di Errico Novi
Il Garantista, 5 marzo 2015
Era prevedibile. La "mina prescrizione" era rimasta inesplosa solo perché a un certo punto si era deciso di non passarci sopra. Ma come tutti i nodi, anche quello della durata dei processi viene al pettine. Col risultato di spaccare in modo clamoroso la maggioranza: da una parte il Pd (e Scelta civica), dall'altra il Nuovo centrodestra, che in commissione Giustizia alla Camera si trova alleato con Forza Italia.
Motivo? La proposta dei due relatori del ddl, Stefano Dambruoso e Sofia Amoddio, che ridefinisce la "data di scadenza" dei processi ed è stata approvata dal governo. I due deputati concordano sull'inserimento dei reati di corruzione tra quelli per i quali si prevede di raddoppiare il tempo da aggiungere alla durata base. In pratica si interviene sull'articolo 161 del codice penale, che prevede appunto di poter aggiungere al massimo della pena edittale un ulteriore lasso di tempo, in cui far rientrare le interruzioni del processo.
Nella maggior parte dei casi questa appendice si calcola in un quarto del massimo edittale, solo per i reati più gravi si passa da un quarto alla metà. Con la proposta di Dambruoso e Amoddio il raddoppio si applica anche ai reati di corruzione. "E su questo, cari signori, è rottura nella maggioranza", dice chiaro il capogruppo di Ncd-Area popolare nella commissione Giustizia di Montecitorio, Alessandro Pagano. "Non voteremo la riforma così come ci è stata proposta. È assurdo che si arrivi a una prescrizione di quasi 30 anni".
Nel caso della corruzione propria non saranno 30 anni, ma 18 sì. E questo appunto per il combinato disposto tra le norme sulla prescrizione in discussione alla Camera e quelle sulla criminalità economica (il ddl anticorruzione firmato da Grasso) all'esame del Senato. A Palazzo Madama proprio il governo ha concordato in commissione Giustizia l'innalzamento delle pene previste per la corruzione propria.
Il minimo passa da 4 a 6, il massimo da 8, appunto, a 10. Al massimo edittale andrebbe aggiunto il supplemento, e siamo a 15. E poi, guarnizione finale, c'è l'eventuale sospensione di due anni in caso di condanna in primo grado e di un anno dopo la condanna in appello. Ecco che in effetti un processo per corruzione arriverebbe a durare 18 anni. Il ministro Maria Elena Boschi cerca di mediare.
Il responsabile della Giustizia Andrea Orlando ferma i motori dell'anticorruzione in Senato, in modo da dare il tempo ai deputati di mettersi d'accordo. Ma non sarà facile. Anche perché l'aumento delle pene per la corruzione propria determina già in sé sproporzioni con altre fattispecie penali anche più gravi, come la concussione e la corruzione in atti giudiziari. La commissione Giustizia di Palazzo Madama rallenta, dunque: non trasmetterà il testo in aula prima del 17-19 marzo. Nel frattempo il ministro della Giustizia depositerà anche gli emendamenti che aggravano le pene per il falso in bilancio.
Un groviglio. Che fa passare in secondo piano il pur significativo via libera dell'aula del Senato al ddl sui reati ambientali: 165 sì, 49 no, 18 astenuti, con Sel e Cinque Stelle che si sono uniti alla maggioranza. "Mai più un caso Eternit", ha commentato Orlando. Prevista la possibilità di estinguere il reato se chi ha provocato il danno collabora a ripristinare lo stato dei luoghi. Le pene vanno da 5 a 15 anni e colpiscono anche chi provoca "l'offesa all'incolumità pubblica in ragione della rilevanza del fatto per l'estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi per il numero delle persone offese o esposte a pericolo". Adesso tocca alla Camera.











