di Giorgio Ponziano
Italia Oggi, 27 gennaio 2015
Inaugurazione dell'anno giudiziario al calor bianco, a Bologna. Uno scontro così frontale tra magistratura e governo, scontro peraltro oscurato dai media, probabilmente ancora non si era mai visto. Il presidente della Corte d'appello, Giuliano Lucentini, ha attaccato a testa bassa il premier Matteo Renzi, provocando la reazione sdegnata del ministro dell'Ambiente, Gianluca Galletti, che si è alzato (era in prima fila) e se n'è andato in segno di protesta.
I sassi lanciati da Lucentini? Contro le ferie tagliate, gli stipendi bloccati e le annunciate riforme del Csm e della giustizia senza trattativa coi magistrati. Un attacco così veemente a un presidente del consiglio e al suo governo non si era mai ascoltato nelle austere e paludate inaugurazioni dell'anno giudiziario.
A Matteo Renzi & Co le hanno cantate, nei giorni scorsi, i presidenti delle Corti d'appello di mezza Italia ma a Bologna è andato in scena uno strappo istituzionale senza precedenti, col rappresentante del governo, il ministro (bolognese) all'Ambiente, Gianluca Galletti, che si è alzato (era in prima fila in uno dei posti d'onore, come prescrive il protocollo) e se n'è andato in segno di protesta verso le parole pronunciate nel suo discorso ufficiale dal presidente della Corte d'appello, Giuliano Lucentini.
Altro che sassolini nella scarpa. Qui sono stati lanciati massi di granito. Le ferie tagliate, gli stipendi (più o meno) bloccati, le annunciate riforme del Csm e della giustizia senza trattativa coi magistrati: quanto basta per indurre i giudici ad accendere una miccia sotto la poltrona di Renzi. Tanto che il suo rappresentante, appunto Galletti, non ha nascosto l'ira.
Anche perché il presidente è stato chiaro: prima avevamo contro Silvio Berlusconi, adesso abbiamo contro Renzi. Cambia il colore del premier, non muta l'assalto ai magistrati. Il che, in pieno patto del Nazareno, ha fatto una certa impressione, con una parte degli invitati a quella che solitamente era un'inaugurazione di routine che hanno sgranato gli occhi e si sono dati di gomito: avevano davvero sentito bene? Anche perché Giuliano Lucentini (ex presidente di sezione della Corte d'appello di Firenze, nominato nel 2007dal plenum del Csm presidente della Corte d'appello di Bologna) non aveva mai, finora, fatto parlare di sé, agli antipodi dal cliché del magistrato interventista e sovraesposto.
La sorpresa è quindi stata maggiore quando ha scandito: "Avevo pensato che finito un certo periodo di tempo, le cose potessero cambiare. Certo, non siamo più additati come disturbati mentali, non si dice più che taluni di noi, quelli impegnati in ben noti processi, sono mafiosi, criminali, irresponsabili. Peraltro, tali epiteti non ci toccavano più di tanto, perché per la loro grossolanità si sconfessavano da sé". E invece, afferma il presidente della Corte d'appello: "Mi sbagliavo perché le cose sono sostanzialmente rimaste quelle di prima. Quello che è cambiato è solo il metodo, che è diventato mediaticamente più sottile e dunque di maggiore suggestività".
E ancora: "Mi fu detto tempo addietro che sul sito web del governo era scritto che, se la giustizia era lenta, era conseguenza diretta delle ferie troppo lunghe dei magistrati. Mi sembrò incredibile e volli verificare di persona. Con mia enorme sorpresa constatai che, effettivamente, sul sito governativo "Passo dopo passo", recentemente istituito, vi era la testuale scritta: "Meno ferie dei magistrati: giustizia più veloce".
Si tratta di uno sconsolante accostamento delle due proposizioni". In verità il presidente della Corte d'appello anche lo scorso anno aveva accennato al difficile dialogo con la politica, ma i toni erano stati meno perentori pur se la fustigazione era stata, anche in quell'occasione, esplicita: "Per buona parte della gente comune, anche sull'onda di interessate campagne mediatiche, se la giustizia civile e penale non funziona, la colpa è dei giudici, in quanto inefficienti e indolenti, se non addirittura fannulloni. La politica, che pur sa bene come stanno le cose, e comunque dovrebbe saperlo, ha sempre taciuto per ovvie ragioni di convenienza".
"Fino a vent'anni fa", aveva aggiunto Lucentini, "se un qualche personaggio di rilievo pubblico subiva una condanna penale, la prima cosa che sentiva di dover pubblicamente comunicare era il senso del suo più totale rispetto per il giudice e la sua decisione: la quale però, di norma aggiungeva, non toglieva che lui fosse innocente, la qual cosa sarebbe stata accertata nei successivi gradi di giudizio. Ipocrisia? Può darsi, ma comunque un pur formale rispetto era, allora, alla base di ogni rapporto. Ora invece arrivano soltanto ingiurie e attacchi ai giudici, considerati "mafiosi" o appartenenti alle "toghe rosse".
Quest'anno ha ripreso il tema, e riempito il cannone di munizioni. Così Lucentini spara a zero su Renzi ricordando scandalizzato che "a settembre, quando l'Associazione nazionale magistrati preannunciava uno sciopero, uscì pubblicamente con un "Brrr... che paura", una frase irrispettosa". Poi il magistrato insiste, per chi eventualmente non ha voluto capire: "Non voglio pensare che la politica, per farsi bella, non volendo o non potendo metter mano a una seria riforma della giustizia, debba ricorrere a mezzucci di tal genere.
Che per le istituzioni possono essere mortali". Gianluca Galletti, che pur è un politico casiniano di lungo corso, è scandalizzato e mentre se ne va, commenta coi giornalisti: "Ho trovato la situazione imbarazzante. Ero qui per ascoltare, non voglio commentare, non è il momento di fare polemiche. Le riforme sono il punto forte del nostro governo, ci sono molte resistenze, ma andiamo avanti comunque". Ma per Lucentini è sbagliato sottovalutare il pericolo "che corre il Paese se i suoi giudici sono delegittimati".
Quindi l'errore di Renzi verso il mondo giudiziario è assai grave, tanto più che ci sono encomi verso il lavoro dei magistrati: "Vi è il giudizio positivo arrivato dalla Commissione europea per l'efficacia della giustizia (Cepej) sulla produttività dei giudici italiani oltre a quanto detto dal capo dipartimento dell'organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia che ha riconosciuto l'assoluta laboriosità dei magistrati italiani.
Voglio solo pensare, anche se mi è diffi cile, che nemmeno il capo del governo conoscesse né quanto aveva detto il capo dipartimento di un suo dicastero né quanto aveva rilevato la Cepej". Non solo. La bocciatura di Renzi è totale: "il concetto che sta alla base è stato di recente ribadito dal capo del governo, allorché ha pubblicamente detto che preferiva ai magistrati che facevano comunicati quelli che facevano sentenze. Che è quanto dire, in sostanza, che i magistrati pensassero a fare meno chiacchiere e a lavorare di più".
Pollice giù anche sull'azione di governo: "In settembre è stato pubblicato il decreto sulle misure urgenti per la degiurisdizionalizzazione e il taglio dell'arretrato in materia civile dice il presidente della Corte d'appello. Un illustre studioso della materia nel commentarlo ha scritto: Tristi notizie per la giustizia, tanto rumore per nulla, o quasi".
Un j'accuse in piena regola, con l'equilibrio istituzionale che vacilla. Tra il sistema giudiziario e l'organo esecutivo si è prodotta a Bologna, ma è solo la punta dell'iceberg, una frattura dirompente. Mentre il ministro sbatte la porta, Renzi risponde per le rime: "Di nuovo le contestazioni di alcuni magistrati che sfruttano iniziative istituzionali (anno giudiziario) per polemizzare contro il governo. Mi dispiace molto perché penso che la grande maggioranza dei giudici italiani siano persone per bene, che dedicano la vita a un grande ideale e lo fanno con passione. Ma trovo ridicolo - e lo dico, senza giri di parole - che se hai un mese e mezzo di ferie e ti viene chiesto di rinunciare a qualche giorno, la reazione sia: "il premier ci vuol far crepare di lavoro". La crisi è aperta. Un nuovo fronte per Renzi, che si aggiunge alla legge elettorale, a quella costituzionale, al voto per il nuovo capo dello Stato, alle tante riforme che non riescono a decollare. Tra i litiganti a rimetterci sono i cittadini, che non riescono ad avere giustizia: a Bologna ogni giorno in Appello vengono decise quattro prescrizioni, nel 2014 in secondo grado, in Emilia-Romagna, le sentenze di prescrizione sono state 1.524, il 23,6%. È giustizia questa?










