome. Al momento diciamo che ci si appoggia su una solida base di volontariato, Libera in testa. Certo aiuterebbe un inquadramento normativo del legislatore".









