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di Riccardo Mazzoni

 

Il Tempo, 3 giugno 2019

 

L'anno di governo gialloverde, appena celebrato nel caos più assoluto, è stato anche - e forse soprattutto - un anno di populismo giudiziario che ha letteralmente stravolto il sistema di garanzie scritto nella Costituzione e basato sul principio della presunzione d'innocenza.

La politica si è così definitivamente consegnata nelle mani della magistratura, per la quale già una volta, con l'allora procuratore di Milano Borrelli, era stata teorizzata una del tutto impropria funzione di "supplenza".

Questo nonostante che da anni sia calata in modo esponenziale la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario, fiducia che sembra destinata a diminuire ancora dopo le ultime vicende che stanno delineando uno scenario inquietante di veleni, degenerazioni correntizie, guerre incrociate e rapporti obliqui, tanto che se i magistrati indagati fossero stati uomini politici, per loro sarebbero sicuramente già scattate richieste di arresto e autorizzazioni concesse seduta stante dalla Camera di appartenenza.

Uno scenario che fa tornare alla mente il clima infuocato in cui il presidente Cossiga mandò i carabinieri a Palazzo dei Marescialli arrivando addirittura a definire il Csm "fuorilegge" per le sue intromissioni nella politica. Oggi la situazione è molto diversa, non perché giustizia e politica siano diventate due parallele che non s'incontrano mai, tutt'altro, ma perché c'è un Guardasigilli totalmente succube delle toghe e che sta riscrivendo la politica giudiziaria sotto dettatura prima degli istinti primordiali del blog pentastellato, e poi dell'ala più giustizialista della magistratura.

Sembra quasi paradossale che lo scandalo della presunta corruzione togata sia esploso proprio ora, ma se per la prima volta nella storia del Csm si è dimesso un giudice togato, e spunta addirittura l'ipotesi di scioglimento dell'organo di autogoverno dei magistrati, significa che il livello di guardia è stato ampiamente superato.

Salvini, assurto dopo le elezioni al ruolo di premier virtuale, ora dice che la riforma della giustizia è un'emergenza assoluta. In verità è una tesi che sostiene da tempo, ma nei fatti non ha mai mosso un dito per contrastare la deriva che ha portato a una vera e propria controriforma giacobina della giustizia, che ha parificato la corruzione alla mafia, ha abolito la prescrizione, inasprito la disciplina delle intercettazioni, alzato indiscriminatamente le pene, introdotto l'agente provocatore sotto copertura e sta per approvare il referendum propositivo in materia penale, che sarebbe il trionfo finale del populismo giudiziario.

Tanto per fare un esempio: con la riforma del voto di scambio si rischia una reclusione da 10 a 15 anni, stessa pena prevista per l'associazione mafiosa. E in cantiere c'è anche la riforma del processo penale che dovrebbe essere approvata entro l'anno, ma di cui (fortunatamente) ancora non si conoscono i contorni. Questo il triste stato dell'arte, con l'aggravante del vecchio vizio della politica di servirsi delle inchieste per eliminare gli avversari attraverso la scorciatoia giudiziaria, un uso improprio della giustizia che risale agli anni di Tangentopoli che non è stato mai dismesso e che, anzi, ha ripreso vigore con i populisti al governo che hanno introdotto quest'arma impropria per regolare i conti all'interno della stessa maggioranza. Un imbarbarimento che dalla politica ora si è allargato anche alle lotte interne alla magistratura, delineando un quadro semplicemente inquietante.