di Irene Famà
La Stampa, 13 dicembre 2025
Il presidente Anm Parodi: “Le colpe di Palamara non possono ricadere su tutta la magistratura. Fatemi i nomi e i cognomi di chi sbaglia”. La maggioranza: “Non volete perdere il potere”. Le colpe di Palamara non ricadano sui magistrati. Quelli giovani e quelli di lunga data che hanno sempre tenuto un atteggiamento irreprensibile. Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Cesare Parodi ha pochi dubbi: “Se quello scandalo non ci fosse stato, questa riforma non sarebbe stata proposta. O perlomeno sarebbe stata differente”. Poi sottolinea: “È una riflessione personale”. Ma una cosa è certa: chi è sul palco di Atreju a difendere la riforma costituzionale della Giustizia, tira in ballo in continuazione il caso che ha travolto palazzo Bachelet.
Nell’arena di Fratelli d’Italia, Parodi ha un unico alleato, il deputato M5s Alfonso Colucci. Gli altri, pubblico compreso, la riforma la vogliono. Eccome se la vogliono. “Credo di dover difendere l’indipendenza della magistratura. Un principio che non è né di destra né di sinistra, non ha connotazione ideologica”, dice il presidente dell’Anm. La sala rumoreggia. Lui, battagliero come lo si è visto poche volte, prosegue imperterrito: “Serve una riforma che risolva i problemi della giustizia. Di certo la separazione delle carriere non è l’obiettivo di questo provvedimento”. La prima ad incalzarlo è Simonetta Matone, magistrata e deputata della Lega. “Dopo lo scandalo Palamara, si sarebbe dovuto sciogliere il Consiglio superiore della magistratura. Ma non è stato fatto”, dice. “Nessuno vuole sottoporre la magistratura all’esecutivo: trovatemi la norma o non siete credibili”.
Poi interviene il giornalista Alessandro Sallusti (autore del libro sullo scandalo del Csm proprio con Palamara) che ribadisce che è vero, “questa è una riforma a metà, ma meglio a metà che nulla”. Lo scandalo Palamara è lì, sullo sfondo. E racconta delle correnti del Csm come fortificazioni di potere che gestiscono nomine e carriere. “Vi siete mai chiesti chi ha subito il maggior danno da quella vicenda?”, chiede Parodi. “Il paese”, replica pronto Sallusti. “Certo, il paese. Ma non solo”, ribatte il presidente dell’Anm. E prosegue: “Lei crede che noi siamo stati contenti di quanto accaduto? Che quel gruppo di persone ci rappresenti?”. Il giornalista è costretto ad ammettere: “La casta rappresenta la casta”. Parodi coglie l’occasione: “E vogliamo eliminare un sistema per una casta che ha sbagliato? I magistrati italiani non se lo meritano”.
Si parla del sorteggio dei membri del Csm, una delle questioni chiave della riforma. “Mi dovete spiegare perché va bene per la composizione delle Corti d’Assise, dove si dà l’ergastolo, e non per l’Alta Corte di giustizia”, tuona Matone. Parodi impassibile: “La Corte d’Assise è un organo giurisdizionale chiamato a decidere su singole vicende, il Csm è un organo di amministrazione”.
Poi si torna a parlare dei magistrati che sbagliano “senza conseguenze”. Perché, sostiene Galeazzo Binami, capogruppo di FdI alla Camera, “chi sbaglia nella destra paga”.
A rincarare la dose Sallusti: “Comandano le correnti. È ancora così”. Parodi, l’ha detto più volte, degli slogan è stufo. E così reagisce: “Mi faccia i nomi e i cognomi. Faremo indagini e li cacceremo dalla magistratura. Non è una provocazione, è nel nostro interesse”. Di nomi e cognomi, almeno per ora, non ne arrivano. La discussione prosegue serrata sugli errori giudiziari e non solo. Poi il tempo è sovrano e si passa al prossimo panel. Applausi per tutti. Parodi ironizza: “Persino per me”.










