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di Astolfo Di Amato

 

Il Garantista, 29 marzo 2015

 

Si è ormai affermata l'idea che chi ha un ruolo pubblico può fare quello che vuole. La Corte di Cassazione ha assolto. Ha così messo la parola fine ad una vicenda che da otto anni appassiona l'opinione pubblica. E corretta la decisione della Cassazione?

Su questo interrogativo innocentisti e colpevolisti continueranno a discutere, essendo i primi certamente avvantaggiati dalla decisione della Suprema Corte. Quell'interrogativo sarà posto, man mano che il tempo passa, con sempre minore frequenza, sino a scomparire. A quel punto il caso sarà chiuso anche nella coscienza sociale e si discuterà di un nuovo caso. Resterà, perciò, ancora una volta inevaso un aspetto centrale del processo penale e, prima ancora, del rapporto tra stato e cittadino.

Le indagini che hanno portato Amanda e Raffaele davanti ai giudici sono state condotte bene? E cioè con intelligenza, con scrupolo, con rispetto anche sostanziale dei diritti degli imputati e della vittima? Gli investigatori hanno agito senza schemi preconcetti, cercando la verità con mente sgombra? O vi sono state forzature per giungere ad una verità "intuita" e che necessitava di conferme, che inevitabilmente sono state trovate? Insomma, lo Stato accusatore, prima ancora che lo Stato giudice, ha fatto il suo dovere? E se non ha fatto il suo dovere, nel caso in cui dovesse emergere che le indagini sono state pasticciate, qualcuno ne sarà responsabile?

Si tratta di interrogativi che si pongono a monte del quesito se Amanda ed il suo fidanzatino dell'epoca fossero innocenti o no. Ed è un interrogativo di portata generale e che da molto tempo è trascurato. È, ormai, passata l'opinione che chi, rivestendo un ruolo pubblico, mette in croce gli altri fa il suo dovere. L'importante è che non sia corrotto.

Così, in forza dei suoi poteri può calpestare le regole più elementari, proporre interpretazioni del tutto inusuali, essere poco diligente nella valutazione degli elementi che ha a disposizione, mettere in croce, come si dice con espressione corrente, gli altri, sarà un benemerito. Con tutte le conseguenze in termini di carriera e di pubblici riconoscimenti.

La regola, non scritta ma costantemente osservata, che chi mette in croce gli altri, nell'esercizio di un pubblico potere, non ha mai responsabilità è una delle ragioni del degrado del nostro paese. Da un lato, questa situazione legittima gli abusi ed ingenera una situazione di costante incertezza sui propri diritti, se ci sono. Favorisce, poi, quella stessa corruzione che spesso i tormentatori affermano di voler combattere. Si pensi, per fare un esempio, a certi controlli in materia ambientale, fiscale, di sicurezza del lavoro, palesemente strampalati, che hanno come solo effetto di opprimere i cittadini, che dopo molti anni vedranno riconosciute le loro ragioni, e di ridurre ulteriormente la credibilità delle istituzioni.

Ha senso che gli autori di tali controlli, gli investigatori che non sanno fare il loro mestiere possano fare una brillante carriera, siccome meritevoli di aver adempiuto al compito di mettere in croce il prossimo?

Il caso di Amanda e Raffaele si presta a questa riflessione, perché sin dall'inizio sono stati sollevati molti rilievi, anche dagli osservatori esteri, circa l'efficienza e l'adeguatezza del nostro sistema investigativo. Ma costituisce lo spunto per una riflessione più generale. Che non può restare inevasa, se davvero si vuole che nel nostro paese la parola democrazia non abbia un significato mutilato.

 

Il penalista Gamberini: 5 gradi di giudizio? Ragione vince su cultura inquisitoria

 

Cinque gradi di giudizio, un'altalena di decisioni fatte di assoluzioni e condanne, rinvii su rinvii, per arrivare alla definitiva assoluzione degli imputati. "Non siamo davanti ad una sconfitta del giudice ma ad una vittoria della ragione su una cultura inquisitoria che non ha più ragione d'essere". Alessandro Gamberini, docente di diritto penale all'Università di Bologna, il penalista che ha difeso Adriano Sofri, riflette sull'avvicendamento dei gradi di giudizio che dopo otto anni dal delitto di Meredith Kercher, a Perugia, hanno portato, ieri sera, la Cassazione a mettere la parola fine al caso, con un'assoluzione con formula piena per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, i due giovani che nell'appello bis erano stati condannati a 28 e 25 anni di reclusione per l'omicidio della studentessa inglese.

"L'altalena di giudizi deriva dal fatto che nella nostra cultura inquisitoria, il giudice ritiene che l'arrendersi al dubbio sia una sconfitta. Ma non è così. Se esiste un dubbio, se non c'è la prova della colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, non si può mandare in carcere nessuno". A modo di vedere del penalista, il secondo giudizio della Cassazione (diverso da quello arrivato nel 2013 con cui la stessa Suprema Corte aveva annullato l'assoluzione accordata ai due giovani, disponendo un appello bis) "solo in apparenza contraddice il primo. Quale che sia la ragione, sta di fatto che i giudici hanno rilevato che esiste il dubbio".

 

Il penalista Migliucci: fino a 500mila euro per Amanda e Raffaele

 

Per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, dopo l'assoluzione definitiva della Corte di Cassazione, "è molto facile che si arrivi al massimo dell'indennizzo riconosciuto per l'ingiusta detenzione, che è pari a 500 mila euro. Questo anche in base al solo criterio di calcolo numerico, al quale è da sommare sicuramente una serie di elementi aggiuntivi". Ne è convinto leader dei penalisti italiani, Beniamino Migliucci che, all'indomani della sentenza che ha chiuso il caso dell'omicidio di Meredith Kercher, spiega come funziona la richiesta di risarcimento, annunciata dai legali dei due giovani, qual è l'iter e quali sono i parametri in base ai quale si calcola la cifra erogata. Intanto, chiarisce Migliucci, "non è un risarcimento ma un'indennità, i cui termini sono prefissati, fino a un massimo appunto di 500 mila euro.

Non si tratta di risarcimento perché il danno subito potrebbe anche essere superiore". In presenza di "disomogeneità delle decisioni in materia, la Cassazione ha cercato di dare un criterio, proprio perché non era un risarcimento ma un indennizzo, e ha stabilito che, essendo 6 anni il massimo della custodia cautelare, si dividessero i 500 mila euro per i corrispondenti giorni arrivando a una cifra per ciascun giorno di ingiusta permanenza in carcere".

"Questo parametro - spiega il penalista - può essere integrato sulla base di sofferenze aggiuntive: se la persona ha perso il rapporto con la famiglia, con la società, con il mondo del lavoro; può esserci una malattia o anche il danno subito da una sovraesposizione mediatica, determinata non dal processo ma proprio dalla carcerazione, che può aver avuto un effetto negativo nella vita futura".

Il discorso vale per entrambi, nonostante Amanda abbia avuto una condanna a tre anni per calunnia e dunque rispetto ai 4 anni trascorsi in carcere "ci sarebbe solo un anno in più, e comunque - sottolinea Migliucci - non è detto che la pena per calunnia dovesse essere scontata in carcere e non, ad esempio, con l'affidamento in prova ai servizi sociali". Quanto alla strada da seguire, il presidente delle Camere penali ricorda che "gli avvocati difensori devono proporre un'istanza alla Corte d'Appello di Perugia per ingiusta detenzione. La corte valuta tenendo presente il singolo caso: c'è un'udienza, nella quale prende posizione la procura e può farlo anche l'Avvocatura dello Stato; poi, esaminati tutti gli elementi, dà la sua valutazione di merito sull'entità della somma. E sulla decisione è possibile ricorrere in Cassazione".